Hermès fa causa alle metaBirkins

Gli NFT stanno prendendo sempre più piede, raggiungendo quasi ogni ambito della nostra vita e della società. A volte, però, i confini di questi non-fungible token non sono così ben definiti ed è complesso capire fino a dove un qualcosa di non fungibile non violi i diritti di quanto già creato fisicamente. È il caso, ad esempio, di Hermès che solo pochi giorni fa ha consegnato al tribunale del southern district di New York una citazione di 47 pagine nei confronti di Mason Rothschild, creator di NFT, definito dalla maison come uno “speculatore digitale che sta cercando di arricchirsi velocemente” dopo che questi ha messo in vendita cento borse digitali simili alla celebre Birkin.

Anche questo episodio, quindi, va ad aprire la strada ai già numerosi interrogativi riguardati la validità dei marchi registrati nel mondo reale, rispetto a ciò che, invece, accade nel metaverso. Dopo la nota presentata da Hermès, il marketplace OpenSea ha smesso di vendere le MetaBirkins, ma lo stesso Rothschild ritiene invece che, in quanto artista, le sue attività siano tutelate dal Primo Emendamento, il quale garantisce libertà di parola descrivendo le MetaBirkins come una “astrazione giocosa di un monumento esistente della cultura della moda”. La maison francese, dal canto suo, sostiene invece che l’artista punti a “fregare i tratti distintivi della famosa Birkin aggiungendo il generico prefisso ‘meta’. Non ci sono dubbi che questo successo è emerso grazie al suo uso confuso e diluito dei noti trademark di Hermès”.

Essendo la controversia tanto delicata quanto spinosa, ad oggi la causa è ancora priva di un responso da parte del Tribunale.

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