I progetti magici di Junya Ishigami: un’architettura in sospeso tra natura e immaginazione

Pochi giorni fa abbiamo raccontato la storia di un luogo magico a poche ore da Tokyo: KAIT plaza, una costruzione architettonica ideata dall’architetto Junya Ishigami. Indagando sul suo conto abbiamo scoperto i suoi lavori e abbiamo deciso di addentrarci nella sua pratica, particolarmente interessante e scenografica. L’architettura di Junya Ishigami sembra infatti esistere in uno spazio sospeso tra natura e artificio, dove il paesaggio diventa parte integrante dell’architettura e struttura stessa della loro esperienza. I suoi progetti, spesso visionari e poetici, mettono continuamente in discussione il confine tra costruzione umana ed elemento naturale, trasformando l’architettura in un organismo vivo, fragile e contemplativo.

Uno degli esempi più spettacolari di questa ricerca è lo Zaishui Art Museum, inaugurato in Cina nella provincia dello Shandong. Il museo, lungo un chilometro e costruito sopra un lago artificiale all’ingresso di una nuova zona urbana di Rizhao, si sviluppa come una sottile linea orizzontale che attraversa quasi completamente lo specchio d’acqua. Più che un edificio tradizionale, sembra emergere direttamente dal lago. Una serie regolare di colonne sottili si innalza dall’acqua sostenendo una copertura in cemento dalla forma ondulata e leggera, pensata per richiamare il profilo delle montagne sullo sfondo. Tra le colonne sono state inserite grandi superfici vetrate che permettono ai visitatori di osservare il paesaggio circostante, ma la scelta più radicale è quella di lasciare volutamente aperti alcuni punti di contatto tra pavimento e lago. L’acqua entra così nel museo, invade parte degli spazi interni e continua a scorrere persino in inverno, quando la superficie ghiacciata del lago nasconde il movimento dell’acqua sottostante. In alcuni punti il tetto si apre verso il cielo, lasciando entrare luce, pioggia e vegetazione, cone in KAIT Plaza. Per Ishigami il progetto nasce da una riflessione precisa sull’architettura contemporanea cinese, che considera troppo chiusa e difensiva nei confronti dell’ambiente naturale. Il suo intento era creare uno spazio in cui interno ed esterno smettessero di essere separati.

Questa stessa tensione tra artificio e natura ritorna anche nell’Obel Art Biotop Water Garden, realizzato vicino ai monti Nasu, in Giappone. Più che un giardino, si tratta di un paesaggio costruito con estrema delicatezza: 318 alberi circondano 160 piccoli specchi d’acqua, creando micro habitat naturali per piante e organismi acquatici. Ogni albero adulto è stato trasferito e ripiantato manualmente nell’arco di quattro anni, dopo essere stato rimosso dall’area dove sarebbe sorta la residenza per artisti Art Biotop. Il risultato è uno spazio quasi irreale, dove il cielo e le foglie si riflettono nell’acqua immobile, tra muschio, pietre e sentieri sospesi. Pur essendo un paesaggio profondamente artificiale e controllato, il giardino appare vivo e spontaneo, destinato a trasformarsi lentamente nel tempo. Pensato come luogo di meditazione e contemplazione, è accessibile agli artisti residenti e ai visitatori che prenotano un percorso guidato.

Nel 2019 Ishigami ha poi firmato anche il celebre Serpentine Pavilion di Londra, installato nei Kensington Gardens davanti alla Serpentine Gallery. L’architetto lo descrive come “una collina fatta di pietre”: una grande copertura irregolare composta da 61 tonnellate di ardesia sostenute da una sottilissima struttura in acciaio e da una foresta di 106 colonne disposte in modo apparentemente casuale. Ancora una volta, Ishigami lavora sul concetto di paesaggio trasformato in architettura. Il tetto in ardesia, elemento comunissimo nell’edilizia tradizionale, viene reinterpretato come una formazione naturale: una montagna, una roccia, un uccello in volo o una massa nuvolosa. Ishigami stesso ha raccontato di voler evocare immagini aperte all’immaginazione personale, come quando si osservano le nuvole cercando forme nascoste. All’interno, il padiglione ospitava tavoli e sedute progettati dallo stesso Ishigami, simili a ninfee appoggiate sul terreno. Anche qui il confine tra spazio costruito e paesaggio sembrava dissolversi completamente.

Questa poetica raggiunge forse la sua forma più estrema nella casa-ristorante in fango realizzata a Ube, nella prefettura giapponese di Yamaguchi, per lo chef Motonori Hirata, amico personale dell’architetto. L’edificio, semi-ipogeo e quasi invisibile dalla strada, è stato costruito scavando direttamente il terreno e colando cemento nelle cavità create nel suolo. Una volta rimossa la terra, è emersa una struttura cavernosa fatta di archi, colonne organiche simili a stalagmiti e superfici irregolari. Inizialmente il fango avrebbe dovuto essere eliminato dal cemento, ma Ishigami, colpito dalla texture naturale ottenuta, ha deciso di conservarlo, trattandolo con un’antica tecnica giapponese usata per il restauro delle pareti in terra. Il risultato è uno spazio primordiale e scenografico, che sembra esistere da secoli. La materia grezza, le imperfezioni e le curve naturali conferiscono all’edificio una sensazione di peso, permanenza e appartenenza al paesaggio. Dall’alto emerge soltanto una copertura bianca ondulata con tre lucernari, nascosta tra alberi e vegetazione. Gli interni ospitano sia l’abitazione privata sia il ristorante. Le due funzioni sono separate da piccoli cortili interni, mentre ampie vetrate inserite tra le arcate permettono alla luce di filtrare delicatamente negli spazi. Nella casa compaiono dettagli quasi domestici e meditativi, come una conversation pit incassata nel pavimento, una cucina scolpita direttamente nel cemento e una vasca integrata nella struttura stessa dell’edificio.

In tutti questi progetti, Ishigami sembra perseguire la stessa idea radicale: un’architettura che non domina la natura, ma che si lascia lentamente assorbire da essa, fino quasi a scomparire, dando vita ad armoniosi esempi di convivenza tra natura e cultura.


[📷 jnyi.jp]

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