Succede, a volte, per descrivere i grandi artisti che vengano citati i successi, i dischi di platino, i piazzamenti in classifica. Perché ormai si ragiona in questi termini, in un mondo iperconnesso e veloce, che cerca spasmodicamente la novità. Con Filippo Maria Fanti, in arte Irama, questo ragionamento vale fino a un certo punto, perché sì, sarebbe facile scrivere gli stream delle sue canzoni, le hit della sua breve, ma anche consistente, carriera. Quello che conta per lui e con lui è una cosa: essere liberi. Al di là di ciò che chiede il mercato, l’arte è al primo posto.
Priorità fondamentali, non barattabili con un disco di platino in più, perché la sua storia lo racconta chiaro e tondo. Così come le sue partecipazioni a Sanremo, città che in qualche modo ha battezzato la carriera di un ragazzino nato per essere differente, con le stimmate del campione. Lì ha debuttato 9 anni fa, a Sanremo Giovani, quando alla guida c’era Carlo Conti. E ora ci torna per la sesta volta con “Lentamente”, dove sarà il più sincero possibile, anche se nella vita è un po’ più difficile. Lui che è appassionato della simbologia e del mondo egizio. A partire dalla piuma, che nasconde forse la sua essenza.
«La piuma in verità arriva da un concetto un po’ più moderno. Quando ero piccolo io cercavo di trovare qualcosa anche per differenziarmi, per essere differente, per trovare il coraggio di esserlo realmente, anche nella vita reale. E quindi da ancora prima che iniziassi a farmi conoscere iniziai a costruire quello che ero, anche a formare un po’ la mia personalità senza aver timore di mostrarla. Era un modo anche per avere uno scudo tra virgolette, però principalmente per non aver paura di quello che ero, per dimostrarlo senza paura.

Ti senti libero in questo momento della tua vita?
Musicalmente non sono mai stato vincolato. Una cosa che l’ha sempre dimostrato è il fatto che nel bene e nel male, come giusto che sia, ho sempre usato mille generi diversi, non ho mai avuto paura di seguire quello che per me era la vita. Io sono convinto che la musica sia legata un po’ all’anima dell’artista e il genere sia solo un vestito che dai a un’emozione. Quindi paradossalmente sono forse uno dei più lontani alle logiche di mercato, ripeto, nel bene e nel male, perché ho sempre fatto quello che mi pareva musicalmente. Ho sempre rischiato tra virgolette, perché sono sempre stato molto coerente e fedele alla musica e meno appunto al mercato. E mi piace questa cosa, anche perché comunque persone che stimo tanto, artisti diciamo simboli, sono sempre state così per me. Non so, se penso a Mercury era così, se penso oggi a Childish Gambino è così, se penso a tanti artisti… diciamo l’ecletticità era un po’ una loro chiave e quello che poi li ha fatti rimanere. Non lo so se penso ai Queen hanno fatto da album con sonorità spagnole, album rock, album pop. L’ho sempre trovato affascinante in un gruppo artistico come loro, il fatto di non aver paura di essere se stessi e fregarsene appunto delle logiche. Che non significa non rispettare il pubblico, ma significa secondo me il contrario. Rispettarlo, essere coerenti con l’arte, cercare di dare sempre tutto, non di renderlo un business.
Per De André «scrivere delle canzoni non è un lavoro», perché la creatività non si può programmare. Sei d’accordo?
Nì. Ti faccio un esempio, una volta usciva un disco anche ogni cinque anni. Certo, era molto più lento, era molto più comodo a livello artistico. Oggi diciamo che è cambiato molto il tempo, quindi in verità secondo me oggi la grandezza di un artista si basa sul fatto di riuscire a scovare le proprie emozioni anche in un momento dove magari sembra di non averle. Che è molto più complicata come cosa, perché ovviamente è cambiato un po’ il mondo. Con questa velocità che ci siamo obbligati ad avere. Che sì, forse per certi aspetti è terribile, ma per altri sta andando così, punto. Qualsiasi concetto che abbiamo intorno è veloce, i reel sono veloci, la musica è sempre veloce, le classifiche, è tutto un casino. E quindi diciamo che l’artista oggi – non voglio dire che si deve adeguare per forza alle regole del mercato – però non è che deve alienarsi. Altrimenti diventerebbe un controsenso. Uno può dire: “se te ne freghi delle logiche di mercato, allora perché vai così veloce?”. Perché secondo me il concetto di velocità è un concetto che abbiamo nella vita quotidiana, che le persone stanno adottando. Chiunque ovviamente vive, a meno che non faccia l’eremita, in una società, ed è involontariamente offuscato o comunque indottrinato in questo concetto di velocità. E quindi lì si deve imparare un po’ ad adeguarsi, adattarsi e a sprigionare l’ispirazione anche nei momenti in cui sembra di non averla. Perché è tutto così, funziona così, il tuo cervello va così. Se non pubblichi una canzone dopo un anno, sei mesi, ti sembra di non pubblicare da una vita.
Tu la percepisci questa sensazione?
Sì certo, la percepisco. Perché tutto è più veloce. Se io me ne andassi via quattro anni a scrivere – cosa che farò, però con calma – mi sembrerebbe come se fossero passati vent’anni. Perché è diverso, è proprio che il tempo lo viviamo in maniera differente.
Dove ami scrivere di più?
Io faccio fatica a ispirarmi nei posti belli. Mi ricordo una volta che andai a cercare un tramonto, in Sardegna, e non scrissi una parola, perché poi rimasi a vedere il tramonto, giustamente. Mi sentivo un coglione a guardare il foglio e a non guardare il tramonto che avevo davanti. Di solito la cosa che mi succede è poi quando mi trovo in uno spazio angusto, lontano da quello che ho appena visto. Allora lì dove non ho più niente da guardare, sono un po’ solo con i miei pensieri, lì è il momento in cui scrivo. Tendo sempre a cercare posti belli per poi rinchiudermi in uno stanzino, per tirare fuori le idee sennò mi distraggo.
E invece quando ti viene l’ispirazione per scrivere una canzone?
Io penso sia un po’ deleterio a livello artistico il discorso del tempo, perché comunque a volte semplicizza troppo i concetti, questa velocità. In verità poi è complesso come argomento, perché se ci pensi semplificare un concetto difficile in verità è una cosa gigante, la Divina Commedia era questo. La base della Divina Commedia è questo, la base anche dei più grandi cantautori era questa: spiegarti qualcosa di più complicato possibile in maniera popolare. Però dall’altra parte, a volte fare le cose di fretta – che sembra una cavolata – può essere deleterio, perché magari non è perfetto. È un concetto difficile, però a volte se non cogli l’attimo, se non becchi l’occasione subito, magari non succede quell’altra cosa. Non lo so, analizzare un concetto del genere è veramente difficile, sapere quali sono i pro e quali sono i contro. Sicuramente so che adesso è così. Oggi uno che si va ad ascoltare il vinile, che è una cosa figa, ma anche lui stesso si sente differente. Dice: “Ok, mi vado ad ascoltare il vinile, mi rilasso, mi siedo e ascolto il pezzo”. Una volta era la normalità, oggi ti sembra di fare un gesto diverso dagli altri. Come dire: “Ma a me piace questa cosa diversa”. Una volta era la normalità. E quindi siamo proprio così, anche chi non lo fa e chi non l’accetta lo è. Manda il messaggino, manda una roba. Lo sei, lo stai vivendo, poi magari non lo vuoi accettare e capisci che è assurdo.

Anche solo ascoltare un disco dall’inizio alla fine su Spotify è diventato diverso, abituati ormai ai singoli.
È veramente tremendo. Perché poi i dischi stanno diventando sempre più legati ai fan anziché al pubblico. Invece una volta comunque anche chi magari non aveva un grande pubblico, se un disco era bello veniva ascoltato. Oggi invece è legato molto all’immaginario del fan, cioè solo i fan ascoltano il disco prima di venire al concerto, gli altri ascoltano principalmente i singoli. Ed è un peccato, perché poi in verità gli artisti nei dischi mettono un sacco di canzoni belle. Non sono riempitive, sono canzoni che magari sono anche più belle, magari vanno ancora di più fuori dalle logiche del mercato proprio perché gli artisti si permettono di essere liberi al cento per cento nel loro album. Però è così. Come si fa a cambiare? Dovresti cambiare la società per farlo. È un problema più complesso della musica stessa. Come dice Guccini con le canzoni non si fanno le rivoluzioni.
2025-2016. 9 anni fa esordivi da ragazzino a Sanremo e quest’anno ci torni nuovamente, trovando sempre Carlo Conti. Hai un ricordo specifico di quell’esperienza e di quello che è accaduto dopo?
