Da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite, viviamo costantemente in bilico tra il vero, il falso e il verosimile. Tre concetti distinti, ma spesso difficili da distinguere. Se ce lo avessero detto anni fa, avremmo negato con fermezza di non essere più in grado di capire cosa è reale e cosa no; oggi, invece, a volte ci sembra impossibile. Solo gli occhi più attenti e allenati riescono a cogliere quali video sono stati realizzati con l’AI e quali con una vera cinepresa, forse destinata a diventare una preziosa reliquia.
Gli inglesi hanno un termine per descrivere la sensazione di disagio e spaesamento che proviamo quando osserviamo robot dall’aspetto realistico. Si tratta dell’effetto “uncanny valley” – in italiano “valle perturbante” -, un termine rimasto nell’ombra per molto tempo (55 anni, per la precisione) e tornato in auge proprio con l’avvento dell’AI. A coniarlo fu Masahiro Mori, professore di robotica al Tokyo Institute of Technology, che cercava una parola per definire l’effetto di spaesamento – e spesso repulsione emotiva – che provava di fronte a un robot estremamente umanoide. Si parla di “discesa nell’inquietudine”, quando un robot si avvicina al realismo senza però raggiungere una perfetta umanità. Insomma, c’è sempre quello scarto, o quel difetto, che lo differenzia da noi e ci ricorda che abbiamo di fronte un robot quasi umano, e per questo disturbante.
I video creati con Veo 3 cambieranno il cinema?
Dimenticate per un momento l’idea di robot metallici, dai movimenti meccanici e dalla voce artificiale, e tornate a immaginare gli esseri umani: con i loro difetti fisici, i loro accenti paesani, i movimenti scoordinati e quel modo di parlare spesso imperfetto. Pensate ai più fragili, agli innamorati, agli arroganti e agli egocentrici che abbiamo incontrato nella vita. Per qualcuno sono difetti e per altri pregi, ma in ogni caso si tratta di tratti profondamente umani, che pensavamo l’AI non potesse sottrarci. Credevamo di poterli rivendicare per sempre, di usarli come parametro per distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, e proprio per questo imperfetto. E invece, forse ci sbagliavamo.
Durante l’ultima conferenza annuale Google I/O, tenutasi il 20 e 21 maggio 2025, l’azienda ha presentato Veo 3, un nuovo strumento per la creazione di video con l’AI, che sta spopolando sui social. Il motivo è semplice, e lo si capisce subito guardando uno di questi video: sono realizzati con l’AI, sì, ma sembrano incredibilmente reali. Anzi, se non fosse specificato che si tratta di filmati prodotti con Veo 3, probabilmente non lo sospetteremmo nemmeno. L’effetto “valle perturbante” è garantito, soprattutto quando i protagonisti dei video negano di essere stati creati con l’AI, rivendicando la propria (verosimile) umanità.
Per creare questi video basta sottoscrivere un abbonamento – circa 250 dollari al mese –, fornire a Veo 3 un prompt che descriva personaggi e ambientazioni, suggerendo anche i dialoghi e specificando i comportamenti. Et voilà, il cinema è fatto.
Il dettaglio sconvolgente e impressionante di questi video che circolano online è che potrebbero tranquillamente essere proiettati nelle sale cinematografiche: sembrano veri film, pensati da registi e resi possibili da un cast di attori con caratteristiche uniche. Con il giusto prompt, Veo 3 può assegnare ai personaggi un accento, una personalità ben definita, un’identità e una riconoscibilità autentica.
C’è poi Flow, l’interfaccia di Veo 3, che funziona come un vero e proprio studio di produzione e consente di lavorare su progetti complessi senza mai uscire dal programma. In altre parole, Google ha aperto una nuova frontiera del cinema, che da sempre preoccupa chi gravita attorno a questo mondo (registi, attori, case di produzione) ma anche i semplici spettatori. La nostra capacità di distinguere il vero dal falso verrà definitivamente compromessa?
[📷 deepmind.google]