Tra tutte le immagini dell’ultima sfilata uomo SS27 di Celine, ce n’è una che mi è rimasta impressa più delle altre. Non un cappotto, non un blazer, non una borsa, ma una sneaker. Una Reebok volutamente vissuta, consumata, quasi dimenticata ai piedi di un look impeccabile fatto di pantaloni sartoriali, giacche asciutte e quell’eleganza rilassata che i francesi sembrano possedere dalla nascita. Molti leggeranno quella scelta come l’ennesima collaborazione tra lusso e sportswear. Io invece ci ho visto qualcosa di molto più interessante: un modo estremamente francese di intendere lo stile.
Una scelta che potrebbe sembrare in contrasto con il resto della collezione e che invece racconta perfettamente un’idea di stile profondamente parigina; perché, se c’è una cosa che Parigi ha sempre fatto meglio di chiunque altro è togliere importanza ai vestiti, o meglio, fingere di farlo. Lo stile maschile parigino non ha mai avuto bisogno dell’ostentazione. È sempre stato più interessato all’equilibrio che all’effetto wow. Un completo elegante non viene “rovinato” da una sneaker: viene reso più credibile, più umano. più vicino alla vita reale. È un’attitudine che esiste da decenni.
Basta guardare le fotografie di Vincent Cassel, Louis Garrel o della scena cinematografica francese tra gli anni Novanta e Duemila. Giacche asciutte, pantaloni perfetti e ai piedi sneakers comunissime, spesso anche piuttosto consumate. Non era styling. Era il loro guardaroba. Ed è proprio questo che rende quello stile ancora oggi così desiderabile. L’effortless francese non nasce dal disinteresse per la moda, ma dal rifiuto di renderla evidente. Ogni scelta sembra casuale, quando in realtà è calibrata con estrema precisione. La sartoria convive con il quotidiano, il lusso con ciò che è familiare, l’eleganza con un leggero senso di imperfezione. Michael Rider sembra aver compreso questo codice meglio di molti altri.
Da quando è arrivato alla guida creativa di Celine, il suo lavoro non sembra orientato a rivoluzionare il linguaggio della maison, ma a riportarlo dentro una contemporaneità autentica. Una contemporaneità che non ha bisogno di rincorrere lo streetwear a tutti i costi né di rifugiarsi nella nostalgia. Piuttosto, recupera un’idea molto precisa di “pariginità”: quella che vive di sottrazione, di proporzioni impeccabili e di dettagli apparentemente insignificanti. Le Reebok usurate diventano quindi molto più di un accessorio. Sono il gesto che impedisce al tailoring di diventare troppo prezioso. Sono il dettaglio che rompe la perfezione senza distruggerla. Sono, in fondo, quello che distingue l’eleganza francese da quella italiana. In Italia il completo tende ancora a essere rispettato; in Francia viene vissuto. Ed è forse questa la differenza più grande.
Mentre gran parte della moda contemporanea continua a costruire personaggi sempre più estremi, Rider sembra interessato a vestire uomini credibili. Uomini che potrebbero davvero uscire da un appartamento del Marais, prendere un caffè a Saint-Germain-des-Prés o attraversare Parigi in metropolitana senza mai sembrare troppo vestiti o troppo poco. È uno styling che non grida mai. E forse è proprio per questo che funziona. Perché, alla fine, le Reebok della sfilata non raccontano semplicemente una sneaker, ma ci parlando di un’idea di stile che i francesi conoscono da sempre: l’eleganza non è mai quella che cerca di farsi notare, ma quella che sembra arrivare senza alcuno sforzo, anche quando dietro c’è una costruzione impeccabile. E Michael Rider, almeno per ora, sembra essere uno dei pochi designer capaci di raccontarla senza trasformarla in una caricatura.
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