La questione dello stupro di Palermo ha occupato un posto centrale nel dibattito pubblico. Ci ha scossi, sì, ma prima di tutto ha devastato la vita di una ragazza, che ora si trova ad affrontare una nuova violenza. Quella causata negli ultimi giorni dalla “pornografia del dolore”, per cui anche i dettagli più macabri diventano show. E così abbiamo visto nomi, chat, video diventare di dominio pubblico; creator e pagine hanno cavalcato l’onda per raccogliere like e visibilità. La società intera si è fermata a osservare tra il disgusto e la fascinazione il dolore e la violenza, dimenticando, forse, che non si tratta di un racconto di fantasia, ma di vita vera. E non è nemmeno un’eccezione, come dimostrano i numeri.
Secondo l’Osservatorio Diritti, al netto dei tutti i casi sommersi, nel 2021 c’è stata una violenza sessuale denunciata ogni 131-132 minuti, una media di 11 stupri o abusi. Le vittime sono perlopiù donne, mentre gli aggressori sono per la quasi totalità uomini. “Allora non dobbiamo parlare di questo caso?”, dirà qualcuno. Certo che bisogna parlarne, ma bisogna imparare a farlo in un modo che ci avvicini a un cambiamento culturale vero. Esasperare il racconto della vicenda non serve a nulla, perché non fa un favore alla giustizia, né tantomeno alla vittima, che non merita di attraversare un nuovo inferno.
Come se non bastasse, a dimostrare il marcio che ci circonda, su Telegram ci sono migliaia di persone che della vicenda parlano e non solo, purtroppo. Da lì, negli ultimi giorni, sono spuntati screen di gruppi con anche 60.000 iscritti che vogliono il video dello stupro e si scambiano questi feticci raccapriccianti come fossero figurine. Non ci sono altre parole se non “schifo” per descrivere questa deriva vergognosa. Questi atteggiamenti non meritano di essere nemmeno giudicati, se non dalle autorità giudiziarie. Sono deleteri, come abbiamo detto prima, e riprovevoli. E, inoltre, impediscono l’unica cosa davvero fondamentale, oltre alla condanna dei responsabili: lasciare in pace la vittima.