Passione viscerale con i sogni ben fissi nella mente. Giuseppe Maggio ha 33 anni, è nato a Roma ed è cresciuto in Prati, quartiere rinomato della Capitale. Poi, ce lo dice amaramente, si è spostato recentemente ai Parioli: «Dirlo fa un po’ male. Sì, è doloroso…». Ci incontra appena prima di pranzo a Milano, lì dov’è stato impegnato nella promozione della nuova serie Netflix “Mrs Playmen”, in cui viene raccontata la storia di Adelina Tattilo, direttrice della prima rivista erotica italiana e una forza rivoluzionaria nella Roma conservatrice e moralista degli anni ’70. Un’imprenditrice pionieristica in un’epoca in cui le donne erano relegate al ruolo di madri e casalinghe; una cattolica devota, ma anche un’audace anticonformista, in prima linea nelle battaglie per il divorzio, il diritto all’aborto e l’emancipazione femminile. A interpretarla è Carolina Crescentini, con un cast di prim’ordine, in cui c’è anche il nome di Giuseppe Maggio, che interpreta Luigi Poggi. Un ritorno sul piccolo schermo che lo vede dare vita a un personaggio complesso e affascinante, simbolo di un’epoca in bilico tra tradizione e rivoluzione.

Come descriveresti la serie in tre parole a chi non la conosce ancora?
Sicuramente è una serie avvincente. Cioè, l’idea che ti viene voglia… a me personalmente, quando l’ho vista, veniva voglia di vedere come continuava, come andava a finire. È una serie molto dinamica.
È italiana, cioè nel senso è una storia italiana. È una storia che io non conoscevo, quella di Adelina Tattilo. Italianissima. Questa qui ha pubblicato le foto di Jacqueline Kennedy che stava con Onassis sull’isola di Scorpio. È stata l’unica che ha avuto questo coraggio. Cioè è una roba grossa questa. Era l’uomo più potente al mondo, ma tu sai questo qua che cosa ha fatto? Io l’ho letto sul libro della Tattilo. Lei racconta di come comprò queste foto e le nascose subito in Svizzera in una cassaforte, aspettando il momento giusto per tirarle fuori, per pubblicarle. Quando le pubblicò, Onassis non fece nulla e si creò una sorta di silenzio, però il rumore ti mette ansia, ti mette angoscia. Per l’edizione successiva non c’era più carta disponibile in Italia. Non potevano più uscire con un giornale stampato perché Onassis l’aveva comprata tutta. Lei fu costretta ad andare lì a chiedere scusa. Lui aveva levato tutta la carta disponibile. Secondo me una storia del genere bisognerebbe conoscerla. Cioè perché noi esaltiamo delle figure nel mondo, che sono figure che si sono mostrate avanti con i tempi, e noi ce l’avevamo qui, tante figure così, di questo tipo. Allora la storia della Tattilo è una storia italiana, quindi la seconda parola è italiana.
Poi direi audace proprio. Perché quella è una storia, quella di Onassis, ma anche la volontà banalmente di raccontare non solo la nudità: si parla dell’omicidio Casati. Non solo dell’erotismo marcio che c’era dietro a quel fatto, ma anche la volontà di raccontare, di parlare dei diari di questa donna, di raccontare il dolore. Scrivono su Playmen autori come Bertolucci, come Pasolini, vengono pubblicati i racconti inediti di Hemingway. Cioè, è una rivista erotica: se non sei audace a fare una roba del genere…
Poi soprattutto in un periodo del genere, quello degli Anni ‘70.
Esatto, in quel periodo. Cioè, è una riflessione importante questa. Io ti attiro con l’immagine, però poi scavo dentro di te.
Molto spesso — e oggi purtroppo ancora di più — lo spirito italiano si sta un po’ perdendo, soprattutto nelle figure e nelle aziende. Eppure la verità è che abbiamo avuto davvero tante personalità che, in un modo o nell’altro, hanno fatto la storia dentro casa nostra, e spesso né io né te sapevamo nemmeno che esistessero.
