Il nuovo Gucci è ‘na cosa grande: il debutto di Demna è un 10/10

Demna lo aveva detto: «Io vedo Gucci come una persona». E in questa sfilata di debutto l’ha fatto davvero, ha ricreato la “Gucciness”. Il talento del creativo è di saper riunire una collettività umana molto variegata davanti a ogni sua collezione. I suoi show non sono semplici presentazioni di capi di lusso, ma una rassegna multicolore di realtà lontanissime tra loro, dove l’alto e il basso, l’alta società e la periferia, la clubbing scene e la tranquillità del quotidiano convivono in un immaginario che è uno specchio veritiero della società in cui riconoscersi, tra vizi e virtù.

Questa collezione Gucci Primavera è una sferzata di vitalità, la stessa che ha ritrovato la città di Milano dopo stagioni piatte. In una venue che è un tributo all’arte italiana e agli Uffizi, una passerella minimale ha messo in contatto la sexiness office-core del periodo Tom Ford con i maranza – croce e delizia della contemporaneità, tanto contestati al designer che spesso li ha portati al centro della scena -, scintillii da regina del dancefloor al più classico esempio di sciura italiana impellicciata, il tutto con un’allure generale che emana glamour, audacia, contraddizioni e picchi di esagerata irriverenza, dove lo show diventa performance del vivere quotidiano, quasi parodisticamente.

Tacchi vertiginosi, pelle lavorata con maestria artigianale, dettagli preziosi declinati in outfit che sfiorano il basic, eppure magnetici. Il trucco è grafico, curato, mentre le unghie sono lunghissime; gli abiti sono fascianti e il corpo è un’arma da mostrare. Pelletteria sublime, con borse desiderabili dalla prima all’ultima. E poi, un cast che farebbe gola a chiunque: Elsa Hosk, Amelia Gray, Gabbriette, Vittoria Ceretti, Mariacarla Boscono, Karlie Kloss, Vivian Jenna Wilson, Emily Ratajkowski, Alex Consani. E infine lei, Kate Moss, che fasciata in un lungo sequin dress nero, svela la schiena con un dettaglio iconico, il perizoma con logo lanciato da Tom Ford nel 1997, che ondeggia tra le rondini tatuate sul fondo schiena, disegnate da Lucian Freud. Se poi di sottofondo ci metti un “Tu si ‘na cosa grande” cantata da Ornella Vanoni, non possiamo che applaudire a uno degli show più belli che Milano abbia visto negli ultimi anni. Ma soprattutto, uno specchio dell’italianità: il culto della bellezza e del corpo, l’edonismo e l’erotismo, i suoi margini e la sua borghesia talvolta sgangherata.

[📷Getty Images 📹 Youtube:Gucci] 

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