Di quell’esperienza ho tantissimi ricordi sinceramente, forse è l’edizione di cui ho più ricordi anche perché fu il mio primo live, quindi la prima volta che mi esibì dal vivo. Fu una montagna russa. Ho un sacco di ricordi, cantammo in un luogo che si chiama Villa Ormond, se non sbaglio. Mi ricordo tutti i miei amici, era un po’ una fase dove stavo riuscendo veramente a concretizzare qualcosa, però non capisci bene veramente fino in fondo cosa stai facendo. C’era Carlo Conti, che in verità alla fine è uno di quelli che ha creduto in me, se pensi dall’inizio perché comunque io mi presentai lì come un signor nessuno. Iscrivendomi, non arrivavo da nessuna parte o da nessuna etichetta discografica, da niente. Mi ero iscritto facendo la fila in mezzo a migliaia di persone lì a Sanremo Giovani. Poi quell’anno eravamo un sacco di artisti, in particolare c’eravamo io, c’era Ermal (Meta, ndr), c’era Gabbani, c’era Mahmood. Eravamo tanti artisti, poi lì avevo sempre la solita cosa, televoto-stampa, dove al televoto ero vincente, con la stampa era un po’ più faticoso e quindi sempre poi quella stessa dinamica che c’è a Sanremo. Però in verità dopo mi chiamarono le major e piano piano iniziai a farmi notare anche nel settore musicale. Che poi può essere un bene o un male, non sempre significa un bene (ride, ndr). Però per un ragazzino che si sta approcciando alla musica era tutta una novità.
Quindi in qualche modo Sanremo è un po’ per te un luogo fondamentale, quello da cui è partito tutto, come dici, dal punto di vista artistico.
Beh, senza dubbio oggi Sanremo per quanto riguarda l’Italia è un po’ se fossero i nostri Grammy, quasi. Sono diversi, la dinamica però è un po’ quella che per gli americani è un Grammy. Oggettivamente è l’unica cosa che viene seguita veramente da tutta Italia, dove appunto ha una risonanza gigante, anche europea. È come i Grammy in America o i Viña del Mar in Sudamerica. È un evento popolare dove la gente si ferma e guarda le canzoni, quindi è un’occasione per far arrivare a più persone possibili la tua musica. O se non ti conoscono a farti conoscere o se ti conoscono a raccontare magari una canzone che per te è importante, oggettivamente è quello.
Questa edizione cosa rappresenta per te? Hai un obiettivo, una cosa che vorresti raggiungere o che comunque vorresti comunicare quest’anno?
Sì, ce l’ho però non te lo posso dire (ride, ndr).
Lo scopriremo sul palco?
Lo scopriremo, lo scopriremo.
Hai detto che “Lentamente”, la canzone che porti quest’anno in gara, è una canzone che racchiude molta sincerità, che ti mette a nudo. Ti viene facile anche nella vita?
No, mi viene facile nelle canzoni. Nella vita no, assolutamente. Infatti diciamo che la musica è un posto dove non puoi mentire, altrimenti si sente. Almeno io dico sempre questo, penso che nelle canzoni poi la gente lo sente quando sei sincero o quando un artista sta mentendo. E per me no, non mi è facile nella vita, non sono un bugiardo tendenzialmente. Però vabbè, anche io spesso ho detto bugie. Ho cercato di dire principalmente bugie bianche (ride, ndr). Però diciamo che non ho questa facilità di essere così sincero come nella musica. Infatti è una cosa che mi frega sempre, anche nella vita, però lì dentro poi c’è proprio la mia sincerità.
Ma vorresti esserlo o ti viene proprio difficile?
È deleterio essere troppo sinceri a volte, secondo me, nella vita. È pericoloso oggi, secondo me. Cioè non siamo sinceri oggi secondo me, ci nascondiamo dietro cose costruite, sovrastrutture: tipo il politicamente corretto, la paura del giudizio degli altri, la paura anche di essere esclusi da una società. Secondo me c’è un concetto, in qualsiasi settore, di massa, che dobbiamo adeguarci a degli standard. E anche questa secondo me è un’altra cosa che probabilmente c’è sempre stata nell’uomo. Il concetto di fare branco, comunque il concetto di unirsi, però ora lo vedo sempre più forte. C’è sempre meno la presenza dell’individuo ed è sempre più grande la presenza del collettivo. Spesso un pensiero viene tanto veicolato dal concetto di collettivo e meno dal punto di vista individuale. E questa è un’altra cosa che purtroppo nell’arte dal mio punto di vista è un peccato. Perché l’arte in sé, anche in alcuni periodi storici, era una cosa molto alta, quindi non era per tutti ed era più facile quindi che fosse una cosa un po’ anche a gusto. Purtroppo, anche io stesso ho vissuto questa cosa quando avevo 14 anni, dove comunque c’era un gruppo e quindi ascoltavi certa musica per sentirti parte di un gruppo, per trovare un’identità ed è un peccato.
