London Fashion Week: tra romanticismo ribelle e grandi assenti

Con oggi, 24 febbraio 2025, si chiude ufficialmente la London Fashion Week dedicata alla stagione FW25 del womenswear, che lascerà il posto a Milano, dove la settimana della moda inizierà domani, 25 febbraio. È una stagione particolare per tutti, in cui si respira un clima di “caos calmo” e apparente, forse in previsione dei grandi debutti del prossimo settembre e di scoprire le definitive combo “direttore creativo/ brand”, dal momento che sono ancora tanti i marchi e i designer a non avere una collocazione certa, anche se le voci di corridoio si rincorrono ripetutamente.

E se Londra in un certo senso si è sempre tenuta “in disparte”, considerata la fucina di scanzonata ribellione dove, forse, la creatività ha ancora un valore primario rispetto al marketing, in questa stagione anche la città britannica ha risentito di questa “ovattata incertezza”: i suoi designer di punta, come Simone Rocha, hanno continuato a premere l’acceleratore sulla loro identità distintiva, con collezioni gradevoli ma senza nulla di nuovo all’orizzonte, mentre non si è potuto fare a meno di notare la grande assenza di Jonathan Anderson, momentaneamente in stand-by sia con Loewe che con l’omonimo marchio. Loewe è sempre stato uno dei grandi protagonisti della scena londinese, ma si è ormai data per certa la dipartita di Anderson, – che potremmo forse vedere da Dior -, e⁠ non ci resta che attendere chi sarà il suo successore alla direzione creativa.

Riflettori puntati anche su Burberry, che sfilerà questa sera, 24 febbraio, chiudendo definitivamente la fashion week londinese. Stando ai rumors, questa potrebbe essere la sfilata di addio di Daniel Lee, attuale direttore creativo del brand, rimettendo in discussione anche le sorti del marchio dell’establishment inglese per eccellenza, recentemente vessato da insuccessi di vendite che tuttavia sta cercando di risanare grazie a un piano di rivalutazione dell’archivio.

Per il resto, Londra resta una finestra vivace che sembra lasciare ancora spazio a incursioni sperimentali, ma soprattutto dove determinati codici estetici restano punti fermi anche per le nuove generazioni. Punk, ribellione, romanticismo dark, sperimentazioni sartoriali restano ⁠linguaggi inconfutabili della moda britannica, e, forse, la si spera provvisoria mancanza di nuovi stimoli estetici è sintomatica anche di un clima ben più generalizzato, dove si chiede di restare fedeli al propri codici osando, ma non troppo.

Ha sicuramente osato Harris Reed, che ha scelto di introdurre la sua collezione con un monologo dell’attrice Florence Pugh; un monologo sull’autoaccettazione e l’amore, sul leitmotiv di “Be always yourself!”. La location scelta per il debutto della sua collezione è la Duveen Galleries della Tate Britain, un ambiente neoclassico che si sposa perfettamente con il concept della collezione. “Romanticism Gone Nonbinary”, questo il nome della collection, è una fusione ben riuscita di punk estremo e couture d’altri tempi, ma anche un invito ad abbracciare l’inclusività e la fluidità di genere come tappa fondamentale dell’evoluzione culturale. I look, ancora una volta, si mescolano tra scultura e moda, come in una fusione perfetta tra la creazione di abiti sinuosi e l’uso di crinoline che evocano il passato ma con un’energia completamente nuova.

Un omaggio alla sartoria britannica, ma in chiave personale, quella realizzata da S.S. Daley, una collezione che nel complesso presenta un vero e proprio omaggio alla contaminazione artistica in tutte le sue forme. Tra i pezzi più iconici troviamo gonne oversize con motivi geometrici e tessuti testurizzati. Le stampe sono un elemento centrale della collezione: alcune sono disegnate a mano, altre evocano motivi floreali, ma ciò che le unisce è il loro forte impatto visivo. In una miscela perfetta di romanticismo e ribellione, i tessuti sembrano “vivere” con la propria luce, alternando morbidezza e rigidità, eleganza e forza. Suggestivo anche il tributo all’icona della musica britannica Marianne Faithfull, recentemente scomparsa, a cui il brand ha dedicato il maglione “Stay Faithfull to Marianne” e la cui voce senza tempo ha fatto da soundtrack per tutto lo show.

⁠Uno degli appuntamenti più attesi della settimana, la sfilata di Dilara Findikoglu si è rivelata come sempre un’icona di sensualità controversa ed esplosione del femminile. I suoi bustier in pelle, le sue stringhe, le sue silhouette che enfatizzano al massimo il corpo esaltandone ogni centimetro, le sua atmosfere, dove il vittoriano più cupo incontra la clubbing culture, sono ormai un tratto distintivo delle sue sfilate. E ancora, troviamo piume, dettagli in pelliccia, corsetti scultorei, ma anche una contemporanea riproduzione della Venere Botticelliana. Non è un caso che la collezione si chiami “Venus From Chaos”, un concept ben rappresentato anche dal ritorno in passerella ⁠una delle top model più iconiche degli anni 2000, Lara Stone,, Lara Stone, in tutta la sua voluttuosa bellezza. C’è chi in futuro spera che Dilara Findikoglu possa assumere la direzione creativa di McQueen, considerate le innumerevoli assonanze con il genio drammatico di Alexander; un’ipotesi realizzabile nel concreto?

Tripudio di romanticismo ed eleganza senza tempo per Richard Quinn, che ha trasportato i suoi ospiti in una delicata e candida atmosfera fatta di neve, caduta sulla passerella tramite particolari effetti speciali. Fiocchi, velluti, decori preziosi, stampe floreali e strutture principesche hanno contribuito ad uno show che ha cercato di riportare in auge l’allure del passato.

Simone Rocha ha celebrato un’ode all’adolescenza con una collezione che ha portato in passerella, nel modo più sofisticato possibile, tutti i personaggi “stereotipati” di un tipico liceo: nerd, sportivi, it-girls, ribelli ed “emo”, una corrente reminiscenza dell’adolescenza della designer irlandese, che abbiamo ritrovato, nei suoi tipici struggimenti malinconici ed esistenziali, anche nella soundtrack di Thom Yorke. La favola della “Lepre e la Tartaruga”, una delle preferite della preside della stessa Rocha ai tempi della scuola, è stata riprodotta attraverso borse a mano a forma di tartaruga o lepri peluche in pelliccia, che i modelli hanno saputo abbracciare dolcemente quasi come vere e proprie coperte contro le avversità del mondo. E ancora, abiti da bambola vittoriana e catene da bicicletta usate come cinture, giacche in pelle e felpe con cappuccio in neoprene, tweed scintillanti e faux fur, Rocha resta una delle designer di punta della moda britannica e non solo.

Linearità impalpabile ed eterea quella di Erdem, che ha collaborato con l’artista Kai Donacci, i cui dipinti sono stati trasportati magistralmente su abiti in organza trasparente, cappotti in seta grezza, stampe incantevoli con colori pastello.

Teatrale e provocatoria come sempre invece Di Petsa, che ha portato in passerella volti noti tra cui Mia Khalifa e Ayra Starr per uno show dove la performing art ha incontrato il fashion più sensuale. Divinità di un Olimpo audace, tanto corpo, drappeggi costruiti letteralmente sul corpo e lingerie protagonista, la collezione, intitolata “Reflections of Desire”, è l’ennesima prova del main focus di Dimitra Petsa, la sensualità senza limiti e la carne come mezzo d’espressione.

[📷 instagram: simonerocha_] 

Condividi l'articolo sui social: