Helmut Lang: perché una retrospettiva sul designer che ha anticipato un’epoca era necessaria

Esistono nomi, figure, personaggi, la cui eredità rimbomba incessantemente come qualcosa che aspira con tutte le forze a non essere mai dimenticato e restare impresso nella mente di tutti. Al contempo, esistono altre personalità, che non sgomitano, non urlano, ma sussurrano come un’eco potentissima, un’energia magnetica che, senza sforzo, perdura sfidando il tempo. Helmut Lang fa parte di questa seconda categoria. In un sistema moda che arranca e corre verso obiettivi fatui, Helmut Lang sopravvive in una condizione semi-mitologica che, tuttavia, rifugge il concetto stesso di divinizzazione. Il suoi capi, i suoi oggetti, persino le sue fragranze, sono ricercati come pezzi unici e rari e la cosa straordinaria e che non si desiderano per il semplice scopo di possederli, ma per quell’aura che ci parla di una moda, o meglio, di un approccio alla moda ora più raro che mai, dove la moda è solo un mezzo tra tanti per raccontare un linguaggio interdisciplinare. In questo, il designer austriaco è stato un anticipatore, e come tutti gli anticipatori, ha scelto di ritirarsi da quello che ormai considerava un settore sterile molti anni fa, per dedicarsi completamente all’arte. Helmut Lang è arrivato molto prima di tanti altri ma non intende gareggiare con nessuno: in questo, consiste la solennità del suo lavoro che non si esprime solo attraverso i vestiti ma in un complesso e sublime gioco di intrecci culturali, dove le più diverse forme creative hanno dialogato al fine di non istituire semplicemente uno stile o una collezione ma un immaginario fedele a se stesso eppure in continua evoluzione.

“Helmut Lang. Séance De Travail 1986-2005” è il nome della prima grande retrospettiva dedicata allo stilista, in scena al MAK di Vienna, città natale di Lang, dal 10 dicembre 2025 fino al 3 maggio 2026. Un appuntamento già definito dalla critica imperdibile e che sicuramente vedrà un incremento anche nel turismo della capitale austriaca. Ma, è giusto segnalarlo: se pensate di ripercorrere la carriera del designer di culto attraverso le sue collezioni vi sbagliate di grosso. Nella retrospettiva infatti non troverete alcun capo in senso fisico, ma una presentazione contemporanea e multimediale, che include installazioni su larga scala site-specific e una selezione di materiali originali provenienti sia dal MAK Helmut Lang Archive sia dall’archivio personale dell’artista. Uno sguardo all’archivio e alla memoria di una carriera iconica che sceglie di non cristallizzarsi nella retorica del memoriale nostalgico: l’archivio è vivo e diventa luogo nato per generare altre idee. Un’immersione autentica in un’eredità preziosa soprattutto per il futuro, capace di promuovere non solo un’estetica ben precisa e che ha fatto la storia, ma anche valori di libertà vorace e vulnerabile, raccontata attraverso un silenzio che non è fermo ma ricco di ispirazioni.

Ma partiamo dal titolo della mostra, “Séance De Travail”: letteralmente “sessioni di lavoro” che è sempre stata la modalità con cui Lang ha presentato le sue collezioni. Per lo stilista la sfilata non era semplicemente mostrare un prodotto finalizzato al consumo ma un’esperienza vera e propria. Nella mostra, le installazioni site-specific ricostruiscono elementi dei suoi famosi store di New York e Parigi, trasformandoli in sculture che contengono abiti, immagini, suoni. Tutto è vivo, niente è statico. Ci si muove in uno spazio variegato dove comunicazione, architettura, profumi, video, frammenti di backstage coabitano senza una gerarchia specifica. Dopotutto, come diceva lo stilista: «All has equal weight».

Helmut Lang è stato il primo a trasmettere una sfilata in livestreaming nel 1998, dimostrando una lungimiranza senza paragoni; è stato il primo a concepire l’importanza dello spazio urbano nella comunicazione della moda, tappezzando i taxi della città di New York con cartelloni di foto delle sue campagne, scattate da una leggenda della fotografia come Robert Mapplethorpe. Dopotutto, è stato anche il primo a comprendere l’importanza di uno scambio fertile e continuativo tra arte e moda e ha collaborato con alcuni degli artisti più importanti del secolo: Louise Bourgeois, Jenny Holzer, Jürgen Teller solo per citarne alcuni. L’esposizione mette in evidenza questa poliedricità che, se oggi ci sembra naturale, ai tempi era considerata come una vera e propria forma di resistenza: non accontentarsi, o meglio non piegarsi, alle leggi di vendite preimpostate ma seguire un flusso naturalmente interconnesso tra elementi diversi. Anche il mondo delle fragranze diventa un’estensione invisibile della sua identità, capace di insinuarsi nello spazio in maniera impercettibile ma indimenticabile, come un’opera d’arte. Sculture, led, video, polaroid con scene di vita vera, prototipi, profumi, oggetti ibridi: tutto nella retrospettiva ci parla di un linguaggio brutale, asettico, chirurgico, evocativo e profondamente umano.

Oggi in molti cercano di accaparrarsi capi e oggetti di Helmut Lang come quasi a voler, attraverso un processo consequenziale, riprodurre ⁠su sé stessi quell’allure dove il mito realistico ha saputo fondare la propria leggenda attraverso la sottrazione piuttosto che sull’abbondanza. Eppure, come la retrospettiva stessa ci insegna, Lang non ha intenzione di pensare alla propria produzione come a qualcosa da accumulare, ma come semplicemente a un’esperienza da vivere, dimostrando nel tempo un’integrità assoluta e che a oggi ci sembra quasi aliena. «Ich bin nur zufällig hier. Meine Kleidung ist mitgekommen, ohne mich zu fragen». [«Sono qui solo per caso. I vestiti sono venuti con me senza chiedermelo»] dichiarò in un’intervista nel 1994. Eppure, con quella riservatezza quasi solenne che ha sempre caratterizzato la sua opera, è riuscito a imporsi nella memoria collettiva più che come oggetto di consumo come oggetto di valore o addirittura valore stesso, aspetto per lui fondamentale. Guardare al metodo Helmut Lang nel 2025 dovrebbe far riflettere non tanto per emularlo, ma per spronare a una ricerca sul valore, sulla conoscenza, sull’importanza del processo oltre il risultato.

[📷 © MAK/Christian Mendez]

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