Il beauty inizia sotto gli indumenti

Che cosa succede quando l’intimo smette di essere soltanto qualcosa da indossare sotto gli indumenti e diventa un vero e proprio prodotto di cura? È questa l’idea alla base del carewear, una categoria ancora agli inizi che porta nel guardaroba quotidiano la logica della skincare: capi intimi e basici progettati non solo per vestire, ma anche per offrire benefici alla pelle e al benessere. BOF porta l’esempio perfetto di questo nuovo trend, parlando con Aurelie Salas, co-fondatrice del marchio di intimo Underdays, la quale, interrogata a riguardo, riferisce esplicitamente che i concorrenti del suo brand non sono marchi di lingerie o shapewear come Victoria’s Secret o Skims, ma marchi beauty, per citarne alcuni per esempio Merit e Summer Fridays. «Stiamo seguendo il manuale che molti marchi di bellezza, soprattutto quelli che promuovono la bellezza naturale femminile, hanno già scritto» dichiara Salas. L’obiettivo, naturalmente, non è convincere le consumatrici a sostituire un balsamo labbra con un paio di slip. È piuttosto trasformare i capi che indossiamo ogni giorno in una sorta di estensione della nostra routine di benessere. Underdays è tra i pochi marchi che stanno provando a costruire questa nuova categoria, puntando su intimo di alta qualità e tessuti studiati per interagire con la pelle. Gli slip di Underdays, per esempio, combinano un rivestimento esterno in morbido Tencel con un tassello interno realizzato in un tessuto brevettato arricchito con prebiotici e probiotici, chiamato “Underskin”, che promette di sostenere il naturale microbioma della pelle. Il kit iniziale costa 48 sterline, circa 65 dollari.

Un approccio simile è quello di Sylva, il marchio britannico fondato dalla stilista e modella Tallulah Harlech, che propone capi essenziali ed eleganti, prevalentemente a coste, pensati per le pelli sensibili. La prima collezione comprendeva leggings e abiti come l’Hero Dress, da 500 dollari, realizzato con un tessuto a coste studiato per aiutare a mantenere la pelle idratata. L’idea nasce da un’esigenza personale di Harlech, che cercava capi capaci di non aggravare la sua psoriasi senza rinunciare allo stile: indumenti da poter abbinare, come racconta, «a un cappotto Loewe, una giacca Chanel o una scarpa Manolo».

La direzione, però, non riguarda soltanto l’intimo. La moda sta sperimentando sempre di più tessuti capaci di incorporare funzioni tradizionalmente associate alla cosmetica. La tecnologia utilizzata da Underdays, per esempio, proviene da HeiQ, azienda svizzera specializzata in materiali che ha recentemente collaborato con Coperni a una linea di abbigliamento sportivo definita “rigenerante”, presentata come una sorta di trattamento skincare da indossare. È il risultato di una convergenza sempre più evidente tra moda, beauty e wellness. Mentre farmaci e procedure di nuova generazione intervengono sul corpo in tempo reale, anche gli oggetti che lo circondano stanno diventando più “funzionali”. Merit, potenziale concorrente di Underdays, ha recentemente lanciato una capsule di abbigliamento sportivo, mentre grandi retailer come Uniqlo propongono già capi con protezione solare. Il passo successivo potrebbe essere una nuova generazione di T-shirt idratanti, leggings rassodanti o capi progettati per intervenire su specifiche esigenze della pelle. Per ora, tuttavia, i grandi nomi dell’abbigliamento sembrano procedere con cautela. I tessuti “carewear” sono costosi, complessi da produrre e spesso vengono accompagnati da promesse difficili da verificare. Amanda Parkes, scienziata dei materiali e responsabile tecnologica di Mothership Materials, parla di una vera e propria «iperfunzionalizzazione»: aggiungere trattamenti, sostanze e processi a un tessuto significa aumentarne inevitabilmente costi e complessità, ma non è sempre chiaro quale sia il reale beneficio per chi lo indossa.

Il fenomeno si inserisce in una trasformazione più ampia del concetto stesso di wellness. Ai tempi di Goop, il benessere aveva ancora un’immagine relativamente definita: una cucina luminosa piena di prodotti freschi, una selezione di integratori, una sauna a infrarossi e una vasca per il ghiaccio. Oggi, invece, il wellness sembra essersi frammentato e infiltrato in ogni aspetto della quotidianità, dal caffè all’abbigliamento. A rendere possibile questa evoluzione è anche il rapido progresso della tecnologia tessile. La Future Fabrics Expo di Londra, dove Harlech ha individuato il produttore dei tessuti di Sylva, presentava circa 1.500 campioni nel 2016; quest’anno ne ha esposti 10.000.

Molti di questi materiali cercano di trasferire nel tessile la grammatica della skincare, attraverso ingredienti naturali o sostanze considerate benefiche per la pelle. SeaCell, prodotto dall’azienda tedesca Smartfiber a partire da alghe e cellulosa di legno, viene per esempio presentato come fonte di “minerali nutrienti”, tra cui calcio, magnesio e vitamina E. «È molto in stile La Mer», osserva Harlech. Altri progetti spingono ancora oltre il concetto. L’italiana Yalurona propone un body realizzato con particelle d’oro e acido ialuronico, mentre il marchio tedesco Graffenberg pubblicizza pantaloni, shorts e T-shirt unisex realizzati con tessuti contenenti rame antibatterico e CoQ10.

Il carewear è dunque ancora una promessa più che una categoria consolidata, ma la direzione è chiara: se per anni abbiamo imparato a scegliere creme, sieri e integratori in base a ciò che possono fare per il nostro corpo, il prossimo passo potrebbe essere scegliere anche ciò che indossiamo con la stessa attenzione.


[📷 Instagram: theunderdays]

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