La Marchesa Casati: ritratto della donna che sedusse la Belle Époque

Gli occhi arrivano prima del nome. Immensi, febbrili, cerchiati di nero, dominano la tela con un’intensità che ancora oggi mette a disagio. Poi gradualmente, si osserva la figura: slanciata e sottile, avvolta in un abito scuro, accompagnata da un levriero che ne prolunga la silhouette. Giovanni Boldini dipinge la Marchesa Luisa Casati e ogni pennellata incide nella tela la stessa consapevolezza: che quella donna è corpo e mito insieme. Non è una donna propriamente bella, nel senso più classico del termine. Il suo volto però stravolge, come uno squarcio in un cielo altresì limpido.

Il dipinto risale al 1911, e cattura un attimo della vita della dama, come una fotografia. Il resto della sua vita non farà che confermare ciò che il pittore aveva già intuito. Mentre l’Europa vive gli ultimi bagliori della Belle Époque, Luisa Casati trasforma se stessa nell’opera più ambiziosa della propria collezione: un’immagine destinata a mutare incessantemente e, proprio per questo, a sopravvivere al tempo. Nata a Milano nel 1881 da una famiglia di industriali del cotone, eredita ancora giovanissima un patrimonio immenso, insieme a una libertà pressoché sconosciuta alle donne della sua epoca. Il matrimonio con il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino le apre le porte dell’aristocrazia, ma è un’altra la direzione che decide di imboccare. I salotti non le bastano, il rango non la definisce. La marchesa non vuole abitare il proprio tempo, cerca il rischio, lo spettacolo, la messa in scena.

L’incontro con Gabriele D’Annunzio accelera questo tacito desiderio. Tra i due si instaura un’intesa che supera la passione sentimentale e si nutre di un’estetica condivisa, fatta di eccesso, simboli, edonismo e continua reinvenzione. Lui la ribattezza Kore, la regina degli Inferi della mitologia greca; lei lo chiama Ariel, come lo spirito aereo della Tempesta di Shakespeare. In quella corrispondenza di nomi si riflette un universo popolato di rimandi letterari, rituali e invenzioni, nel quale la vita quotidiana viene riscritta e trova nuova forma: una grande rappresentazione, magnifica, spettrale nella sua gloria immortale.

Da quel momento, Luisa Casati inizia a scolpire la propria immagine con la stessa precisione con cui uno scultore modella il marmo. Il volto si fa lattiginoso sotto strati di cipria chiarissima, gli occhi acquistano un’intensità soprannaturale grazie al kohl e alle gocce di belladonna, i capelli assumono riflessi color rame. Ogni abito è concepito come un costume di scena, ogni gioiello come un elemento narrativo, ogni apparizione pubblica come un evento destinato a essere ricordato. A Venezia trova il luogo ideale per dare forma alla propria visione. L’acquisto di Palazzo Venier dei Leoni, oggi sede della Collezione Peggy Guggenheim, coincide con la nascita di uno dei teatri più straordinari della mondanità europea. Nei giardini si aggirano pavoni, corvi albini e ghepardi; le sale ospitano ricevimenti che sconfinano nella performance, tra luccichii e schiamazzi, le calli veneziane diventano il fondale di passeggiate notturne, spesso in compagnia di un felino al guinzaglio. La leggenda racconta di apparizioni della marchesa avvolte in un mantello scuro, di Piazza San Marco trasformata in una sala da ballo privata, di ospiti accolti in un universo sospeso tra sogno e teatro, dal sapore decadente di un tempo che sta lentamente spegnendosi.

La Marchesa Casati, grande macenate delle arti, non colleziona soltanto opere: colleziona sguardi. Pittori, fotografi e scultori vengono attratti da quella presenza irripetibile, tutti ammaliati dalla recondita possibilità di trasformare il ritratto in un esercizio di immaginazione. Boldini ne cattura il dinamismo nervoso, Kees van Dongen accentua il magnetismo del volto, Romaine Brooks ne restituisce l’eleganza austera, mentre Man Ray e Adolf de Meyer fissano la donna attraverso la fotografia, riportando in bianco e nero una figura sfuggente, che sembra appartenere più al mito che alla cronaca. Nel corso della sua vita verranno realizzati oltre cento ritratti della marchesa, cannibalizzata dalla stessa urgenza degli artisti del tempo: il desiderio di lasciare una propria interpretazione di quella creatura in continua metamorfosi, fissarla nel tentativo di comprenderla. La sua influenza supera presto i confini dell’arte per insinuarsi nella moda, nel costume e nell’immaginario del Novecento. Stilisti, illustratori e fotografi continuano a guardare alla Marchesa come all’incarnazione di un lusso visionario, capace di fondere simbolismo, teatralità e avanguardia. Molto prima che la moda iniziasse a parlare di personal branding o di costruzione dell’identità, Luisa Casati aveva già compreso che il vestire poteva diventare linguaggio, manifesto, dichiarazione estetica e dunque identitaria.

Naturalmente, un simile universo aveva un prezzo. Le dimore veneziane e parigine, gli abiti commissionati ai più grandi couturier, gli animali esotici, i ricevimenti spettacolari e una collezione d’arte sempre più vasta finirono per consumare anche una delle fortune più ingenti d’Italia. Nel 1930 la bancarotta segnò la fine di quella stagione irripetibile, e di una vita magnifica, ai limiti della realtà. Il Palais Rose venne venduto insieme ai suoi arredi e ai suoi tesori; tra gli acquirenti figurava anche Coco Chanel, che riconobbe il valore di un gusto destinato a lasciare il segno.

Gli ultimi anni della Marchesa trascorrono a Londra, lontano dai fasti della Belle Époque. Le risorse economiche si assottigliano fino quasi a scomparire, ma il personaggio resta intatto. La Marchesa continua a uscire truccata, avvolta in abiti eccentrici ricomposti con stoffe recuperate e gioielli di fantasia. La sua figura, la sua immagine, anche se spoglia di fasto, rimaneva preziosa, perchè legata a doppio filo al segreto vero che rendeva la dama così affascinante: il mondo era suo. Quando muore, il 1° giugno 1957, viene sepolta con un paio di lunghe ciglia finte. Un ultimo gesto perfettamente coerente con una vita trascorsa a trasformare ogni dettaglio in racconto, ogni apparizione in spettacolo, ogni incontro in occasione. Oggi, osservando il ritratto di Boldini, si ha la sensazione che il suo progetto sia riuscito. La Marchesa Casati non è sopravvissuta attraverso i palazzi che ha abitato o la fortuna che ha dissipato, ma attraverso l’immagine che ha costruito con ostinazione: quella di una donna che fece della propria esistenza la più audace delle opere d’arte.


[📷 IPA; commons.wikimedia.org]

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