Il gruppo francese ha annunciato la nascita della divisione Kering Jewelry e, contestualmente, una nuova segmentazione del business. La doppia mossa annunciata da Kering a mercati chiusi, con il consueto understatement che spesso accompagna le scelte più radicali, segna uno spartiacque nella lettura del gruppo francese, ma non basta ancora a scaldare davvero il mercato. Le notizie sono due: da un lato, il conglomerato ha svelato la nascita di una divisione autonoma, Kering jewelry, che sotto la guida del veterano Jean-Marc Duplaix, già direttore operativo del gruppo, riunisce Boucheron, Pomellato, Dodo e Qeelin. Dall’altro, Kering ha comunicato la decisione di smettere di comunicare i dati dei singoli marchi, lasciando Gucci come unica maison ancora esplicitata e accorpando il resto delle attività in quattro grandi blocchi: Fashion & Leather Goods, Kering jewelry, Kering Eyewear e Corporate & other, che includerà Ginori 1753. È una svolta in termini di reporting, ma anche uno statement. E porta già il segno del nuovo ceo Luca de Meo.
Da una prima lettura, il paragone è quasi inevitabile. Kering sta strizzando sempre di più l’occhio al modello LVMH. Per anni il gruppo della famiglia Pinault ha offerto al mercato una trasparenza quasi didattica sui singoli marchi, esponendo trimestre dopo trimestre la performance delle sue maison, da Gucci a Saint Laurent e Bottega Veneta, accorpando solo i risultati di brand come Balenciaga, Alexander McQueen e Brioni.
Lvmh ha invece sempre fatto il contrario: Bernard Arnault comunica da decenni per grandi divisioni, soprattutto nella fascia cruciale Fashion & leather goods, lasciando ai brand singoli solo aperture episodiche, spesso comunicate verbalmente in occasione dell’assemblea degli azionisti. Un modello di opacità selettiva che il mercato ha imparato ad accettare perché sostenuto da risultati, marginalità e leadership, e che il prossimo 23 aprile tornerà al centro dell’assemblea annuale degli azionisti del colosso parigino.
È qui che il confronto si fa interessante. Perché quando Arnault protegge i numeri delle sue maison, il mercato legge potere. Quando Kering sceglie di fare lo stesso, in piena fase di turnaround, il rischio è che venga letto come bisogno di copertura. E questo perchè, come sappiamo, Kering viene da un periodo di grande difficoltà. Si tratta dunque di un problema di timing, più che di scelta effettiva. Kering arriva a questa mossa dopo un 2025 chiuso con ricavi a 14,6 miliardi di euro, in calo del 13% reported e del 10% a perimetro comparabile, e con un utile operativo ricorrente sceso a 1,63 miliardi. Numeri che raccontano un gruppo ancora in piena ricostruzione, nonostante il miglioramento sequenziale della seconda parte dell’anno.
La divisione Kering Jewelry, sul piano industriale, è difficilmente contestabile. Il gioiello è la categoria che in questa fase del lusso mostra maggiore resilienza, con dinamiche più difensive rispetto al fashion e una capacità di tenuta più vicina ai campioni dell’hard luxury. La stessa Lvmh nel 2025 ha beneficiato di una buona tenuta del segmento Watches & jewelry, mentre la divisione Fashion & leather goods ha mostrato segnali più contrastati. Per Kering, però, il jewelry rappresenta ancora un segmento piccolo: Strategicamente sensato, narrativamente forte, ma non ancora abbastanza rilevante da cambiare da solo il profilo degli utili.
In merito alle risposte della borsa, ancora non ci sono sbilanciamenti: il mercato, almeno per ora, resta tiepido davanti alle novità di casa Kering. Nella mattinata di martedì il titolo ha viaggiato in calo di circa 1,7 punti percentuali. Gli investitori possono per ora apprezzare il disegno del ceo de Meo, con più ordine, più disciplina, meno dispersione, meno esposizione mediatica delle fragilità, ma chiedono ancora di vedere il conto economico della trasformazione, un passaggi oche richiede tempo. Dal canto suo, Kering sta chiedendo al mercato un atto di fiducia, di giudicare la struttura prima dei risultati. Ma dopo anni di delusioni, soprattutto sul fronte Gucci, la fiducia non è più automatica.
