Giorgia Soleri contraria alla diffusione del video di Paola Egonu. Ma in casi come questo parlarne non ha lo stesso peso di una pubblicazione?

Quello che è accaduto ieri a Paola Egonu sta facendo molto discutere. La pallavolista, infatti, è stata ripresa da un tifoso a bordo campo mentre in lacrime affermava: «Mi hanno chiesto se fossi italiana. Questa è la mia ultima partita in Nazionale». Un episodio di razzismo il cui video, diffuso in rete, è salito in tendenza e al centro della stampa e di cui poi ha parlato anche Paola ai microfoni di diverse testate.

C’è chi però, come Giorgia Soleri, ha voluto fare luce su un altro punto di vista: «Ma il video che gira da ieri e che non ricondividerò per ovvie ragioni, dove Paola Egonu risulta straziata e colpita dall’ennesimo episodio razzista, è stato registrato e condiviso con il suo consenso? Perché io ci vedo tanta violenza nel voler esporre il dolore di una persona discriminata in modo sistemico per far notizia ed è aberrante».
Le domande sorgono spontanee: è giusto parlare di determinati episodi? E menzionarli – pur senza ricondividere il video – non potrebbe destare comunque curiosità e portare gli utenti a ricercare il materiale incriminato?

Per trovare una risposta forse, laddove il menzionare le parole “giornalismo” o “diritto di cronaca” non dovessero bastare, bisognerebbe chiedersi qual è il fine dietro cui si decide di parlare di un determinato episodio, evento o altro. In questo caso, la Egonu, un’eccellenza italiana, è stata vittima di frasi razziste. Perchè non parlarne? Riportare e diffondere “la notizia” che esistono ancora gravità di questo tipo forse potrebbe contribuire a sensibilizzare il pubblico, a renderlo ancora più cosciente su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, a far in modo che si smetta di “fare finta di niente”.

Ovviamente ci sono sempre confini che non vanno valicati. Qualche tempo fa giravano i video di una star internazionale che stava combattendo con gravi problemi di salute. È stata una nostra scelta – pur essendo in possesso delle immagini e nonostante gli utenti ci chiedessero di parlarne – non diffondere quei video. Perché un conto è sensibilizzare, un altro è lucrare sul dolore altrui. E noi abbiamo scelto il silenzio, perché parlarne avrebbe avuto lo stesso grado di gravità che pubblicare le immagini.

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