Ma guarda, è banale come cosa. Però non voglio fare polemica. Però: è possibile che deve venire l’americano di turno a fare il film su Ferrari, su Lamborghini, sui Gucci? Perché? Sono figure italiane, cioè sono italiani. Perché non li raccontiamo noi? Perché deve venire l’americano che lo fa fare a Lady Gaga? Cioè, con tutto il bene, che quando parla in italiano sembra russa.
Sei d’accordo con Favino su questo?
Ma sì, perché noi abbiamo la capacità di farlo. Cioè, i francesi lo fanno. “Il Conte di Montecristo”, con Pierre Niney, è un film megagalattico, bellissimo, con grandi attori francesi. “Eh, ma in Francia ci sono grandi attori”, mi hanno detto. E pure in Italia ci sono: io ho lavorato in Francia, ma ci sono pure in Italia gli attori. “Eh, ma loro hanno dei mezzi”, dicono ancora. Ma perché? Magari imitiamoli. Facciamo qualcosa per averli anche noi. Perché noi li avevamo.
Ma secondo te perché non avviene più?
Il problema è proprio un’idea di società cinematografica nazionale: cioè proteggere, l’idea di proteggere. In Francia io ho avuto questa percezione. Cioè loro si proteggono, fanno squadra, sono compatti, sono nucleo. E quando qualcuno arriva all’estero, è il Paese che lo sostiene. Cioè non c’è quello che punta il dito: “Ah, però lui…”. No, no. Lui ci rappresenta, e quindi per noi è il massimo.
Sì, effettivamente purtroppo in Italia c’è una forte polarizzazione.
Cioè il primo che ha successo fuori, in Italia… quanti ti dicono: “Eh sì, ma quello… eh ma quanto dura”. O godono quando fallisce. Guarda Sinner, oh. Noi siamo primi al mondo grazie a lui. Per la prima volta abbiamo vinto Wimbledon grazie a lui. Ma come si fa? Ma sei un subumano se dici una cosa del genere. Parli di inclusività e poi sei il primo che, siccome questo qui parla quattro, cinque lingue… magari il dialetto di quel posto si avvicina al tedesco, o banalmente lui parla tedesco perché è nato lì, sul suolo italiano, ma il dialetto si avvicina a quello. Cosa lo differenzia da uno che abita in Sicilia, che parla solo siciliano, dialetto siciliano stretto? È invidia, è gelosia, è frustrazione. Perché sei tu, e quindi non io. È folle questo. Pensala diversamente. Pensa invece che, grazie a lui, si è acceso un faro sul tennis. Grazie a lui possono esserci dieci giovani italiani che fra dieci anni possono competere per questi titoli. Perché molti più ragazzi fanno tennis, banalmente. Ti dico una cosa: io vado a Hollywood e vinco un Oscar. Scenario difficile.
Che ti auguro.
Grazie, ma molto difficile. Però sogno, boom. Cosa succede? Che magari dei giovani ragazzi italiani dicano: “Oh, Maggio è andato lì e ha vinto l’Oscar. Guarda cosa sta facendo. Lo voglio fare anch’io”. Cioè, in Francia ce l’hanno, in Spagna ce l’hanno. Perché Cassel? Perché Banderas? Perché Bardem? Perché la Cruz? Perché la Cotillard? Perché Jean Dujardin? Perché noi no?
Ritorno sul tema della serie: ti ricordi dove ti trovavi e cosa hai pensato quando hai ricevuto la proposta per Mrs Playmen?