Il primo vero banco di prova sarà il Capital markets day del 16 aprile a Firenze, dove de Meo dovrà spiegare perché questa minore trasparenza non sia un velo, ma una nuova grammatica industriale. E pochi giorni dopo, il 23 aprile, arriverà quasi per contrasto a Parigi il rito annuale di Arnault con gli azionisti LVMH. L’uomo che può permettersi di non dire tutto, proprio perché il mercato continua a riconoscergli il privilegio della forzare perché ha sempre fatto così, di fatto. De Meo, invece, è ancora in una fase diversa. La sua rivoluzione convince nel metodo, ma per ottenere lo stesso diritto all’opacità selettiva, Kering dovrà prima riconquistare una cosa molto più semplice e molto più difficile, ovvero i risultati.
MFF ha parlato con analisti in merito a queste novità del gruppo Kering, e pare che dietro alla riorganizzazione del reporting del gruppo ci sarebbe soprattutto la volontà di dare tempo agli investimenti di maturare e dare i loro frutti. «Essere quotati in un periodo di grande e rapida evoluzione del mercato e in cui i brand in portafoglio hanno bisogno di trasformarsi in maniera profonda, non è una cosa semplice», spiega Dario Minutella, partner e chief commercial officer di Acbc. «Questo settore ha un ciclo di vita lungo. Nel momento in cui si vuole avviare un percorso di trasformazione profonda, anche se le idee sono chiarissime e l’execution impeccabile, ci vuole tempo per vedere i risultati, un tempo che la borsa non concede». Inoltre, secondo l’analista, questa mossa, lungi dall’essere una semplice emulazione del modello di reporting di LVMH, manda un messaggio di business al settore: «Le sinergie di competenza possono creare valore pur preservando l’identità dei brand». Concorda un altro esperto del settore fashion & luxury che preferisce rimanere anonimo: «Accorpando i risultati delle maison, de Meo può concedersi un po’ più di libertà di azione senza avere i riflettori puntati addosso. I numeri di Gucci rimarranno comunque sotto la lente degli analisti, ma senza i risultati scorporati di Saint Laurent e Bottega Veneta ci sarà probabilmente meno pressione sulle performance in questa fase di trasformazione».
Ma c’è anche chi vede meno con favore questa mossa. «Questa scelta confesso che non mi entusiasma. Ogni cambiamento nel sistema di reporting è un elemento negativo a mio parere, soprattutto quando riduce la trasparenza sul business», afferma invece Luca Solca, analista Global Luxury Goods di Bernstein. «Di sicuro questa scelta elimina la possibilità di fare confronti di performance nel corso del tempo. Come funzionano Bottega Veneta o Saint Laurent? D’ora in avanti non lo sapremo. E mi sembra molto più importante che sapere come performano occhiali o gioielleria. Le aziende migliori non cambiano il sistema di reporting, salvo in casi di assoluta eccezionalità. Ma capisco che in questo, come su altri versanti, Kering cerchi di emulare LVMH».
Gli esperti vedono poi positivamente il varo di Kering Jewelry. Una mossa, osserva l’analista anonimo, «sulla falsariga del lancio di Kering beauté, poi ceduta a L’Oréal. I marchi di gioielleria come Boucheron, Pomellato, Dodo e Qeelin possono dare buoni risultati con i giusti investimenti, questo segmento è tendenzialmente solido». Concorda l’esperto di Acbc. «Questo esercizio è già stato fatto con Kering eyewear e Kering beauté. Il mondo degli occhiali e del beauty erano per loro storicamente un business di licensing, che nel caso dell’eyewear si sono riportati in casa», prosegue Minutella. «In questo caso, per i gioielli hanno invece creato un polo di aggregazione di brand di proprietà per rafforzarne e valorizzarne il patrimonio. C’è anche un’azienda di filiera, Raselli Franco group, rilevata a dicembre». L’esperto sottolinea come il mondo della gioielleria all’interno del settore del lusso sia la categoria merceologica che funziona meglio. «In un’ottica di portafoglio di gruppo e gestione del rischio di esposizione alle categorie, questa mossa ha assolutamente senso», conclude Minutella. Un settore questo dunque che, seppure incapace di trainare i risultati da solo, non va affatto sottovalutato.
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