«Mi piace l’idea di portare con me un oggetto di lusso, anche quando viaggio»
Dopo una serata milanese che ha riunito talenti e personalità di spicco attorno al mondo KILIAN PARIS, resta questa mattina una sensazione precisa: quella di aver assistito non solo a un lancio, ma alla definizione di un nuovo modo di vivere il profumo. L’incontro con Kilian Hennessy, founder della maison francese d’alta profumeria, avvenuto ieri nella splendida boutique di Corso Matteotti di Milano, anticipava già tutto. Piacevole, elegante, estremamente generoso nel raccontarsi, ha condiviso con naturalezza la visione che guida ogni sua creazione, una visione fatta di memoria, emozione e devozione.
L’occasione è il debutto della nuova Collezione 30 ml di KILIAN PARIS, una reinterpretazione dell’iconica Carafe in formato spray ricaricabile. Un oggetto pensato per accompagnare la quotidianità senza rinunciare all’estetica: compatto, raffinato, destinato a diventare parte di un vero e proprio guardaroba olfattivo. Nato in una delle più illustri dinastie francesi di liquori pregiati, Kilian Hennessy traduce nel mondo della profumeria una sensibilità ereditata e profondamente personale. Le cantine di cognac della sua infanzia – con le loro note dense di legno, zucchero e alcol, la celebre “parte degli angeli” – continuano a vivere nelle sue fragranze, insieme ai ricordi di viaggio, agli incontri, alle immagini che si trasformano in materia olfattiva. Il profumo, nella sua visione, è molto più di un accessorio: è un’estensione di sé, una presenza invisibile, una scelta quotidiana.
«Credo nell’avere un guardaroba di fragranze. Scelgo il profumo del giorno in base al mio umore, a come sono vestito e alla personalità che desidero trasmettere». La Collezione 30 ml nasce esattamente da questa idea: libertà di scelta, possibilità di combinazione, identità in movimento. Un lusso che non resta fermo, ma accompagna. E proprio questa tensione tra tradizione e contemporaneità, tra radice e visione, è ciò che rende il racconto di Kilian Hennessy così affascinante.
Di seguito, l’intervista integrale.
D: Vorrei iniziare parlando del nuovo lancio del brand, la Petit Carafe da 30 ml. Personalmente lo trovo un’ottima idea, soprattutto per chi ama portare sempre con sé la propria fragranza, durante la giornata o in viaggio. Che rapporto c’è, per te, tra profumo e viaggio?
R: Il viaggio è una fonte di ispirazione fondamentale per me. Molti luoghi hanno influenzato le mie creazioni: Istanbul mi ha ispirato a creare Intoxicated, Bangkok Moonlight in Heaven, e il Medio Oriente è una fonte straordinaria, con le sue note di muschio, incenso, cibo e ambra. Per tornare a le Petit Carafe, quello che mi piace è proprio l’idea di poter viaggiare con qualcosa che resti un oggetto di lusso. Molto spesso si viaggia con formati pratici ma non particolarmente belli. Arrivi in hotel, li appoggi in bagno e hai questi piccoli oggetti funzionali, ma senza estetica. Io volevo offrire qualcosa di diverso: un oggetto che resti prezioso anche in viaggio. Oggi, inoltre, nessuno usa più un solo profumo. Abbiamo tutti almeno una fragranza per il giorno, una per la sera, una per l’inverno e una per l’estate. Questo significa avere quattro fragranze, ed è bello poterle portare con sé in modo semplice. Mi piace anche l’idea di avere due fragranze nel proprio bagno, anche quando si è in viaggio. Non è pesante, è bello, e ti dà la sensazione di portare con te un piccolo frammento del tuo mondo. È un gesto di piacere, di lusso personale e credo sia importante oggi.
D: Il tuo patrimonio familiare deriva dal mondo dei liquori. Questa eredità influenza il tuo processo creativo nella profumeria?
R: È molto diverso creare un liquore o creare un profumo. Nel caso del profumo, l’ispirazione viene spesso da un luogo o da un’emozione. Per esempio, abbiamo lanciato Her Majesty, una fragranza che ho creato dopo un viaggio a Kyoto, due o tre anni fa. Ero lì per il mio compleanno, a marzo, durante la stagione dei sakura. Passeggiavo lungo il Sentiero dei Filosofi, un luogo senza auto, con un piccolo ruscello circondato dai ciliegi in fiore. A un certo punto si è alzato il vento e tutti i petali hanno iniziato a volare nell’aria. Sembrava neve, ma era primavera.
