Interior design: minimal o maximal, lo stile della casa dice molto di noi

C’è stato un periodo in cui frequentavo con cadenza quasi settimanale – specifico quasi perché le varianti del caso possono essere innumerevoli – mercati e fiere di mobili d’antiquariato e modernariato. Avevo una lista, aggiornata mensilmente, con tutti gli appuntamenti dedicati al settore, per lo più a Milano città, tra piccoli mercati di quartiere e iniziative specializzate. A questo, non poteva non aggiungersi una lista di rivenditori, negozi e piccole botteghe, per cui provo ancora oggi una profonda fascinazione: quando vedo un negozio semi abbandonato, pieno di cose vecchie e per lo più inutili e soprattutto con un anziano proprietario, io devo entrarci per forza e comprarci quasi sempre qualcosa. Il fascino dell’introvabile, dell’insolito, di qualcosa che sai di possedere solo tu, mi ha letteralmente divorato con il desiderio di possederne sempre di più, anche solo per il piacere di raccontare l’aneddoto dietro l’acquisto dell’oggetto in questione, perché, ammettiamolo pure, dire di aver scovato una vecchia poltrona in un negozio che non è presente nemmeno su Google Maps, con tutte le difficoltà del trasporto e il mercanteggiare per la contrattazione del prezzo, sortisce un effetto molto più “romantico” del semplice andare in negozio e acquistarlo in 10 comode rate con consegna alla porta.

Il culmine credo di averlo toccato quando cominciai a interessarmi agli appartamenti degli inquilini deceduti del mio condominio; immagino che detta così la cosa può risultare molto scabrosa, ma la verità ha sfumature molto meno creepy. Semplicemente, vivendo in un palazzo abitato per lo più da over 70 di cui, spesso, non conoscevo nemmeno la faccia, mi capitava a volte di trovare mobili lasciati davanti al portone con su il cartello con scritto “AMSA”, ovvero destinati a essere smaltiti chissà dove, in seguito alla morte dell’anziano. E, tra i vari cimeli mal ridotti, capitava anche di scovare qualche chicca imperdibile e, per una serie di fortuite circostanze, capitava anche che qualche figlio o familiare mi invitasse a salire, qualora trovassi qualcosa di interessante che avrei potuto portarmi a casa a titolo gratuito. Bene, negli anni ho racimolato una quantità indicibile di vasi, vassoi in giada cinese e madreperla, tavolini da tè, vassoi d’argento e set di porcellane, quadri con dipinti di oche e gattini, poltrone in velluto e tappezzeria di vario genere. Un’acquisizione compulsiva che, nell’arco di qualche settimana, ero costretta a smaltire a suon di annunci su piattaforme di reselling, quando mi rendevo conto che il mio trilobate di 70mq si stava trasformando, a sua volta, in una specie di bazar di oggettistica.

Com’è nella mia natura contraddittoria, quando ho cambiato casa, ho scelto di orientarmi su un gusto che fosse completamente opposto al precedente. Ero talmente stanca di circondarmi di cose, che nel mio nuovo appartamento ho scelto di ridurre tutto al minimo, talmente al minimo che ancora oggi, a distanza di quasi due anni, mi mancano ancora delle cose. Ma questa è un’altra storia. Quando feci il trasloco, sentii la necessità impellente di liberarmi di quell’involucro a tratti opprimente della mia vecchia abitazione, per lasciare spazio a una dimensione più “spirituale” della casa, dove fossi io protagonista del mio appartamento e non i mobili a sopraffarmi. Al gusto bohémien e parigino, fatto di velluti verdi e rosa, specchi antichi, lampade di design abbinate a vecchi trattati filosofici ed edizioni di “Anna Karenina” del 1915, – che ho saggiamente conservato con cura – , ho contrapposto un’essenzialità quasi da Spa o showroom più che di una casa, con colori chiari, pochi elementi e molta luce. Questo ondeggiare tra due opposte tendenze, una massimalista e una minimalista, ha rappresentato due fasi molto diverse della mia vita: laddove sentivo il bisogno di accumulare, ho poi sentito il bisogno di eliminare, quasi come in un processo catartico.

La tendenza di spazi volutamente chiari, essenziali e perfettamente ordinati, è stata molto virale negli ultimi anni e per molti è una conseguenza alla necessità di ricercare, nella propria casa, quell’ordine asettico e immacolato che non riusciamo a trovare fuori. Se la società va a rotoli e non ci da più punti fermi, ritirarsi nel proprio spazio vitale tra nuance di bianco e beige e la fredda perfezione del marmo, sembra essere l’unica soluzione per conferirci un senso di pace e tranquillità. Uno stile che tuttavia è diventato talmente virale da risultare a tratti anche impersonale: a guardare le case mostrate su TikTok o Instagram, pare che tutti siano andati dallo stesso arredatore. Ed è qui che il fascino del vintage, dell’assemblaggio e anche di quella nota di imperfezione romantica non può essere replicato; esistono case effettivamente massimaliste e barocche che tuttavia sono calibrate talmente bene da non risultare per nulla opprimenti.

E io, in cerca di quell’equilibrio interiore tra un estremo e l’altro, aspiro proprio a quel risultato: il minimalismo estremo mi ha stancato e ho bisogno di un po’ di sano, vecchio caos. Di un po’ di storia vissuta, di qualcosa che mi faccia sentire viva e anche un po’ in pericolo. Ma che non sia opprimente. Le nostre case dicono molto di noi e dei nostri processi di crescita ed è un bene farci caso. Qualunque gusto preferiate, l’importante è che parli di voi: non c’è nulla di peggio che svegliarsi in una casa che non sentite vostra.

[📷 Instagram: alessandro_michele] 

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