Diciamolo pure: per buona parte della tradizione del genere horror, le donne hanno sempre avuto il ruolo delle vittime. Uccise, violentate, seviziate, o per lo più destinate ad apparizioni sexy, che tuttavia non bastano a risparmiarle alla sorte infausta a cui sembrano destinate sin dall’inizio del film, le donne nella cinematografia dell’orrore hanno quasi sempre rappresentato l’agnello sacrificale di mostri e umani terrificanti, brutali scene di violenza condite da una buona dose di urla e lacrime. Da thriller iconici come “Psyco” di Alfred Hitchcock, dove un’impeccabile Janet Leigh viene accoltellata nella doccia, fino a “Blood Feast” del 1963, considerato il primo splatter della storia, dove sin dalla locandina si percepiva come la protagonista in reggiseno sarebbe stata vittima di atrocità, bisogna aspettare gli anni ’70 e la seconda ondata femminista a cambiare per certi versi le cose.
Nel 1976 arriva sugli schermi Carrie White, protagonista dell’horror “Carrie – Lo sguardo di Satana”, ragazza timida e remissiva all’inizio, vittima di bullismo, che pian piano mostrerà doti sovrannaturali e malefiche tanto da diventare lei stessa incarnazione del male. Una prima dimostrazione che le donne, anche quelle apparentemente più passive, possono e vogliono ribellarsi alla prepotenza. Spaventosa anche la protagonista del cult “L’esorcista”, che, guarda caso, è una bambina impossessata. Bambine e ragazzine a cui era semplicemente chiesto di essere buone, composte e obbedienti diventano improvvisamente mostri terribili e diabolici, incubi nelle notti di molti spettatori. E che dire del capolavoro “Possession” di Andrzej Żuławski, con un’indimenticabile Isabelle Adjani tra urla e sangue nelle metropolitane della Berlino Ovest degli anni ’80. Donne inquietanti, donne con un mistero, ma soprattutto donne disposte a tutto a non cedere, diventando loro stesse carnefici.
Se anche un film flop degli anni 2000 come “Jennifer’s Body”, con una Megan Fox all’apice della sua bellezza, è stato riconsiderato nel tempo come horror femminista, – la regista è infatti una donna, Karyn Kusama -, attualmente “The Substance” di Coralie Fargeat è il body horror più chiacchierato dell’anno, facendo ovunque incetta di premi e ottime critiche grazie anche alle magistrali interpretazioni di Moore e Qualley. Ma la regista francese non è la sola a rappresentare una recente ondata di cinematografia horror femminile e femminista, ma è diventata la più acclamata rappresentante di una lunga lista di talenti. Da Julia Ducournau, regista francese di “Titane” a Halina Reijn, che ultimamente è balzata agli onori della cronaca con il “Baby girl” che ha fatto vincere la Coppa Volpi a Venezia a Nicole Kidman, ma che ha alle spalle un horror d’autore come “Bodies Bodies Bodies”, le donne sono diventate le maestre del cinema spaventoso, e sembrano più determinate che mai a detenere un primato inizialmente riservato solo agli uomini.
Che sia questo sintomatico di un bisogno sempre più radicato di ribellarsi alle violenze di genere di una società ancora essenzialmente maschilista? Le donne della settima arte decidono di rompere gli schemi, prendendosi, giustamente, la libertà di essere sempre più convincenti nel terrore e nella violenza cinematografica, con scene crude, realistiche ma anche sublimi. Film girati con maestria e dovizia di particolari, dove se prima le donne erano quasi sempre costrette a soccombere, ora non solo diventano pronte a reagire ma anche disposte a essere brutalmente crudeli. Nel “Revenge” della Fargeat, la protagonista abusata dall’amante, rinasce e si vendica fino a una conclusione mozzafiato e ad alto tasso emoglobinico. La vendetta che è un urlo disperato e quanto mai attuale di opporsi definitivamente ma soprattutto di combattere la presunzione di un maschile tossico e dominante. Se a questo si aggiunge una messa in piega al top, unghie perfette e un tacco 12, il risultato non può che essere iconico. Le donne restano le assolute protagoniste della società odierna, continuano a fare shopping di scarpe e borse costose, ma sono sempre più determinate a sbarazzarsi metaforicamente di chi cerca di imprigionarle in assurdi canoni di passività e riverenza. Pronte a far paura, fuori e dentro gli schermi.
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