Koketit e la capacità di trasformare il mondo in una tela: Shira Barzilay ci racconta la magia della sua arte

Volti, paesaggi onirici, linee semplici ma evocative. Storie universali e poi autobiografiche, minimalismo e voglia di sognare in grande, immaginando un mondo diverso, fuori da ogni schema. Questo e molto altro fa parte dell’arte di Shira Barzilay, conosciuta universalmente come Koketit, che ha fatto del mondo la sua tela personale. “The World is My Canvas” è il suo motto da cui nasce ogni suo lavoro. La sua non è mai una tela bianca: è sempre colorata, ravvivata da volti e personaggi, talvolta femminili, in grado di trasportare chi osserva le sue opere in un’altra dimensione. O, meglio, in un altro universo, quello di Koketit, capace di fare prima da riflesso e poi da alter ego, trovando vita ovunque si possa liberare la propria fantasia, dal design, passando per la moda, fino al mondo digitale.

L’artista dietro Koketit

«La mia arte trova la sua migliore espressione nella fluidità tra questi mezzi. Non mi piace inserirmi in una singola categoria, il design, la moda e l’arte digitale sono semplicemente diverse tele per lo stesso dialogo che sto creando. Ogni mezzo consente alla mia arte di prendere vita in modo unico. Per esempio, nella moda, diventa indossabile e personale. Nei progetti digitali, trascende i limiti fisici come la gravità o la scala, permettendomi di esplorare la mia immaginazione. Il mio percorso per diventare artista mi ha portato su una strada in cui mi sento a mio agio a esplorare. Posso avventurarmi alla ricerca di nuove idee senza perdermi. Diventa come un’ancora su cui puoi fare affidamento, ma allo stesso tempo è come un trampolino che ti spinge in alto, in un’improvvisa corsa».

“Qualsiasi cosa può diventare una tela”

Le tue opere d’arte spesso dialogano con oggetti e spazi. Come scegli i contesti in cui inserirle?

«È un processo intuitivo. Vedo gli oggetti e gli spazi come collaboratori, come muse, quasi come se mi stessero chiedendo di completare la loro storia. Io sono l’osservatore, che evoca le idee affinché vengano a me. Il mio compito è eseguire. Che si tratti di un tavolo in marmo, di un design per una piscina o di una parete vuota, qualsiasi cosa può diventare una tela, purché sia utile alla narrazione ed evochi un’emozione. Il mio obiettivo è che questo sia l’essenza del mio lavoro: minimale, impattante e in armonia con l’ambiente circostante. In sostanza, è il contesto a ispirare l’arte stessa, e non il contrario».

La capacità di dare un volto alle cose

Tutte le tue opere d’arte presentano un volto, o almeno delle caratteristiche umane. Perché è così importante per te dare un volto alle cose?

«Esiste un fenomeno chiamato pareidolia – ossia vedere volti in oggetti inanimati o in schemi astratti – che fa sicuramente parte di me. Spesso mi sembra che i volti spuntino da ogni angolo, che sia nella trama del legno, nelle pieghe del tessuto o anche nel modo in cui cadono le ombre. È come se il mondo stesse costantemente creando per me dei personaggi da disegnare.

I volti sono universali. Sono la prima connessione che facciamo come esseri umani, un linguaggio visivo universale. Sono affascinata dal disegno dei volti da quando ero bambina. Non riesco a intellettualizzarlo. È così e basta. Sono attratta dal volto umano, ed è un dato di fatto. Forse riguarda la connessione o il dialogo. I volti trasformano idee astratte in qualcosa di personale ed emotivo, e sono letteralmente ovunque».

La tua arte è spesso piena di volti femminili. Quando decidi di concentrarti su quelli maschili?

«Non è tanto una decisione quanto una riflessione sull’energia o sulla storia che voglio trasmettere. I volti femminili dominano il mio lavoro perché sono una donna, e la mia arte è intrinsecamente un riflesso della mia prospettiva e del mio punto di vista personale. In molti modi, le mie opere sono autobiografiche: la figura di Koketit è a volte il mio alter ego, a volte il mio specchio, e spesso la manifestazione dei miei desideri. Non si tratta di essere inclusivi o giusti; si tratta di rimanere autentica rispetto alla mia esperienza e alla mia visione».

Picasso, attraverso il Cubismo, ha stabilito un nuovo canone di bellezza femminile. Quale visione della donna trasmette la tua arte?

«La mia arte ritrae le donne – e in particolare la figura di Koketit – come esseri liberi, senza vincoli. Koketit può essere ovunque e in nessun posto allo stesso tempo. Non sto cercando di fare una dichiarazione sulla femminilità da una prospettiva femminista. Piuttosto, sto condividendo la mia esperienza non filtrata: il semplice essere, vedere la vita e interpretarla mentre scorre intorno a me.

Io sono una donna, e questo naturalmente modella la mia prospettiva, ma si tratta principalmente di catturare la dolcezza e la spontaneità di vedere le cose da una prospettiva fresca e curiosa, un’apertura a ciò che il mondo ha da offrirmi e a dove può portarmi.

La curiosità è al centro di tutto ciò che faccio. Mi spinge a esplorare non solo argomenti, spazi e oggetti, ma anche tecniche. Per esempio, abbracciare l’intelligenza artificiale mi ha permesso di spingere i confini e catapultarmi in mondi creativi completamente nuovi».

Il tuo feed di Instagram sembra un libro illustrato. C’è una storia che collega le tue opere, spesso avvolte in un’atmosfera onirica?