Ripenso a quando da piccolino mi sono trovato magari in una battle, perché facevo cantautorato rap. Ho iniziato ad approcciarmi alla musica facendo rap proprio per strada – non come alcuni rapper di adesso che dicono di essere cresciuti per strada anche se non è vero -, e mi ci trovavo a fare musica. Solo che io avevo questa roba che ero un po’ un ibrido, quindi due barre le facevo rappate, due barre le facevo cantate, ed era una cosa un po’ atipica, perché era visto un po’ male dai cultori del rap. Cioè se canti… non voglio dire cosa sei, però il concetto era un po’ forte. Io stesso ero un ibrido e comunque cercavo l’essere diverso, cercavo la mia identità, il mio modo di dire ed era faticoso. Da lì nascono le piume, da lì nascono un sacco di cose. Il concetto di cercare di essere differente, di non avere paura di esserlo. Mi beccavo, adesso è difficile anche… vedi quello che ti dicevo prima sulle sovrastrutture, la verità è pericolosa, come in questo momento. Dicevo, che quindi mi beccavo quelli che mi stavano addosso e mi volevano picchiare perché avevo la piuma, quell’altro che non gli andava bene, la ragazzina che gli piaceva, il ragazzino che diceva figo. Ti scontravi con una realtà vera, che oggi è impensabile. Oggi secondo me è tutto impensabile.
Questo concetto si sta perdendo sempre di più, in ogni ambito, mentre si diventa un collettivo. È diventato tutto fuori dall’individualità ed è deleterio secondo me per la musica, perché l’artista oggi forse si deve preoccupare di più se va di moda, piuttosto che se la canzone che sta scrivendo sia bella. Pensa quanto sia triste questa cosa per l’arte. È di una tristezza enorme. E anche quelli che ti sembrano rivoluzionari, spesso sono una copia del cantautore, la copia dell’artista americano di 40 anni fa e l’altro che quindi piace a quello di 50 anni, l’altro è la copia invece dell’artista contemporaneo della trap, l’altro è la copia dell’artista. Io stesso a volte sono schiavo di questa roba, cioè non è che io mi voglio salvare. Siamo proprio in generale secondo me un po’ più sfigati per questa roba qua. Ed è un peccato, dovremmo essere ancora più singolari, almeno sforzarci tutti di esserlo di più secondo me.
Quello che racconti, riguardo i tuoi inizi, è molto potente come cosa.
Sì sì, è una cosa che poi quando sei ragazzino la vivi, quindi non è che la percepisci in questo modo. Però poi col senno di poi, guardando indietro, nel senso ancora di più la vedi chiara. È proprio una cosa legata alla psicologia e anche alla volontà di essere se stessi, cioè di non avere paura di essere se stessi. È una cosa che sembra detta da “Tre metri sopra il cielo”, ma in verità è una roba che oggi secondo me per farlo devi avere sempre più i coglioni.
L’anno scorso nella serata delle cover e dei duetti ti sei esibito con Riccardo Cocciante, quest’anno hai scelto Arisa in “Say something”. Cosa dobbiamo aspettarci?
L’altro giorno l’abbiamo provata insieme. Arisa è veramente una grande. A parte che è veramente una persona perbene, buona, genuina, e questo è risaputo anche un po’ dal grande pubblico. È veramente brava. Speriamo piaccia, speriamo venga tutto. Però mi è piaciuto, sono proprio contento di condividere con Arisa questa cosa. Secondo me, è una cosa speciale, è una cosa molto bella.

Sei reduce da un tour di successo, hai anche annunciato l’Arena di Verona.
Sì, sono felicissimo del tour, perché è veramente una figata e sta crescendo sempre di più. Questa cosa mi emoziona e mi fa felice, perché vuol dire che stai piano piano costruendo un rapporto solido con le persone, anche con quello che hai fatto e con quello che stai facendo. In programma ci sono un sacco di cose, alcune cose che devo ancora dire, altre cose che sono già fuori, ci saranno due Forum, Rock in Roma e ho annunciato l’Arena. Ci saranno delle novità, non mi sono fermato, non mi fermerò qua.
