Il 2026 è il nuovo 2016? La risposta delle celeb è sì

La La Land e Animali Notturni sono al cinema e Lemonade di Beyoncé è una rivoluzione culturale. Il filtro Rio de Janeiro è ovunque su Instagram, esce Stranger Things e Leonardo DiCaprio vince finalmente l’Oscar. È il 2016 e molti, ripensando a quell’anno oggi, sono portati a credere che andasse tutto bene. Ovviamente non era così, ma il senso di nostalgia che pervade la Gen Z e che definisce i trend social è evidente ormai da anni e nel 2026 lo è ancora di più. Perché dall’inizio del nuovo anno non si fa che parlare del 2016.

Ed è ironico perché la Gen Z si divide tra chi professa la pratica del manifesting in tutte le sue forme proiettandosi verso un futuro radioso, e chi invece si rifugia in un passato spesso troppo giovane per essere stato vissuto davvero e che quindi viene romanticizzato – altro termine estremamente in voga sui social -, capace di rendere qualsiasi cosa automaticamente più bella. Oppure, e forse è l’opzione più diffusa, chi fa entrambe le cose. E il 2026 ne è la dimostrazione. In concomitanza con l’inizio del nuovo anno, forse complice un contesto storico in cui il presente spaventa e fa sentire smarriti, i social si sono rifugiati nel passato, rendendo di nuovo attuale ciò che accadeva esattamente una decade fa. Tra una situazione geopolitica incerta, trend che non appagano e un generale senso di saturazione digitale, il 2016 appare come un periodo luminoso, un luogo sicuro in cui rifugiarsi e di cui avere nostalgia. Il 2016 non potrà mai tornare davvero, ma sui social è ormai evidente che tutto può succedere e quindi, almeno nel mondo online, quell’anno è tornato per davvero. Un’epoca in cui i social erano più spensierati, in cui la distanza tra ciò che era reale e ciò che era finto non era così sottile, e in cui comportamenti che per un periodo sarebbero stati definiti cringe – basta pensare al filtro Rio de Janeiro – oggi tornano con forza.

Quindi, alla domanda 2016 is back? La risposta sui social è unanime: sì. E a dirlo sono anche le celeb. Negli ultimi giorni, da Emily Ratajkowski a Lily Collins e Selena Gomez, fino a Kylie Jenner, che è addirittura rientrata ufficialmente nella sua King Kylie era, il richiamo al 2016 è ovunque. Non un semplice comeback nostalgico, ma una vera strategia, come dimostra la nuova collezione di Kylie Cosmetics ispirata proprio a quel periodo in cui Kylie era una delle cool girl più amate d’America. Capelli che cambiavano colore a ogni apparizione, scatti virali con filtri Snapchat e una linea make-up che, tra lip kit e campagne diventate iconiche, è riuscita a segnare un’epoca beauty. Tutte volevano un lip kit e tutto ciò che Kylie pubblicava sui social diventava automaticamente cool. Un ritorno forse non richiesto, ma inevitabilmente capace di scaldare il cuore degli appassionati di pop culture e beauty; una strategia di marketing, certo, ma anche un modo per chiudere simbolicamente un capitolo che l’ha resa ciò che è oggi. Un omaggio nostalgico a un’estetica che forse non le appartiene più, ma che continua ad avere un potere fortissimo sull’immaginario collettivo, dimostrando come anche moda e beauty abbiano ormai abbracciato questa nostalgia.

Una nostalgia che ci ricorda ancora una volta che la storia è ciclica, soprattutto nella moda, ma anche che ciò che un tempo sembrava una fuga o un modo per trovare una community, come i social, oggi appare spesso performativo, divisivo ed estenuante. La pressione di dover essere sempre presenti, sempre rilevanti, sempre allineati a un’estetica o a un’opinione, ha trasformato la condivisione in una prova di resistenza. Da qui il ritorno a hobby analogici come l’uncinetto o il journaling, il rinnovato fascino degli iPod, delle serate al cinema e delle macchinette fotografiche digitali: piccoli rituali lenti e spesso privi di pubblico che sembrano rispondere al bisogno di riconnettersi con qualcosa di più autentico. È una nostalgia che non riguarda solo un’estetica, ma un modo diverso di vivere il tempo, di consumare contenuti e di stare online, quando tutto sembrava – paradossalmente – meno filtrato e meno carico di aspettative. Forse il 2026 non è davvero il nuovo 2016, ma ha bisogno di prendere in prestito la sua leggerezza. Di ricordarsi di quando i social erano un mezzo e non un fine, un luogo di scoperta più che di performance, di divertimento più che di validazione. Meno post, più vita. Meno performance, più autenticità.

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