Il canto libero di Lucio Battisti, 25 anni dopo la sua scomparsa

L’immensità, la prigionia, la libertà. Concetti, musica e parole troppo più grandi di una semplice canzone di una manciata di minuti. Ma con alcune righe il duo Mogol-Battisti riuscì a farlo. Può una canzone sopravvivere allo scorrere inevitabile del tempo? Può, ma succede solo ai più grandi. E a quelli più grandi succede anche che le canzoni siano molto di più, che diventino immortali. “Il mio canto libero” entra di diritto nel gotha di “quelle canzoni”. Per cui non c’è da parlare tanto, ma c’è solo da cantare e ricordare. Magari con una chitarra in mano, davanti a un falò, cercando di riassaporare quel “vento tiepido d’amore”, in “un mondo che prigioniero è” ancora adesso, 50 anni abbondanti dopo. C’era chi diceva che Battisti non sapesse cantare. In realtà lo sapeva fare, ma andava oltre: raccontava con le sue interpretazioni sfumature impercettibili, sapeva suonare, sapeva rappresentare tutte queste cose con la sua chioma, un viso pulito, un carattere timido e una libertà inscalfibile.

Ed è proprio sentendolo sulle note de “Il mio canto libero” che vogliamo ricordarlo oggi, 9 settembre, il giorno in cui ci ha lasciato ormai 25 anni fa.

[📹℗ 1972 Sony Music Entertainment Italy S.p.A.]

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