Lo ammetto senza alcun indugio: da quando ha iniziato a diffondersi la notizia del sequel de Il diavolo veste Prada ho temuto il peggio. Per un anno siamo stati accompagnati da avvistamenti sul set, scelte di look discutibili, coinvolgimenti sempre nuovi che non facevano altro che aumentare il rischio di rovinare il film. Sulla gestione delle première e del relativo merch ne abbiamo già parlato, decretando che si tratta di scelte che Miranda non avrebbe approvato, perciò non mi dilungherò, anche perché quello che conta davvero, in questa occasione, è parlare del film e soltanto del film. E già da qui emerge l’ostacolo più grande per il completo successo del prodotto: il fatto che si tratti di un sequel. Ovvero del secondo capitolo di una delle storie più iconiche di ben due mondi, quello del cinema e quello della moda. Del primo per una struttura narrativa e una caratterizzazione dei personaggi tecnicamente perfetta, tanto da essere spesso citata nelle lezioni di cinema; del secondo per lo sguardo fresco, addentrato e allo stesso tempo ironico sul sistema moda e, in particolar modo sull’editoria di settore, che il film attraversa senza cercare compromessi. È cosa ormai nota che un sequel non sia mai, se non in rarissime eccezioni, all’altezza del primo. In questo caso specifico, a penalizzare le aspettative, oltre a tutti i motivi già citati, c’è anche il fatto che Vogue stesso – di cui Runway era una sorta di parodia non dichiarata – abbia deciso di coinvolgersi. Forse alcuni non lo sanno, ma si dice che prima dell’uscita del film del 2006 Anna Wintour fosse così contraria a un progetto che potesse in qualche modo dipingerla, che molti brand e personaggi avrebbero rifiutato di apparire. Tutt’altro discorso per il sequel. Una volta che il film è diventato iconico e soprattutto Vogue-approved, la domanda sorge spontanea: avrebbe mantenuto la sua essenza?
Moda, crisi e salvezze italiane
Tutte queste premesse spiegano quanto le mie aspettative, essendo Il Diavolo veste Prada uno dei miei film preferiti di sempre, fossero bassissime. E invece, uscendo dalla sala, mi sono sentita sorprendentemente sollevata – almeno in parte. Un po’ perché l’operazione è stata molto più sicura del previsto: i richiami al primo capitolo, anche molto letterali, compaiono sin dalla prima inquadratura. Possiamo leggerli come segno di pigrizia o come una scelta di giocare sul sicuro, ma alla fine, se abbiamo aspettato quasi vent’anni per questo film, quella sensazione di familiarità non dispiace affatto e, anzi, evita molte delle cadute nel cringe che in tanti si aspettavano. D’altronde Il diavolo veste Prada è un film che parla di identità e di cosa siamo disposti a fare per costruire e definire la nostra – in questo caso quella di Andy, interpretata da Anne Hathaway. Sapere che il sequel non ha perso del tutto la propria identità è in qualche modo rassicurante. Non l’ha persa, ma l’ha inevitabilmente infiocchettata, proprio come un progetto che tiene conto dei suoi investitori e di chi lo ha sostenuto.
E non lo nasconde nemmeno: tra una crisi d’immagine di Miranda, quella dell’editoria stessa e un colpo di scena inaspettato, saranno proprio gli inserzionisti a giocare un ruolo fondamentale – e su questo non diremo altro per evitare spoiler. C’è poi un altro elemento chiave: la moda italiana, che arriva quasi come un salvataggio in extremis della crisi americana. Viene esaltata e valorizzata grazie alla presenza di nomi inimitabili come Dolce&Gabbana, che ha ospitato la troupe durante la sua sfilata a Milano, ma anche Brunello Cucinelli. E soprattutto c’è Milano, mostrata come capitale della moda globale, insieme a luoghi iconici come Lago di Como, che finiscono quasi per rappresentare la vera ancora di salvezza del film. Se il primo capitolo era lo specchio di un settore che ancora non conosceva crisi, lo spaesamento che negli ultimi anni contraddistingue la moda si percepisce anche qui. Non tanto perché venga raccontato esplicitamente, ma perché il film stesso appare, a tratti, spaesato, e in questo senso la moda italiana diventa l’unico appiglio a cui sembra aggrapparsi.
Personaggi tra conferme e limiti
Tra i tanti camei di personaggi noti, che non aggiungono assolutamente nulla al film, uno dei pochi degni di nota è quello di Lady Gaga, che contribuisce anche alla colonna sonora. Per quanto riguarda i protagonisti, la questione è più sfaccettata. Miranda a tratti sembra quasi una parodia di se stessa e pare aver perso parte della sua storica autorevolezza. Una mancanza giustificata con battute sul politicamente corretto o sul fatto che i tempi sono cambiati. Dipendenti pronti a rivolgersi alle risorse umane e dinamiche lavorative completamente diverse. In realtà, più che un’evoluzione del personaggio, sembra lo specchio di un sistema che ha smussato i suoi stessi eccessi, rendendoli meno tollerabili e, forse, meno iconici.
Andy, invece, non sembra affatto cresciuta. E non lo dico perché il volto di Anne Hathaway è pieno di botox, ma proprio per la costruzione del personaggio: quella sua versione da paladina salvatrice alla Emily in Paris oggi non funziona più. Per fortuna possiamo contare su Nigel, sempre impeccabile e coerente: un personaggio che non cambia mai, ed è proprio questo il suo punto di forza, riuscendo anche a prendersi una piccola rivincita dopo la delusione del primo film. Emily resta purtroppo una caricatura di se stessa, ma mantiene una certa solidità, nonostante sia inserita in un contesto che nessuno si aspettava e che non le rende giustizia, abbassandone il potenziale quando potrebbe essere molto di più.
Un sequel nostalgia: forse troppa o forse necessaria, visti i tempi
Un po’ come tutto il film che, alla fine dei conti e forse inevitabilmente sceglie di presentarsi come l’ennesimo sequel nostalgia di un tempo iconico che non tornerà più. E va bene così, per evitare quel senso di spaesamento di cui parlavamo prima, ma apre delle domande. Perché se da una parte questa operazione funziona proprio grazie al richiamo costante a ciò che è stato, dall’altra lascia anche una sensazione di occasione mancata, come se il film non avesse mai davvero il coraggio di staccarsi dal proprio passato per dire qualcosa di nuovo e davvero rilevante sul presente. Il risultato è un prodotto che si lascia guardare, che strappa anche qualche sorriso e qualche momento di autentico piacere, soprattutto per chi ha amato visceralmente il primo capitolo, ma che raramente sorprende davvero.
È come se ogni scelta fosse stata ponderata per non scontentare nessuno ed è questo che un po’ tradisce l’anima del primo film: Il diavolo veste Prada era diventato un cult perché, sotto la superficie patinata, aveva il coraggio di essere spietato, mentre questo sequel sembra più interessato a preservare quell’eredità che a metterla in discussione. Alla fine si esce dalla sala con una sensazione duplice: da una parte il conforto di aver ritrovato personaggi e atmosfere familiari, dall’altra la consapevolezza che quel mondo così com’era appartiene ormai a un’altra epoca. In un periodo in cui praticamente ogni film che ha fatto la storia sta ricevendo il suo sequel, quello de Il Diavolo veste Prada è esattamente quello che ci si aspetta da un sequel: che non sarà mai iconico quanto il primo, ma dimostra quanto la nostalgia, oggi, sia ancora una delle leve più potenti per coinvolgerci.
[📸 Courtesy of Disney]