Pioggia, tuoni, neve e poi sole. L’Alaska è vicina, l’Alaska è lontana. L’aurora boreale c’è anche se sono le 20:50 di una calda giornata di giugno, ma a mostrarcela è un Virgilio d’altri tempi, con l’accento bolognese, dentro un attempato ma quanto mai affascinante stadio di cemento armato e forti sentimenti. Di cuori impavidi e sudore misto a lacrime. Il suo nome è Cesare Cremonini e ai suoi compagni di viaggio dà un abbraccio come benvenuto a bordo. Ma ne chiede uno in cambio: «Questa notte viaggeremo insieme». Che sia un’andata o un ritorno, che sia una vita o solo un giorno. Non ci si può perdere. La stella polare è una: la musica. E che musica. Un’alchimia di corpi e luci, un sogno tra la poesia e il rock’n’roll. Tra un’alba rosa, New York e le sue scommesse d’amore, e ovviamente quelle dannate aurore boreali.
Ma qui non è l’Alaska, non è l’America. È la Lombardia e nonostante ciò pare un po’ tutte queste cose insieme. Primo, secondo, terzo e pure quarto anello, anche se il quarto non c’è. C’è un filo sottile che vede Cremonini camminare in bilico sopra il suo palco, con una scaletta corposa di 27 canzoni, aperta come di consueto da “Cercando Camilla” e chiusa da “Un Giorno Migliore”. Fragile e senza scudi per proteggersi. Rischiando, perché a lui piace fare così. Non è sazio, ha fame del suo pubblico, di calcare quei palchi che fin da giovane, quando preferiva studiare per la patente invece che per il diploma, sognava e voleva raggiungere. Lo ha fatto, non senza ostacoli. Perché è un acrobata, oltre che cantautore. E allora la salita, per quanta strada c’è stata da fare, è ancora più bella dall’alto. Vedendo i 57 mila di San Siro far tremare un posto che tra poco – forse – non ci sarà più.



«Sai che cercherò di superare quello che ho fatto in passato, di continuare un percorso, di empatizzare al massimo l’equilibrio fra il repertorio passato e il repertorio presente, ma soprattutto, secondo me, l’idea di essere l’artista dell’oggi. Secondo me, lo stimolo maggiore che vorrei che il pubblico provasse è l’idea di essere davanti a un artista che ancora si mette in gioco, che non è seduto sugli allori e quindi che scommette qualcosa, che prova a inventare qualcosa, che continua a dire qualcosa. Io questo vorrei, non so se è quello che riesco a fare, ma è quello che desidero che il pubblico pensi. Mi piacerebbe che il pubblico pensasse questo», ha raccontato pochi giorni prima del concerto in un piccolo incontro nel centro di Milano.
Ma in questo caso conta il qui e ora. O forse anche il passato. Quello di ognuno di noi. Che ci ricordiamo dove abbiamo ascoltato per la prima volta “50 Special”, “Marmellata #25”, “Nessuno Vuole Essere Robin”. Che pensiamo che la vita sia “Poetica” o che non è più domenica senza Senna e Baggio, che ci abbracciamo pensando alla nuova stella di Broadway. Non è di Broadway, è di Bologna. Non è nuova, ma eterna. È la stella di Cè, per gli amici e quelli che gli vogliono bene fin da quando aveva i capelli rossi e dietro di lui c’erano altri tre ragazzacci scapigliati quanto lui. Quando Ballo aveva i dread e insieme avevano sconquassato il mondo della discografia. Quando in un attimo quel gruppo con la Luna nel nome e le stelle nel destino, passarono da 1 a un milione e mezzo di dischi venduti. Prima di sparire come una cometa.



