L’arte del ricamo permette di raccontare storie, trasmettere emozioni o semplicemente abbellire gli ambienti attraverso due strumenti apparentemente semplici: l’ago e il filo. È una tecnica antica che, tuttavia, ha saputo conquistare anche la modernità grazie ai suoi colori e alle sue forme sempre diverse, capaci di stimolare la curiosità dei più creativi. È il caso di Kathrin Marchenko, giovane artista che realizza opere uniche proprio attraverso la tecnica del ricamo. Dai piatti alle maschere, passando per imponenti quadri e telai trasformati in vere e proprie tele paesaggistiche, nel tempo Kathrin ha sperimentato di tutto, mostrando le infinite potenzialità di quest’arte.


La sua è una passione nata un po’ per caso e un po’ per curiosità, coltivata da autodidatta, che l’ha portata a ottenere un enorme successo sui social: oggi conta quasi un milione di follower e vive di arte. Ma com’è iniziato tutto? Ne abbiamo parlato in un’intervista.
L’intervista a Kathrin Marchenko
Potresti raccontarci qualcosa del tuo percorso? Come si è sviluppato il tuo cammino artistico e che tipo di formazione hai avuto?
«Il mio percorso artistico si è sviluppato gradualmente. Sono sempre stata legata ai tessuti, alle tecniche artigianali e alla dimensione emotiva dei materiali. Non ho seguito un percorso accademico tradizionale: ho costruito la mia pratica attraverso una continua sperimentazione, lo studio autodidatta e una formazione specializzata in ricamo a Parigi.
Nel corso degli anni, il mio lavoro si è ampliato dal tessile verso una direzione più interdisciplinare, soprattutto grazie alla collaborazione creativa con l’artista Artashes Sardarian, con il quale realizzo opere scultoree e concettuali».
Quando e come è nata la tua passione per il ricamo? È stato un colpo di fulmine o un processo graduale?
«È nata in modo intuitivo, inizialmente come un semplice interesse per il lavoro con tessuto e filo. Ma molto presto ho capito che il ricamo ha una capacità unica di trattenere l’emozione, vulnerabilità e movimento. La mia passione si è sviluppata lentamente ma con costanza, diventando alla fine il mio principale linguaggio artistico».
Nel tuo lavoro compaiono spesso figure femminili e natura. Cosa ti attrae di questi soggetti e cosa desideri comunicare?
«Sono attratta dai temi della trasformazione, della fragilità e dell’evoluzione interiore. Sia le forme femminili sia le strutture naturali incarnano il cambiamento: la crescita, la tensione e il rinnovamento. Nei miei pezzi non esploro l’emozione attraverso una narrazione letterale, ma tramite texture, silhouette e il ritmo del filo. Voglio creare un dialogo intimo tra osservatore e opera, in cui ciascuno possa trovare un riflesso di sé».


La collaborazione con Artashes Sardarian
Da un semplice filo riesci a creare opere molto diverse. Come scegli i materiali e gli oggetti che trasformi?
«Il materiale viene sempre prima. Cerco elementi che portino con sé una storia, una texture o una tensione: tulle, rete metallica, forme scultoree o talvolta oggetti inattesi.
Molte idee nascono dalla mia collaborazione con Artashes Sardarian. Lui introduce spesso elementi strutturali, forme insolite o direzioni concettuali, e insieme li trasformiamo attraverso ricamo, stratificazioni tessili e tecniche scultoree. Il nostro dialogo determina il risultato finale: a volte più etereo e legato al tessile, altre volte più architettonico o orientato all’oggetto».
Alcune tue opere incorporano oggetti non convenzionali ed elementi scultorei. Come si sono sviluppate queste idee e cosa rappresentano per te?
«Questa direzione deriva molto dalla collaborazione con Artashes. Lui lavora con forma, struttura e materia, e i nostri approcci si completano. Dove io porto trasparenza, morbidezza e dettaglio emotivo, lui introduce logiche architettoniche, idee concettuali audaci e sperimentazione materica. Gli oggetti che utilizziamo – piatti, frammenti, basi scultoree – sono scelti perché evocano un senso di trasformazione. Diventano simboli di memoria, fragilità o rinnovamento. Spesso l’idea iniziale nasce da lui, e poi l’opera si evolve organicamente attraverso il lavoro di entrambi».
Quali possibilità espressive offre oggi il ricamo come forma d’arte?
«Oggi il ricamo è incredibilmente espansivo. Può funzionare come disegno, scultura, installazione o paesaggio emotivo. Ciò che amo di più è la sua lentezza: il ritmo dell’ago, la stratificazione di colore e ombra, il modo in cui il filo può sussurrare o gridare. Offre un linguaggio intimo e tattile che crea un bellissimo contrasto con la cultura contemporanea, così frenetica».
Le tue opere tridimensionali sfumano spesso i confini tra scultura e tessile. Come si sviluppa il tuo processo creativo?
«Il processo inizia quasi sempre dalla struttura: un’idea di Artashes o un materiale che ispira entrambi. Prima costruiamo la forma – usando tulle, rete o altri supporti – e poi io sviluppo la superficie attraverso strati di ricamo.
Trattiamo ogni opera come una conversazione. Il suo pensiero scultoreo e il mio vocabolario tessile si fondono in qualcosa che nessuno di noi potrebbe creare da solo. Questa fusione dà alle opere la loro natura ibrida: in parte ritratto emotivo, in parte oggetto scultoreo, ma anche paesaggio fragile».
Ci sono nuovi progetti o direzioni che ti piacerebbe esplorare in futuro?
«Sì, molti. Stiamo lavorando insieme a installazioni tessili di grande scala e ad ambienti scultorei in cui il pubblico possa entrare fisicamente. Stiamo esplorando l’intersezione tra ricamo, strutture metalliche, movimento, luce ed elementi interattivi.
Sono anche interessata a intervenire in contesti architettonici, creando opere che diventino parte dello spazio invece di limitarsi a occuparlo».
Hai un sogno nel cassetto o un’artista con cui vorresti collaborare?
«Il mio sogno è semplicemente continuare a evolvermi, sia individualmente sia insieme ad Artashes. Mi piacerebbe collaborare con creatori che lavorano con lo spazio, il suono, la perfor
[📷 Artwork by Kathrin Marchenko, in collaboration with artist Artashes Sardarian]