Nel 2023 si può parlare di inclusività nel mondo della moda? Parallelamente alla crescente necessità di sentirsi rappresentati, purtroppo, negli ultimi mesi il mondo fashion sembra retrocedere bruscamente nel campo dell’inclusione. Lo hanno testimoniato le sfilate, con un calo netto di modelle e modelli plus-size – rispettivamente lo 0,6% e lo 0,4% sulle ultime passerelle milanesi. Ma quella dei modell* plus-size non è l’unica categoria che non si sente adeguatamente rappresentata, infatti, anche le persone con disabilità al momento non sembrano trovare spazio nel mondo della moda. Nel Regno Unito, ad esempio, dove la fascia di individui disabili è pari a circa il 24% della popolazione, Dazed sottolinea che solo lo 0,02% appare all’interno delle campagne pubblicitarie fashion.
In pratica, mentre sempre più stilisti si impegnano a incrementare l’inclusività di etnia, taglia e genere, la disabilità continua a rimanere l’ultima categoria della lista. Accogliere un modello disabile all’interno della propria campagna o sfilata, infatti, comporta una serie di precauzioni ed esigenze extra che potrebbero gravare sulla preparazione di un backstage o di una performance. Tra queste, gli accessi per sedie a rotelle, gli interpreti per aiutare nella comunicazione e altri requisiti logistici. E poi, gli abiti: perché si cerca ancora di adattare i modelli in base ai vestiti, ma non i vestiti in base ai modelli? Ogni personalizzazione, chiaramente, determina un cartamodello con proporzioni specifiche e una ricerca più approfondita di tessuti e materiali. Una fatica che molti stilisti preferiscono non fare, isolando così un’intera categoria di individui che non rappresenta solamente una minoranza. Di conseguenza, nel mondo della moda, è ancora ampiamente accettata l’idea che una passerella di 80 o più look sia impostata su un unico tipo di corpo: alto, magro e slanciato.