Chi non è sparito è quel ragazzo, che dai colli bolognesi si è preso tutto. Disco su disco, canzone su canzone, con le ali sotto ai piedi e le radici ben piantate al suolo. Sogno e realismo, euforia e delusioni, vespe truccate e anni… novanta, poi duemila. In oltre due ore e trenta di show ha dato tutto, dimostrando per l’ennesima volta che in Italia di artisti come lui non ce ne sono. Portando ballate ormai diventate pietre miliari del cantautorato italiano in arene leggendarie o scatenando un groove della Madonna, davanti a una camera fissa sul pubblico, sulle note di “Lost in the weekend”, neanche fossimo a TRL. Ballando, suonando un pianoforte di ghiaccio, addirittura la fisarmonica – passione nata in una notte a Maratea – e reinventando canzoni, che in realtà sono pezzi di vita.
«È incredibile cosa si può fare con il dolore, è incredibile cosa si può fare con l’amore. San Siro abbracciami, San Siro vieni a sognare con me», ha detto in apertura di un concerto maiuscolo in cui non ha solo portato il suo repertorio inimitabile, ma anche diversi pezzi del suo ultimo album, “Alaska Baby”. Tra cui “San Luca”, che un miracolo lo ha fatto anche stasera, regalandoci ancora quell’altro pezzo di storia della musica italiana, Luca Carboni. Commosso, felice, bravo, nel cantare davanti al pubblico di Cesare una canzone celestiale. Di speranze dopo desideri infranti, ma anche di sacro e forse un po’ di profano. Un velo di magia ha avvolto tutto San Siro, quasi quanto l’aurora boreale artificiale riprodotta in platea quando è salita Elisa, pochi giorni prima del suo primo San Siro, a suggellare l’amicizia con Cremonini. Più che collaborazioni, segni del destino. Momenti che hanno scaturito una scintilla, poi un’altra ancora, poi un incendio da far bruciare in un disco o sul palco.



Dettagli di un tour che continua anche nel ’26
Persone che rivedremo anche nelle prossime date. Perché, ad esempio, Carboni sarà presente in tutte le date a cui vorrà partecipare, dice ancora Cremonini. Ma sicuramente, oltre a Milano, è atteso nella “sua” Bologna e a Roma, dove per il gran finale farà parte dello speciale trio che vedrà l’arrivo anche di Jovanotti. Una notte infinita, quella di Milano, un tour infinito tutto soldout, pronto ad accarezzare anche il 2026. Al Circo Massimo di Roma il 6 giugno, poi all’Ippodromo SNAI La Maura di Milano il 10, l’Autodromo di Imola Enzo e Dino Ferrari – dove inaugurerà la Music Park Arena – il 13, e la Visarno Arena di Firenze il 17. «Ci allargheremo per cercare di adeguarci agli spazi che non sono più stadi, ma grandi eventi in grandi arene. Ci saranno canzoni che entreranno e usciranno per rendere le scalette variopinte, ma in particolare quello che mi piacerebbe è portare al pubblico degli stadi questo concerto, questo show e poi espanderlo», ha raccontato ancora Cremonini pochi giorni fa.
Ma prima di volare verso le grandi arene, c’è un tour appena iniziato, che stasera bisserà a Milano, prima di arrivare in altri stadi d’Italia. Uno show curato in ogni minimo dettaglio, con la direzione creativa affidata al “solito” Claudio Santucci di Giò Forma, che ha definito la visione concettuale del tour e trovato soluzioni innovative per integrare luci, video, grafica e visual in un unico schermo panoramico. La missione? Far percepire al pubblico il viaggio personale di Cremonini, dall’Alaska fino al palco. Missione compiuta anche grazie al rinomato studio creativo londinese North House e al lighting designer Mamo Pozzoli, che ha creato un set luminoso elegante e dinamico. Fino alla cura quasi maniacale dell’audio: lo storico collaboratore Marco Monforte ha progettato un nuovo impianto per offrire a San Siro (e agli altri stadi del tour) il miglior suono possibile nel 2025. Per farci sentire, meglio che mai, come suona Alaska Baby. E tutto il resto. A vedere (e sentire) il risultato, è andata alla grande.
[📸 Erika Serio]