Quella visione, quell’emozione, mi ha guidato nella creazione di Her Majesty. E quando mi chiedono perché questo nome, la risposta è semplice: per me il fiore di sakura è la regina dei fiori. Il mondo intero viaggia in Giappone per vedere la sua fioritura. Quando lavoro su una fragranza, parto sempre da un’emozione. Quando ho quell’emozione e quella visione, molto rapidamente so quali sono i quattro o cinque ingredienti che compongono l’accordo principale. Poi inizia il lavoro, che può durare anche due anni. Per Her Majesty ci sono voluti due anni per arrivare alla versione finale. Costruire una fragranza è come comporre un puzzle: hai un’idea generale, ma non sai ancora esattamente come sarà il risultato finale.
Mi piace citare Mozart, che diceva che quando componeva cercava “piccole note che si amano tra loro”. È esattamente quello che facciamo anche noi: cerchiamo note che funzionano insieme, che si completano. Ma ho sempre in mente l’emozione iniziale. A volte un ingrediente può essere interessante, ma se si allontana da quell’emozione, lo elimino. Quando invece lavoro su un accordo ispirato ai liquori, è diverso: non cerco di ricreare esattamente un cognac o un whisky. Voglio creare una fantasia, un’illusione. Per esempio, per Old Fashioned ho utilizzato assoluta di grano, rum, vaniglia e legno di cedro. Insieme creano l’impressione di un whisky. Non è una copia, è un’interpretazione.
D: Ricordi il momento in cui hai deciso di diventare profumiere?
R: Molto chiaramente. È successo più di trent’anni fa, durante il mio quinto anno di università, quando dovevo scrivere la mia tesi. Avevo appena concluso uno stage da Kenzo profumeria, nel dipartimento comunicazione, quindi avevo già lavorato su alcuni aspetti legati al profumo. Ma nelle università francesi bisogna partire da una domanda lasciata aperta da ricerche precedenti. La domanda era: come possiamo comunicare un odore, se non esiste un vocabolario comune?
Per il suono o per il colore esiste un linguaggio condiviso. Ma per l’olfatto no. Spesso utilizziamo metafore, come “odore di erba tagliata”, ma non sono definizioni precise. Un profumiere utilizzerebbe termini tecnici specifici, ma quel linguaggio non è accessibile a tutti. Per questo il mondo della profumeria è così legato alle metafore. Questo mi ha portato a dare molta importanza al nome delle fragranze: devono esprimere l’emozione o la visione che si prova. Parallelamente alla tesi, ho iniziato un corso di profumeria. Il primo giorno, quando ho annusato le materie prime, ho capito immediatamente che quello sarebbe stato il mio mondo. E non ho mai cambiato idea.
D: Il tuo brand è parigino. Parigi è stata una musa per te?
R: Non direi Parigi nello specifico, ma la Francia nel suo insieme. È un paese estremamente ricco di artigianalità: dalla lavorazione del vetro alla produzione del cognac. Questa diversità e ricchezza fanno parte della mia identità. La Francia ha anche creato molte famiglie olfattive nella storia della profumeria. Essere francesi significa anche avere una responsabilità: non copiare il passato, ma inventare il futuro. I nostri predecessori hanno sempre guardato avanti, e questo è qualcosa che sento molto forte.
D: Oggi è molto diffuso il layering, ovvero combinare più fragranze. Qual è la tua opinione?
R: Non è una novità. Alcuni brand lavorano su questo concetto da più di trent’anni. Personalmente, quando termino una fragranza, per me è completa. I miei profumi sono già molto strutturati, non sono composizioni semplici. Detto questo, a volte incontro clienti che combinano due mie fragranze e il risultato è sorprendente. Altre volte meno. Dipende molto dalla sensibilità. È anche una questione culturale. In Medio Oriente, per esempio, le persone utilizzano più prodotti profumati contemporaneamente: shampoo, lozione corpo, gel doccia, più fragranze e anche oli. È un modo per costruire la propria identità olfattiva. Il profumo diventa un messaggio invisibile, un modo per distinguersi.
D: Cosa significa oggi “lusso” nel mondo della profumeria?
R: Il lusso viene dagli ingredienti. Non è la durata o la proiezione a definire un profumo di lusso. Anzi, la richiesta di performance molto elevate può limitare la creatività, perché costringe a utilizzare sempre gli stessi ingredienti. Per me, il lusso è nella qualità delle materie prime. Cerco sempre di utilizzare ingredienti rari o molto costosi. È anche un modo per proteggere le mie creazioni, perché sono più difficili da replicare.
D: Se dovessi scegliere una tua fragranza che rappresenti Milano? (Si rivolge al suo team italiano con entusiasmo, e tutti sono concordi con la sua idea)
R: Direi Good Girl Gone Bad.
D: Una parola per descrivere Kilian?
R: Heritage.
[📷 Courtesy of Kilian]