«Ho chiamato il mio feed “The World is My Canvas” e questa è davvero la vera essenza, il tema centrale, il motore che spinge tutto in avanti. L’atmosfera onirica che si vede non è costante; riflette il mio umore in un certo momento, come una stagione che cambia e si evolve. La vera storia dietro il mio lavoro è la mia mente curiosa e i miei occhi sempre alla ricerca di nuovi modi per vivere il mondo. Si tratta di connettere forme, texture e storie in brevi racconti visivi che puoi assaporare all’istante, storie che suscitano qualcosa dentro di te, come una piccola scintilla di magia».

Arte e digitale: la chiave è “trovare un modo per evolverti senza perdersi”

Come sta cambiando il lavoro di un artista digitale con la domanda dei social network? Le ultime tendenze e le richieste degli utenti stanno influenzando il tuo lavoro?

«I social media hanno cambiato innegabilmente il lavoro per gli artisti digitali. Sono uno strumento incredibile per la connessione, ma comportano la sfida dell’immediatezza e la pressione di conformarsi a ciò che l’onnipotente algoritmo detta. A volte lo trovo frustrante, e spesso cerco di oppormi, perché rimanere fedele a me stessa e alla mia visione è non negoziabile. Detto ciò, capisco anche che il cambiamento sia inevitabile. Se vuoi restare rilevante, devi trovare un modo per evolverti senza perdersi. È un equilibrio delicato: se si resiste troppo si rischia di diventare obsoleti; se si cavalca troppo la tendenza si rischia di diventare solo un’altra moda. La vera arte sta nel navigare in questo equilibrio, rimanendo autentici mentre abbracci il cambiamento alle tue condizioni».

Quanto del tuo lavoro è pianificato e quanto è lasciato all’improvvisazione?

«L’intera premessa del mio processo creativo riguarda il lasciar andare. Nella vita, tendo ad essere un po’ maniaca del controllo, ma nell’arte questo approccio non funziona. Quando crei solo con la mente, l’opera manca di cuore e l’emozione si appiattisce. Quindi, non ho altra scelta che improvvisare, lasciando andare il mio cervello razionale e permettendo alla mia mano di disegnare intuitivamente e ai miei occhi di cercare intuitivamente. Anche se posso partire con un’idea o un sentimento vago, la vera magia accade sul momento. Si tratta di essere pienamente presenti e lasciare che l’opera si sviluppi naturalmente. La sfida sta nel trovare un modo per farlo in modo coerente, fidarsi del processo ogni volta e permettere alla semplicità delle linee di portare la profondità dell’emozione».

Come bilanci la semplicità delle linee con la profondità del messaggio, che spesso riflette il tuo io interiore?

«Personalmente, la tensione tra la linea minimalista e la sua capacità di raccontare una narrazione profonda è ciò che mi affascina di più. La semplicità non riguarda solo l’eliminare gli elementi superflui, si tratta di distillare emozioni complesse nella loro forma più pura e impattante. Il processo di eliminazione mi ha portato su questa strada. Ho dovuto abbandonare molte cose, manierismi, l’inclinazione a cercare l’approvazione, e il desiderio di impressionare attraverso l’abbellimento. Gran parte di questo è svanito naturalmente mentre scoprivo che l’approccio minimalista parla molto di più alla mia anima di qualsiasi altra cosa.

Ogni linea che disegno porta con sé un’intenzione, riflette quella chiarezza interiore e racconta una parte della storia che sto condividendo. La magia sta nel bilanciare la semplicità con la profondità, dove una singola linea, senza ornamenti, può dire moltissimo».

Collaborazioni e sogni nel cassetto

Come scegli le collaborazioni e quali sono state le più importanti per te?

«Scelgo le collaborazioni in base a valori condivisi e alla libertà creativa. Le più significative sono quelle in cui la mia arte non è solo applicata a un prodotto, ma diventa parte di una storia più grande. Lavorare con brand che rispettano la mia visione e mi permettono di sperimentare è fondamentale. Lavoro a stretto contatto con il mio agente, che mi aiuta a orientarmi verso i progetti giusti per noi.

Il minimalismo gioca un ruolo anche in questo contesto, cerchiamo di non sovraccaricarci, sia emotivamente che commercialmente, quindi scegliamo le collaborazioni in modo molto ponderato. Sono stata fortunata ad attrarre i progetti che desidero attraverso i miei post su Instagram, lo chiamo “peacock effect”. Spalanco le mie piume, condivido la mia visione, e chi vuole collaborare viene da me. Un esempio che mi piace molto è stato trasformare una piscina in una tela, cosa che mi ha portato a collaborare con resort alberghieri in tutto il mondo per dare vita a queste opere di design. È stato un viaggio incredibile».

Quale potenziale vedi per la tua arte nel futuro? Hai altri sogni o progetti nel cassetto?

«Il mio sogno è collaborare a progetti così folli e fuori dagli schemi che ancora non riesco nemmeno a immaginarli. Voglio essere costantemente sorpresa, superare le mie stesse aspettative e abbracciare opportunità che mi sfidino e mi entusiasmano in modi che non avrei pensato possibili. “The World is My Canvas” non è solo un valore fondamentale, è il mio mantra e la mia tesi, qualcosa che cerco costantemente di dimostrare. Voglio vivere secondo questa convinzione, avere il coraggio e la determinazione di credere che nulla sia fuori portata. Ogni nuovo progetto è un passo verso la dimostrazione che il mondo è davvero la mia tela, e sono entusiasta di vedere dove mi porterà questo viaggio».

[📷 Courtesy of Koketit / Ori Taub]

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