Tra l’affetto che stai ricevendo, sia nelle date live ma anche in generale, e i tuoi successi, sei uno degli artisti più amati e seguiti in Italia. Che effetto ti fa volare così alto?
Ma in verità sai, dipende anche da come sei fatto. Quando sei dentro non la vivi in questo modo, non la puoi percepire così. Poi oltre a quello, se devo dirti la verità sono molto schiacciato a volte dalle aspettative. Molte volte mi capita anche di confrontarmi con i giornalisti e spesso mi dicono: ah, magari questa cosa è andata meglio di questa, perché magari una fa un platino e l’altra ne fa quattro. Cioè pensa che assurdità, fa comunque platino, ma una ne fa uno e l’altro ne fa quattro. E c’è sempre – poi mi dispiace anche dirlo purtroppo perché sembro lamentoso, non voglio essere negativo – questo bisogno delle aspettative. “Da te mi aspetto questo”. Che magari è il tuo artista preferito, non fa la metà della metà però è incredibile. Sul giornale leggerai “successo della vita” e io se faccio magari un platino invece di quattro leggi: “Ah non è andata bene”. Cioè pensa che paradosso. Quindi tu vivi praticamente con un’aspettativa sempre alta e quasi anche con il concetto quasi di antipatia a volte in questa cosa qua. Invece di dire chi se ne frega, senti cosa ho fatto.
Anche oggi, secondo me il fatto che le classifiche siano così disponibili a tutti, è assurdo. Cioè stiamo vivendo una roba assurda, dove la gente ascolta il primo e poi ascolta il secondo. Ma anche io stesso quando ho magari una canzone prima, lo faccio. Questa cosa però toglie tutta la soggettività e l’individualità dall’arte. È una follia del caz*o. È come se una volta, anni fa, noi avessimo letto “andiamo a vedere chi è il primo in classifica oggi”. Ma che ragionamento è? Non che ascolto che canzone mi piace. Quindi andiamo a dire cosa vogliono vedere tutti quanti, cosa sono portati a vedere tutti quanti. Io stesso mi ci metto in questo discorso, però è una follia. Abbiamo tolto l’individualità. Non voglio fare la guerra al sistema, perché noi siamo questo adesso, però sarebbe bello secondo me in alcune cose elevate come l’arte, la cucina, la letteratura, provare un attimino a cercare un po’ di individualità. Almeno queste cose che dovrebbero essere quelle che ci rendono individui, almeno cercare un po’ di soggettività. Poi c’è gente che magari cerca di farlo, però siamo condizionati, e quindi ti dico: vivo con queste aspettative qua, e questa cosa un po’ mi turba, te lo confesso. Mi turba un po’ vivere con le aspettative… non so quanto faccia bene. Magari farà bene, boh, lo vedremo tra vent’anni e te lo dirò. Se sono esaurito o invece ti dico “mi ha fatto ancora meglio”.
Ti dicevo “Volare così alto” anche perché avevi scritto una volta che avevi paura di volare. Ce l’hai ancora?
Sì, cazzo (ride, ndr). Ho una paura fottuta e incredibile. Ho preso un miliardo di aerei, non ce la faccio. Ma c’è un trucco? Forse devo andare in psicoanalisi o da qualcuno che mi ipnotizzi. Ma è innaturale. Ma gli uomini ti sembra che volino, a te? Ti sei mai girato e hai visto un uomo che spicca il volo? No. È innaturale, è ovvio che ti fa cagare addosso. Una volta ricordo ero con Shablo, praticamente stavamo andando da qualche parte, non ricordo dove, stavamo volando. Lui lo sa che io sono terrorizzato, quindi decolliamo, e lui mentre voliamo si gira verso di me e per “tranquillizzarmi”: “Filo, se l’aereo deve cadere, tanto cade, io sono in pace con me stesso”. Io gli ho detto: “Ma vattene a fanculo”. Cioè mi ha terrorizzato, mi ha spaventato ancora di più. Vorrei una nota bene dicendo a Shablo che è colpa soprattutto sua, se ho ancora più paura di volare. Perché quando volo adesso penso a Shablo che dice sta cazzata e non è sull’aereo con me, quindi rosicherei ancora di più se dovesse cadere. Ha peggiorato tutto.