Ero in casa vecchia, non vivo più in Prati. Quindi in Prati. Mi è arrivata la proposta per fare il provino per questa serie. Faccio il provino, faceva molto caldo e io sono andato con una giacca di velluto, perché volevo raccontare gli anni ’70. Quindi avevo questo velluto addosso, c’erano 40 gradi a Roma e io avevo il velluto e un foulard. Molto anni ’70. Poi passa l’estate, incrocio la Crescentini su un aereo, non conoscendola; lei sapevo già che era la protagonista, quindi dentro di me dico: “Ma vedrai che vuoi che il destino non voglia darmi un piccolo anticipo di quello che poi sarà?”. Torno a Roma, faccio il callback, in studio con il regista e tutti quanti. Il regista mi fa dei complimenti in maniera molto significativa e dentro di me ho capito che avevo preso questo ruolo. Io tendenzialmente evito di raccontare i provini alla mia famiglia, alle persone a cui voglio bene.
Allora ero con mia moglie, ricevo la notizia, lei entusiasta, mi abbraccia. Mio padre, mia sorella… ma non riuscivo a parlare al telefono con mia madre. Volevo dirlo a mia madre; lei era per strada e non mi rispondeva al telefono. Allora dopo un po’ finalmente mi risponde e le dico: “Ma’, dove sei?”. Dice: “Perché, che è successo?”. “Ti do una notizia”. “Dimmi, dimmi, dimmi”. “Mi hanno preso per fare Mrs Playmen su Netflix, una serie nuova”. E mia madre scoppia a piangere. Io non ricordo, per un mio lavoro, una reazione così. Non lo so perché. Comunque avevo lavorato tanto in Francia negli ultimi anni, però ero stato molto lì, meno in Italia; quindi c’era anche l’idea di tornare in Italia con un prodotto importante. E niente, lei si è emozionata per questa cosa e al telefono è scoppiata a piangere.
Tua madre conosceva la storia della Tattilo, ad esempio?
Lei sapeva, sapeva. Sì, sì, sì, perché comunque quella generazione conosce molto di più Playmen e tutto quello che c’è intorno a Playmen.
Quanto è attuale la storia di Adelina Tattilo oggi?
Allora, è molto attuale perché è una donna chiaramente che combatte per la parità di genere, per un’emancipazione. E anche oggi, purtroppo, ancora a distanza di tanti anni, è un argomento tabù. Però ecco, quello che ho detto spesso nelle interviste finora è che è anche espressione di un momento storico in cui si seguivano degli ideali. Si seguivano ideali molto forti e molto chiari. E quello che si faceva, le lotte che si combattevano, erano per cambiare realmente le cose; non erano delle lotte “instagrammabili”. Spesso, purtroppo, quello che succede oggi è che non si conosce la realtà per quella che è: ci si affida a informazioni random sui social — che poi magari si rivelano fake news, e via dicendo. Si costruiscono castelli privi di fondamenta, perché non si conosce la realtà, ma si vuole soltanto mostrare di essere parte di qualcosa perché si è insicuri, perché ci si sente più forti a essere riconosciuti come parte di un gruppo.
Però non c’è un pensiero critico: a volte manca, a volte manca anche la coerenza. Cioè: io mi definisco A, però poi non sono coerente con la mia definizione e faccio B, C e D. E quindi questo può stridere. Al tempo, invece, c’era proprio una maggiore consapevolezza, anche un’integrità diversa. Ma che veniva da che cosa? Dal fatto che negli anni precedenti essere omosessuali era considerato una malattia mentale. C’era il delitto d’onore. C’erano tante cose che socialmente erano considerate normali, ma non lo erano. Quindi l’esigenza di cambiare le cose nasceva dal fatto che c’era un’impossibilità di vivere. Cioè: non si poteva vivere così. Se sei omosessuale, come fai a essere considerato un malato mentale? Devo farti capire che non è così, che sono normale. Oppure: non posso accettare di essere massacrato di botte a casa, devo emanciparmi. Quindi l’esigenza nasce da un bisogno concreto, urgente e necessario.
