Fino al prossimo 1° febbraio, Torino diventa un ponte tra Stati Uniti, Europa e Africa dagli anni Trenta ai Cinquanta grazie alla grande mostra fotografica dedicata a Lee Miller. Ospitata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, l’esposizione accende i riflettori su una figura straordinaria della cultura del Novecento attraverso oltre 160 immagini provenienti dai Lee Miller Archives, in gran parte inedite, oltre a riviste d’epoca e materiali d’archivio. Un percorso che offre una chiave di lettura sia pubblica sia intima del suo lavoro e della sua inarrestabile curiosità.
Lee Miller fu protagonista del movimento surrealista, collaborò con Man Ray e contribuì alla scoperta della solarizzazione. Frequentò figure come Pablo Picasso, Max Ernst e Paul Éluard, realizzando immagini emblematiche tanto artistiche quanto documentarie. Dopo una parentesi in Egitto, rientrò in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, lavorando per Vogue e documentando il conflitto con fotografie che ritraggono campi di concentramento, città devastate e la caduta del regime nazista. Nel dopoguerra si ritirò nella campagna inglese, senza però perdere il suo spirito creativo.
A curare la mostra è Walter Guadagnini, figura di riferimento sulla scena nazionale e internazionale, attivo da anni tra insegnamento, scrittura, organizzazione e cura di mostre. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa in più sulla fotografa, una delle figure artistiche più emblematiche del Novecento.

Qual è il racconto che questa mostra costruisce intorno a Lee Miller? Quali tappe o capitoli della sua carriera fotografica vengono approfonditi?
In mostra è possibile seguire tutta l’evoluzione della ricerca di Lee Miller, dagli inizi avvenuti a Parigi alla fine degli anni Venti fino alle ultime prove realizzate in Inghilterra alla metà degli anni Cinquanta. In particolare la mostra si sofferma sugli anni di più stretta vicinanza con il gruppo surrealista e su quelli della guerra, che la vedono impegnata come fotoreporter.
Quali innovazioni o rotture ha introdotto nel linguaggio fotografico? Come si possono riconoscere nelle opere esposte?
Più che di innovazioni e di rotture è possibile parlare di personali interpretazioni di alcuni generi e di alcune pratiche fotografiche. In particolare vengono in mente le fotografie di moda realizzate all’inizio della guerra in Inghilterra, e in particolare a Londra, dove Lee Miller riesce a unire la classica fotografia di moda con la documentazione delle distruzioni provocate dal conflitto trasformando la città in un teatro surreale.
In che modo Lee Miller si inserisce nel movimento surrealista e cosa emerge dal suo dialogo artistico con Man Ray?
Lee Miller si inserisce a pieno titolo nel movimento surrealista, sia realizzando fotografie che ne interpretano perfettamente le poetiche fondanti, sia realizzando una serie di immagini, in particolare di ritratti, che testimoniano anche della vita quotidiana degli artisti che gravitavano intorno a questo mondo, da Picasso a Max Ernst, da Jean Cocteau a Meret Oppenheim fino a Paul e Nusch Eluard, per non dirne che alcuni. Con Man Ray il rapporto è dapprima tra maestro e allieva, poi da compagni di vita e infine da amici; il loro dialogo artistico si evolve in un dialogo tra pari, ognuno col suo specifico linguaggio, più costantemente sperimentale e ironico quello di Man Ray, più documentario e drammatico quello di Lee Miller.

In che modo la guerra ha trasformato lo sguardo di Lee Miller, sia come fotografa che come donna?
Senza dubbio la guerra, vissuta dapprima a Londra e poi in prima linea seguendo l’avanzata delle truppe alleate in Europa – dall’assedio di Saint Malo nel Nord della Francia fino alle ultime drammatiche immagini scattate nei campi di concentramento appena liberati e nelle case dei gerarchi nazisti e dello stesso Hitler -, hanno influenzato la vita di Lee Miller, provocando ferite morali che forse non si rimargineranno mai, come dimostra il suo progressivo abbandono della pratica fotografica a partire dalla fine della guerra.
Come avete costruito il percorso espositivo? Quali criteri hanno guidato la selezione delle immagini e l’allestimento?
Il tentativo è stato quello di accompagnare lo spettatore attraverso due strade principali, che si intrecciano in maniera indissolubile, quella della biografia e quella della ricerca. Si tratta dunque di un racconto sostanzialmente cronologico, nel quale si può facilmente leggere l’evoluzione del linguaggio di Lee Miller attraverso le sue fotografie: gli inizi vicini al mondo della moda, anche in qualità di modella, e la stagione parigina, caratterizzata dal surrealismo; gli anni in Egitto, in cui lo sguardo di Lee Miller si allarga al paesaggio naturale; gli anni della guerra passati tra Londra, la Francia e la Germania e infine il dopoguerra, trascorso in particolare a Farleys House nel Sussex, una casa in campagna dove Lee Miller accoglie gli amici, fotografandoli e cucinando per loro.
Quali sono gli scatti più iconici presenti in mostra? E cosa può dirci invece delle fotografie meno note o inedite esposte per la prima volta?
Lo scatto più iconico è senza dubbio quello che la vede ritratta nella vasca da bagno di Hitler, nuda, con gli stivali militari appoggiati davanti alla vasca, una sorta di bagno purificatore e al tempo stesso una sfida all’uomo che pensava di conquistare il mondo e invece aveva distrutto il suo paese e l’intera Europa. Le immagini meno note appartengono sia al periodo finale – e sono particolarmente curiose perché testimoniano come Lee Miller sia sempre stata in grado di creare intorno a sé situazioni nelle quali grandi intellettuali, artisti, scrittori, si trovavano a condividere momenti di svago che potevano improvvisamente diventare momenti di geniale creatività. Che è quello che accade anche nelle fotografie scattate in Cornovaglia o in Costa Azzurra nella seconda metà degli anni Trenta, anch’esse spesso inedite.

Come dialogano oggi le sue fotografie con il contemporaneo? Cosa può dire la sua arte alle nuove generazioni?
Da un lato credo che possa ancora insegnare a stupirsi di fronte a qualsiasi aspetto della realtà, anche quello apparentemente più banale, che può celare visioni inattese e talvolta straordinarie. Dall’altro, relativamente soprattutto alle fotografie di guerra, la necessità della testimonianza, di non chiudere gli occhi nemmeno davanti all’orrore, perché è solo attraverso le testimonianze di chi c’era si possono evitare le false ricostruzioni e le rimozioni, che sono sempre pronte a scattare.
Quale immagine, tra tutte, secondo lei racchiude meglio l’essenza di Lee Miller?
Credo che il ritratto nella vasca da bagno di Hitler sia veramente emblematico, perché cambia totalmente la prospettiva su una figura come quella del dittatore nazista, spogliandolo di tutta la retorica che era stato capace di costruire in un decennio. Ma anche l’immagine della soprano che canta tra le rovine dell’Opera di Vienna è straordinaria, perché unisce la drammaticità delle conseguenze della guerra con la volontà di ricominciare a vivere attraverso il canto, la musica, la cultura in senso lato, è un messaggio di speranza e di fiducia in mezzo alla tragedia, almeno così mi piace leggerlo. Ed è, come le migliori foto di Lee Miller, assolutamente sorprendente, per nulla scontata, ci costringe a fermarci per capire cosa stiamo guardando.
[📸 © Margherita Borsano]