L’Odissea di Christopher Nolan: il ritorno dell’eroe più umano di tutti

“A war, a man, a trick.” È così che si apre l’incipit dell’Odissea di Christopher Nolan, con le parole di Travis Scott nelle vesti inedite di un bardo, un cantore che narra le gesta di grandi eroi e grandi uomini. In un certo senso, potremmo definirlo il corrispettivo del celebre «Narrami, o Musa» con cui si apre il Libro I del poema omerico dedicato all’eroe dal «multiforme ingegno»: quell’Ulisse che, ieri come oggi, continua ad affascinarci nel suo essere profondamente eroico ma anche profondamente umano. E, vogliamo dirlo subito, il kolossal di Nolan riesce egregiamente a conciliare entrambi gli aspetti in quasi tre ore di film che, tuttavia, non ci fanno staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un secondo. Uno dei film più attesi dell’anno, in barba a sterili polemiche e pettegolezzi da bar, si rivela all’altezza delle aspettative: un racconto monumentale, capace di stupire per la sua grandiosità visiva senza mai perdere di vista la dimensione umana del suo protagonista.

Al di là del cast stellare e delle riprese magistrali, effettuate interamente su pellicola IMAX da 70 millimetri in formato analogico, la cosa più interessante del film è che ci riporta faccia a faccia con uno dei protagonisti indiscussi della letteratura epica che tutti abbiamo studiato e ci obbliga a guardarlo sotto una prospettiva nuova. Ci riconnette non solo alle nostre reminiscenze scolastiche, ma soprattutto a valori universali che, da Omero a oggi, risultano più attuali che mai. Ed è proprio questo a sorprenderci, a spaventarci e, forse, anche a confortarci. Chi è Ulisse? Il più astuto e intelligente dei guerrieri achei; uno che oggi qualcuno definirebbe «il più smart» della compagnia. Non il più forte o il più invincibile – quello era Achille – ma colui che, ben consapevole del fatto che la forza assoluta non esiste, ha scelto di puntare sull’intelletto. È lui la mente dietro lo stratagemma del cavallo che porterà alla caduta di Troia; è lui l’uomo che, per vent’anni, resterà lontano dalla sua patria, Itaca, e da sua moglie Penelope: un po’ per volere degli dèi, un po’ perché, diciamocelo, il mondo esercita su di lui un richiamo irresistibile. Ulisse vuole scoprire, esplorare, spingersi oltre, talvolta perfino oltre i propri limiti. Ed è proprio questa sua curiosità, non priva di conseguenze talvolta nefaste, a renderlo così contemporaneo nella sua complessità.

Ulisse sa di dover tornare a casa e desidera farlo; ma la differenza tra il suo desiderio di ritorno e quello dei suoi compagni di viaggio è tangibile e il film riesce a restituirla con grande efficacia. Che si imbatta in Polifemo, in Scilla e Cariddi o nelle spietate Sirene, il suo sguardo non è soltanto quello della vittima o dell’eroe sventurato, ma anche quello di chi sceglie consapevolmente di lasciarsi sorprendere dalla vita. Nei suoi occhi – o meglio, in quelli di Matt Damon, che lo interpreta in maniera impeccabile – c’è sempre una traccia di stupore e meraviglia, unita a una consapevolezza più profonda: quella che ha a che fare con l’onore, con il rispetto degli dèi e con il desiderio di ricongiungersi alla propria famiglia.

In effetti, il film di Nolan riesce a coniugare perfettamente le due anime fondamentali dell’Odissea: da una parte la dimensione epica, fatta delle avventure di Ulisse in mare; dall’altra quella più intima e dolorosa del ritorno, che costituisce il vero cuore dell’opera. Ulisse non è soltanto l’eroe più intelligente e valoroso cui si deve la sconfitta definitiva dei Troiani: è anche un uomo che non mette piede a casa da vent’anni. Il ritorno è, giustamente, traumatico. È il ritorno di un uomo che non sa più chi sia davvero, che non sa più di chi o di cosa fidarsi, che ha perso tutto e che ha assistito alla morte, alla distruzione, alla violenza e alla sopraffazione. La stessa sopraffazione che si consuma nella sua casa, a Itaca, dove i pretendenti di Penelope banchettano e bivaccano ogni sera nella speranza che lei scelga uno di loro. Tra questi spicca l’Antinoo interpretato da Robert Pattinson, crudele e arrogante al punto giusto. L’attore britannico regala un villain esemplare: insolente, manipolatore e vigliacco quanto basta per rendercelo insopportabile a ogni inquadratura.