A proposito di quanto stai dicendo, quell’urgenza oggi sembra quasi mancarci, o almeno — dalla mia percezione — spesso appare come qualcosa di episodico. Come piccole finestre che si aprono per un attimo e poi si richiudono improvvisamente, senza che se ne parli più.
È questo il discorso, è esattamente questo il discorso. Cioè io in quel momento devo far vedere che sono parte di un qualcosa, ma non me ne frega un caz*o di quel qualcosa. Lo faccio vedere, lo mostro, faccio una story, sono lì. Però in realtà a me di quella roba non interessa.

Una chiave di lettura molto amara.
Ma questo è qualunquismo, però quanta gente lo fa? Ma quanta gente si mette a sbandierare o a urlare e declamare, ma poi sotto non gliene frega niente? Non sa neanche niente. Questo gioco però viene dall’alto. Cioè questa dinamica è voluta: la nostra ignoranza, il nostro essere assopiti, il nostro essere manipolabili, il nostro essere gestiti, il nostro essere soli. Perché soli consumiamo di più; perché soli siamo più controllabili. E allora c’è questa esigenza: per non sentirsi così soli, per far parte di un qualcosa, io mi infilo lì.
Nella serie, tu, insieme a Filippo Nigro, interpreti uno dei due personaggi chiave nella storia di Adelina: Luigi Poggi. Ci racconti com’è stato interpretare questo personaggio?
È stato molto stimolante. Io ho imparato a scattare in analogico, a sviluppare in camera oscura, perché c’erano delle scene in cui lo facevo. E perché a quel tempo c’erano le macchine a cassettone, cioè quella grossa dove guardavi. E quindi, banalmente, mi sono detto: ma se io devo fare una foto così, non devo soltanto scattare. Per fare una foto così, devo vedere: magari mi abbasso, mi alzo, regolo il diaframma, l’apertura, metto a fuoco, mi avvicino, mi allontano. Però è una roba diversa da come si scattano le foto adesso. Io devo sentirla questa roba qui.
Maggio tira fuori il telefono e ci fa vedere degli scatti che ha realizzato personalmente, con le sue macchine fotografiche analogiche. Scatti realizzati tra la vita di tutti i giorni, il set, e le meraviglie di Roma e del suo scenario mozzafiato.
«Queste sono foto che ho fatto io, che per carità non sono niente di che. Con una macchina che mi ha regalato mia moglie, che avevo poi in scena. Una me la sono comprata io. Ho fatto delle foto in analogico che poi ho sviluppato io, ho stampato io e, diciamo, mi ha fatto sentire molto più dentro il ruolo tutto questo. Ripeto: non sono foto che dici “wow, memorabili”».



Hai sentito la necessità di toccare con mano quello che riguardava il tuo ruolo.
Ma sai, la cosa bella è questa: è un lavoro che ti dà la possibilità di scoprire altro. Un po’ mi è capitato di dirlo già: l’ho raccontato anche ai ragazzi di una scuola di recitazione a Pescara e loro mi hanno detto: “Sai, noi vorremmo sentire il motivo per cui fai questo lavoro, vorremmo che fosse uno stimolo per noi”. E io gli ho detto: vi capita mai di pensare, magari quando andavate a scuola, c’era l’amico che faceva medicina, quello che faceva lettere, psicologia… tante cose diverse, no? E che si incanalava in una direzione, per cui la sua vita sarebbe stata quella. Io volevo fare tutto e quindi ho fatto l’attore.
Tu sei di Roma, cresciuto a Roma, ma ho notato che c’è una città o meglio un Paese che in qualche modo è nel tuo cuore: la Francia. È una questione artistica o anche personale?
È sicuramente entrambe le cose. Per me Parigi è una seconda casa. Vorrei un giorno comprare una casa a Parigi e passare parte del mio anno lì perché mi alimenta. Perché è un posto bello, io vado alla ricerca della bellezza e per me lì ce n’è tanta.
