Givenchy SS26: in punta di piedi, Sarah Burton rende il brand di nuovo desiderabile

Ci sono direttori creativi che scelgono di inserirsi nell’heritage di una maison con discrezione, senza imporre immediatamente una rivoluzione, ma costruendo, collezione dopo collezione, una nuova narrazione. Tra gli esempi più riusciti c’è Anthony Vaccarello da Saint Laurent: per un direttore creativo proveniente da Versus Versace – ai tempi linea più irriverente e sperimentale del brand italiano – raccogliere il peso dell’eredità di Hedi Slimane, considerato a tutti gli effetti l’erede diretto di Yves Saint Laurent, non deve essere stato semplice. Eppure, sono bastate poche stagioni per inaugurare un nuovo corso, senza mai tradire l’anima più autentica e desiderabile della maison.

Oggi un percorso simile sembra quello intrapreso da Sarah Burton in Givenchy. La maison francese ha una storia densa, fatta di alti e bassi, affidata nel tempo a diversi direttori creativi che, ciascuno a modo proprio, hanno provato a riscriverne i codici: a volte esaltandone la grandezza, altre volte smarrendone la voce. Come accade sempre quando un nuovo creativo prende le redini di una maison storica, la sfida è trovare un equilibrio tra la propria visione e quella del fondatore. Hubert de Givenchy, che nel 1952 inaugurò la sua casa di moda, era considerato l’erede diretto di Cristóbal Balenciaga – il re della couture francese – ma anche l’uomo che ha legato indissolubilmente il proprio nome a un’icona intramontabile come Audrey Hepburn. Insieme, con i suoi tratti acerbi ed elegantissimi, Audrey Hepburn e Givenchy hanno dato vita a un’idea di moda rivoluzionaria per l’epoca, capace di alternare abiti couture dalle linee principesche e rigorose a look quotidiani più vicini allo sportswear di allora, ben diverso da quello che intendiamo oggi.

Con la sua seconda collezione per Givenchy, Sarah Burton sembra riportare alla luce proprio questi codici, mescolandoli a un’estetica contemporanea. Il rigore della costruzione sartoriale, così caro al fondatore, incontra lo spirito delle it-girl moderne: in passerella sfilano muse del nostro tempo come Kaia Gerber (in chiusura), Vittoria Ceretti, Mariacarla Boscono e Naomi Campbell, che prendono simbolicamente il posto di Audrey Hepburn, rievocando quel legame speciale che la maison ha sempre avuto con figure femminili immuni allo scorrere del tempo.

Se al debutto Sarah Burton non aveva del tutto convinto – la sua collezione appariva impeccabile ma prevedibile, con guizzi creativi non sempre coerenti – questa volta la direttrice creativa sembra aver trovato il giusto registro. Forte dell’esperienza maturata negli anni da McQueen, un’eredità altrettanto pesante, Burton ha ripreso le silhouette accennate lo scorso marzo, lavorandole con rigore e portandole a piena maturazione. Il tutto accompagnato dalle note di Straight to Hell dei The Clash, band simbolo del punk britannico, in una scelta che suona come una dichiarazione d’intenti tra ribellione e appartenenza.

La collezione è un esercizio di equilibrio tra sensualità e rigore strutturato: gli abiti rivelano una costruzione impeccabile, esaltata da volumi ricercati e tessuti come pelle, pizzo, materiali traforati rigidi, rasi corposi e trasparenze ben calibrate. Accanto agli abiti sensuali, i completi formali vengono resi audaci dai volumi e dall’inserimento di reggiseni in pizzo – leitmotiv della collezione – declinati in molteplici interpretazioni. I gioielli diventano statement pieces a sé stanti, capaci di elevare persino un look essenziale come jeans e camicia bianca. Ci sono gonne a ruota in pizzo, tailleur scolpiti e abiti che, senza dubbio, una moderna Audrey Hepburn indosserebbe senza pensarci due volte.

[📷Instagram: givenchy]

Condividi l'articolo sui social: