Per quanto mi riguarda, Hamnet è senza dubbio il film più bello che abbia visto al cinema negli ultimi mesi. Un titolo passato un po’ in sordina tra le tante uscite di questo periodo, forse perché il budget marketing non era paragonabile alle grandi campagne che abbiamo visto di recente, chissà, ma che merita molto più rumore di quello che ha avuto. Sono andata a vederlo spinta da diverse passioni, probabilmente condivise da molti: l’amore per i film in costume, quello per Paul Mescal, e il fascino senza tempo delle vite dei personaggi storici come William Shakespeare, così lontane e misteriose. Ne sono uscita conquistata per ragioni che vanno ben oltre queste premesse.
Ma partiamo dall’inizio. Nei titoli d’apertura si precisa che ai tempi dei fatti, ovvero la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, i nomi Hamnet e Hamlet erano intercambiabili. È chiaro, quindi, che stiamo per assistere alla genesi di Amleto; meno chiaro è che saremo travolti da un tornado emotivo senza paragoni. Dalla Stratford-upon-Avon di Shakespeare seguiamo i momenti più intensi della sua vita: l’innamoramento casuale ma totalizzante per Agnes; la nascita della loro famiglia, dei loro tre figli e l’evento destinato a cambiarla per sempre; l’ambizione mai egoista di cercare fortuna a teatro a Londra, anche a costo della distanza; l’assenza che pesa più di una presenza; la redenzione, facile da desiderare e difficilissima da meritare. Temi antichi, ma incredibilmente attuali.
Qui Shakespeare non è ancora il mito che associamo al suo nome ma è semplicemente un uomo. Ed è proprio una tragedia familiare a far esplodere un climax emotivo che sembra spingersi oltre i limiti sopportabili, trascinandoci dall’alto al basso fino a una sospensione finale che coincide con una catarsi perfetta. Un viaggio emotivo che non deve essere stato semplice nemmeno per i protagonisti. La regista Chloé Zhao ha scelto di attraversarlo insieme al cast in un modo tanto inaspettato quanto potente: ballando sul set. In un video che lei stessa ha pubblicato su Instagram, li vediamo ballare tutti insieme sulle note di We Found Love di Rihanna durante l’ultimo giorno di riprese al Globe Theatre. «È stata una liberazione che ha trasformato tutto ciò che avevamo trattenuto in gioia, in una catarsi condivisa», ha scritto Zhao. «Possiamo sostenere insieme, come comunità, ciò che da soli è troppo difficile da portare». Un pensiero che sintetizza perfettamente il senso del film: il dolore come esperienza collettiva, l’arte come spazio di condivisione.
Se la vita del drammaturgo più famoso al mondo resta avvolta nel mistero, Zhao sceglie di esplorarne l’interiorità, immaginando il mondo emotivo della sua famiglia in un racconto intenso e profondamente umano. Il dolore è centrale, ma non definitivo, e nel finale trova una forma di sollievo che permette di uscire dalla sala con la testa piena ma il cuore più leggero. Magistrale, in questo scenario, l’interpretazione di Jessie Buckley nel ruolo di Agnes Shakespeare, una prova magnetica, viscerale, capace di restare addosso a lungo dopo i titoli di coda; che le è valsa un Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico e che speriamo possa trovare ulteriore riconoscimento anche agli Oscar.
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