Addirittura ci hai anche scritto un libro ambientato lì, “Ricordami di te”.
Sì, è un posto dove mi arricchisco perché mi piace guardare, mi piace osservare. Percepisco proprio un’aria diversa e quindi è sicuramente il mio posto del cuore. È difficile da spiegare il legame che ho con quel posto.
Ma com’è nato questo amore?
È nato perché io nel 2016 andai a imparare il francese lì e frequentai una scuola di recitazione. Da quel momento rimasi proprio folgorato da Parigi. E aver avuto la possibilità di lavorare a Parigi, di aver fatto un film come “Maria” e ancora prima la serie su Bardot, è qualcosa che umanamente mi ha dato grande soddisfazione. È un momento di goduria totale, perché tu sei a Parigi, pagato, per fare il lavoro più bello del mondo.
In “Baby” eri Fiore. La popolarità della serie ha cambiato la tua carriera e il modo in cui vieni “visto”, secondo te?
Sicuramente sì, perché poi è stato un po’ un game changer sotto tutti i punti di vista. Anche artistico: la volontà di fare prodotti di qualità. E poi anche una collaborazione con Netflix. Perché io ho iniziato con Baby, poi ho fatto Quattro Metà. Quindi mi permette anche di parlare a un pubblico più ampio, non solo italiano. E mi ha permesso anche di lavorare all’estero, perché poi ti vedono e dicono: “Ah, ci piacerebbe averlo in un film… chissà se parla francese”. Parlo francese. “Chissà se parla spagnolo”. Parlo spagnolo. “Chissà se parla inglese”. Parlo inglese. Tiè, ti ho fregato (ride, ndr).
Hai lavorato con grandi registi e grandi interpreti, ultima fra tutte in ordine cronologico Carolina Crescentini. C’è un attore specifico o un regista con cui ti piacerebbe lavorare?
Per me il massimo del massimo, in quanto italiano, è chi ha dato voce a una sorta di “italianità americana”, come Martin Scorsese. Cioè Martin Scorsese è un gigante, forse uno dei migliori. È la storia del cinema. Quindi mi piacerebbe lavorare con lui sicuramente. Per quanto riguarda gli attori, invece, ce ne sono talmente tanti. Magari Daniel Day-Lewis: ora è tornato con questa roba in “Anemone” che… wow, solo il trailer, dici “wow, ma chi è?”. La cosa bella è questa: per me è il più grande complimento da ricevere per un attore. Non “bello”, “bravo”, “coraggioso” o tutta questa roba qui. Piuttosto: “Ma chi sei?”. Cioè: chi sei? Perché non si capisce chi sei. Sei talmente tante cose diverse che non ho idea di chi tu sia.
Attore in ruoli sempre molto importanti, tra generi diversi e mai banali, per il cinema, per la tv, per il teatro anche, scrittore: ma c’è qualcosa di te che non sappiamo? Un talento nascosto?
So cucinare, mi piace cucinare.
Piatto forte?
Beh, io faccio la migliore carbonara del mondo (ride, ndr). Non so se lo sai, ma io faccio la migliore carbonara di Roma.
Ma magari ti sei anche rotto il legamento da giovane e giocavi a calcio, come il famoso cliché?
Giocavo a calcio, ma non mi sono rotto nessun legamento. Mi aveva chiamato la Roma per giocare. Io poi sono romanista, però mi aveva chiamato pure Moccia per “Amore 14”… e detto così suona malissimo.
Quindi tra la Roma e Moccia hai scelto Moccia?
No, però era una carriera diversa. Quella del calciatore era un out-out: cioè nel senso o fai quello o fai quello. Avevo degli amici che erano stati presi prima di me, che giocavano con me, che erano entrati a giocare alla Roma. Si erano rotti il crociato… chiuso. Finito.
Grazie Giuseppe, ti faccio un grosso in bocca al lupo.
Grazie mille e ci vediamo per la carbonara.