Un’estetica dal sapore leggermente vintage, analogico, che sembra appartenere a un altro tempo: lo scanner è passato da semplice strumento d’ufficio a vero e proprio mezzo di trasformazione visiva. Utilizzato da artisti e brand, non si limita più alla digitalizzazione di documenti, ma diventa un vero dispositivo creativo per “catturare” capi, oggetti e materiali, generando un linguaggio immediatamente riconoscibile. La distorsione dei volumi e l’enfasi sui dettagli, come pieghe, ricami, ombre più marcate, texture improvvisamente amplificate, trasformano gli abiti in oggetti autonomi. Visti attraverso questa lente, assumono quasi un’altra identità: improvvisamente sono artefatti a sé stanti, presenze più simili a ritratti che a vestiti, e proprio per questo inaspettatamente affascinanti.
Tra gli ultimi a attingere a questa estetica troviamo Bluemarble, marchio indipendente di menswear di lusso con base a Parigi, fondato nel 2019 dal designer Anthony Alvarez Graff. Il brand, noto per la fusione tra alta moda e cultura surf e skate, e per un immaginario legato alla cultura giovanile, ai ricordi di viaggio e a una comunità globale, ha realizzato la sua ultima campagna esattamente in questo modo: attraverso il focus estremizzato di uno scanner, jeans, felpe e t-shirt colorate vengono trasformati in immagini quasi astratte, dove il capo perde la sua funzione originaria per diventare superficie, texture e frammento visivo. In questo processo, il vestito non è più semplicemente indossato ma osservato: si deforma, si appiattisce, si scompone in dettagli amplificati che ne rivelano la materia più che la forma. Il risultato è un’estetica sospesa tra documentazione e astrazione, in cui la moda si avvicina al linguaggio dell’archivio e dell’immagine digitale, diventando qualcosa di più vicino a un oggetto artistico che a un prodotto di abbigliamento.
Prima di loro, questa estetica era già stata esplorata nel lavoro di diverse direzioni artistiche contemporanee, come quello di Alex Black, ma soprattutto trova una delle sue origini nel linguaggio di Martin Margiela. Tra i primi a sperimentare con immagini non convenzionali, ha utilizzato oggetti, accessori e capi “scannerizzati” o fotografati in modo diretto e quasi documentale. Un’estetica cruda, volutamente ispirata all’archivio, che ricorda la catalogazione scientifica, trasformando il concetto in forma e la moda in qualcosa da osservare, più che di semplice rappresentazione.
Seppure non nuova, questa estetica risulta oggi particolarmente interessante proprio perché permette di approcciare il singolo capo in modo diverso, spostando l’attenzione su matericità, pattern, taglio e identità stessa dell’oggetto. In questo modo, la moda si allontana dalla sola idea di rappresentazione e narrazione per avvicinarsi a una dimensione più analitica e quasi museale, in cui il capo viene osservato, isolato e reinterpretato come entità autonoma.
[📷 Instagram: bluemarbleparis]