Dietro il suo telaio, la Penelope di Anne Hathaway cuce e disfa la sua tela. Ed è proprio sulle figure femminili che vale la pena soffermarsi. Al di là delle sterili polemiche sul colore della pelle di Elena, Nolan ci consegna un grande kolossal in cui le donne non sono semplicemente relegate ai ruoli della seduttrice da una parte e della moglie pura e fedele dall’altra. Sono personaggi dotati di una complessità che va ben oltre la loro esteriorità. Penelope non è soltanto una donna che aspetta. È una donna determinata, capace di amare e di difendere il proprio diritto alla solitudine e alla fedeltà. È la degna compagna dell’astuto re di Itaca: abbastanza scaltra da tenere i Proci in sospeso per dieci anni, senza compromettere mai il proprio onore di donna, di moglie e di madre. Circe, comunemente ricordata come la seduttrice per eccellenza, si discosta completamente dall’immaginario cui il cinema di genere, soprattutto quello degli anni Cinquanta, ci aveva abituati: quello della donna bella e voluttuosa che ammalia gli uomini per poi distruggerli. La Circe di Nolan, interpretata da Samantha Morton, appare invece come una donna non più giovane, sola, emarginata e in qualche modo alla deriva. Per certi versi richiama alla mente quelle donne considerate “streghe” proprio perché diverse, perseguitate per secoli dalla storia. Ma è anche un aiuto prezioso per Odisseo: è grazie a lei, infatti, che riuscirà a ritrovare la strada di casa. Charlize Theron interpreta Calipso e, anche in questo caso, dimenticatevi inutili imbellettamenti o eccessi seduttivi. Gli abiti sono essenziali, lo sguardo è limpido. Lei, che si è innamorata dell’eroe e lo ha trattenuto con sé a Ogigia per sette anni, è anche la donna che gli permette di ricominciare a vivere, aiutandolo soprattutto a recuperare la memoria del proprio passato. Lupita Nyong’o interpreta Elena e, in un interessante doppio ruolo, anche sua sorella Clitemnestra. Una scelta tutt’altro che casuale, che richiama uno dei personaggi femminili più tragici della letteratura greca: una madre ferita che sceglie di rivendicare ciò che di più prezioso le è stato sottratto. Le donne del film di Nolan non sono definite dalla loro capacità di sedurre e non esiste alcun compiacimento erotico nella loro rappresentazione. Al pari degli uomini, sono personaggi che vivono e agiscono attraverso la propria personalità, la propria intelligenza e le proprie scelte, senza mai ridursi alla semplice “tentazione” dell’eroe. Atena, la dea protettrice di Ulisse, interpretata da Zendaya, è una presenza tanto breve quanto determinante. È la coscienza dell’eroe, il suo senso del dovere, ma anche colei che ci ricorda il confine, fragile e complesso, tra umano e divino: una linea sottile che talvolta unisce e talvolta divide.

Ulisse, in questo senso, lo incarna perfettamente: possiede un’intelligenza quasi divina, ma conserva un’umanità che disarma, fatta di contraddizioni, rimorsi e di un desiderio inesauribile di esplorare il mondo, anche quando questo finisce per mettere a repentaglio la vita dei suoi cari. Certo, il film non rinuncia ad alcuni topos tipici del grande cinema hollywoodiano. Le sequenze di guerra sono spettacolari e incalzanti, costruite con un ritmo che non lascia tregua e sostenute da una colonna sonora che cresce progressivamente insieme alla tensione narrativa, accompagnando ogni battaglia con un climax capace di amplificarne la forza emotiva. Nolan dimostra ancora una volta di saper governare perfettamente il senso della scala: alterna il fragore della guerra al silenzio del mare, l’immensità dei paesaggi alla fragilità dei suoi personaggi, senza che una dimensione prevalga mai definitivamente sull’altra.

La fotografia sfrutta magistralmente la vastità del formato IMAX per trasformare il Mediterraneo in un autentico personaggio del racconto: immenso, ostile e affascinante allo stesso tempo. Il mare non è un semplice sfondo, ma una presenza viva, capace di mettere continuamente alla prova il corpo e lo spirito dell’eroe. Del resto, Omero stesso ebbe la lungimiranza di comporre un’opera che sembra prestarsi naturalmente al linguaggio del cinema: alla fine l’amore trionfa, l’eroe torna a casa e la famiglia si ricongiunge. Ma Ulisse resta umano. Fin troppo umano per non costringerci a interrogarci su noi stessi: su tutte le volte in cui desideriamo evadere e su tutte quelle in cui desideriamo tornare a casa; su quando scegliamo consapevolmente di lasciarci sedurre dall’ignoto e finiamo per sacrificare anche chi amiamo pur di raggiungere un obiettivo, salvo poi pentircene e convivere con il peso del rimorso. Ulisse ci ricorda che la perfezione non esiste, nemmeno tra gli dèi e gli eroi.

Ed è forse proprio per questo che, ancora oggi, continua a farci riflettere più di qualsiasi altro personaggio.

[📹 📷© UPI Media / Universal Pictures]

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