In un bellissimo sketch tratto dal documentario “Valentino, l’ultimo imperatore”, diretto da Matt Tyrnauer nel 2008, si vedono Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti discutere animatamente di un dettaglio pre sfilata. Giammetti avrebbe scelto la sabbia come set design, e Valentino si chiede se non sia una scelta un po’ volgare. Il battibecco tra i due è divertente, ma anche profondamente affascinante, perché rivela la raffinatezza e l’eleganza che li contraddistingue persino nel conflitto. Un tono di voce pacato, un continuo passaggio tra francese e italiano: un mix linguistico che racchiude l’unicità profonda non solo di mister Valentino, ma anche della sua relazione con Giammetti. Una relazione che dura da oltre cinquant’anni.
L’incontro avviene alla fine di luglio del 1960, al Café de Paris di Roma. Valentino lo racconterà anni dopo con naturalezza: una sera come tante, nessun tavolo libero e sguardi incrociati. Pochi giorni più tardi i due si ritrovano a Capri. Da lì prende avvio una vita condivisa, sul piano sentimentale e su quello professionale, destinata a durare oltre cinquant’anni e a segnare la storia della moda italiana per sempre. Così come Yves Saint Laurent ebbe in Pierre Bergé il suo alter ego, Valentino non sarebbe diventato Valentino senza Giancarlo Giammetti. Se Garavani incarnava l’estro, la visione e l’emotività quasi febbrile della creazione, Giammetti ne è stato il contrappunto razionale: un lucido stratega, capace di trasformare un talento purissimo in una maison internazionale e strutturata. Non solo compagno di vita, ma architetto silenzioso di un impero, Giancarlo è stato l’altra metà di Valentino.
Parlando del loro rapporto in un’intervista a MFF, poco prima dell’opening del PM23 – che ospita la FVG, Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti – quest’ultimo raccontava che: «Il mio compito è stato far sì che Valentino fosse felice fino all’ultimo giorno di lavoro. Ora lavoro per mantenerne la memoria e la legacy.» In merito alla loro lunga storia insieme, iniziata quando lui aveva solo 22 anni e Valentino 26, Giammetti la descrive come una collaborazione simbiotica, fondata sulla valorizzazione del carattere di entrambi e sulla forza dell’essere in due. Mentre Giammetti ha sempre preferito restare nell’ombra, Valentino rispondeva pienamente alla propria natura: “Aveva quella star quality rara, che non si impara. I suoi abiti raccontano di lui, ma anche la sua vita, la sua maniera di stare al mondo”. E ancora: “All’inizio non c’era molto da insegnarsi. Ma col tempo gli ho dato sicurezza, tranquillità, la libertà di fare tutto quello che voleva, senza limiti. Ricordo quando disse che avrebbe voluto un quadro di Andy Warhol di 14 metri di lunghezza, come set di una sfilata camouflage. Fu complicatissimo, ma lo ottenemmo.”
Interrogato sul senso profondo della moda e sul ruolo degli stilisti, Giammetti sostiene che la moda in sé non sia arte, ma che alcuni stilisti siano veri e propri artisti. E parlando di opere d’arte, di cui sia lui sia Valentino sono stati avidi collezionisti, racconta con particolare affetto quella a cui è più legato: un ritratto di Valentino stesso, realizzato da Andy Warhol, che riuscirono ad acquistare solo dieci anni dopo la sua realizzazione.
L’ultimo progetto realizzato insieme, in uno slancio di apertura verso il futuro, è stato la FVG: Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Un’iniziativa che, come lui stesso la descrive, è stata per entrambi: “La realizzazione di un progetto, non solo emotivo ma anche concreto, con l’intento di restituire qualcosa agli altri dopo tutto ciò che abbiamo ricevuto”. All’indomani della morte di Valentino, è bello pensare a Giammetti come a una presenza che è rimasta, una parte di un mondo che sta, purtroppo, sparendo, ma il cui lascito è radicato e destinato a permanere.
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