Se pensiamo alle top model, inevitabilmente la nostra testa va immediatamente a quel fenomeno mediatico che ha segnato il mondo della moda e del jet set degli anni ’90. Naomi, Claudia, Cindy, Linda e Christy, solo per citarne alcune: non solo dei nomi, ma delle leggende in carne e ossa. Eppure, prima di loro, c’è stata lei, Gia. Gia Carangi, una meteora tanto luminosa quanto tristemente condannata a un epilogo doloroso, affascinante nella sua drammaticità, come spesso accade quando si parla di icone. Ma chi era Gia Carangi? In breve, la prima vera top model, colei che negli anni ’80 ha dato il via alla scia che avrebbe preso definitivamente piede nel decennio successivo.
Nata nei sobborghi di Filadelfia, la sua bellezza intensa e decisamente fuori dai canoni del tempo, lascia tutti senza fiato: carnagione olivastra, lineamenti decisi ma cesellati, intensi occhi nocciola, un’attitude ribelle che la contraddistinguerà per tutto il corso della sua breve ma fortunatissima carriera. Gia si muove come un cavallo selvaggio, è libera, rock dentro, ma soprattutto ha una malaugurata tendenza all’autodistruzione, complice un’infanzia complicata fatta di violenze e privazioni. Sin dalla più tenera età, comprende di amare le donne; un’omosessualità vissuta sempre con naturalezza e alla luce del sole, seppur vissuta in un contesto storico – quello degli anni ’80 – in cui era ancora considerata un tabù. Poco più che adolescente, viene notata in un club di Filadelfia dal fotografo Maurice Tannenbaum, rapito da quella forza magnetica che emanava anche solo muovendosi. Per Gia l’opportunità della vita: vola a New York e firma un contratto con la celebre agenzia Wilhelmina, la cui founder, Wilhelmina Cooper, sarà per lei molto più di una mentore, ma una vera e propria madre adottiva. In un attimo, è la modella più richiesta del mondo: tutti la vogliono, tutti la cercano, nessuno riuscirà mai veramente a domarla, perché Gia è un’anima inquieta, tormentata da demoni interiori che non le danno tregua e che la porteranno irrimediabilmente sull’orlo del baratro. In primis, la tossicodipendenza.
Gia passa anni a giostrarsi tra le cover dei magazine più patinati al mondo, look di Saint Laurent e Armani, set e feste glamour, e fughe nel bel mezzo degli shooting alla ricerca di una dose di eroina. Una dipendenza che rende complicato anche il lavoro e che minerà non poco la sua carriera. Si presenta sul set stanca, sfiancata, incapace di concentrarsi, ma soprattutto, le sue braccia non possono più essere fotografate per i buchi causati dagli aghi. Con la morte prematura di Wilhelmina Cooper, la sua disperazione è tale da acuire la sua dipendenza, nonostante la presenza di un vero e proprio angelo custode, il fotografo Francesco Scavullo. È lui, per sempre innamorato della sua incredibile naturalezza nel posare, a cercare di tirarla fuori da quel tunnel di perdizione che l’ha inghiottita fino al collo. Laddove i contratti recedono per colpa dei suoi comportamenti ingestibili, Scavullo la ritrae nelle cover più prestigiose del mondo, contribuendo a mantenere inalterato il suo status di top model più desiderata al mondo. Anche quando Ford Models la licenzia, Scavullo riesce a farle firmare un contratto con Elite, a patto che lei prometta di disintossicarsi completamente dalle droghe. Gia, che al fotografo/amico e mentore è teneramente riconoscente, non riuscirà mai a tener fede a quella promessa. Non bastano le copertine, le sfilate, i brand di lusso, nemmeno l’amore delle donne della sua vita a risanare il suo malessere: a soli 23 anni la carriera della modella più famosa del mondo si è ufficialmente spenta, e Gia torna a Filadelfia da sua madre.
Ritiratasi dai fasti del fashion system, sotto pressione di sua madre e della sua compagna Elyssa Golden, si sottopose a un processo di riabilitazione, nella quale potè ripercorrere i motivi che l’avevano condotta a una tossicodipendenza così estrema. Confusione, odio, separazione, crescita sofferta, abuso sessuale, abuso mentale, impotenza, amore: questo è quello che venne fuori durante le sedute di riabilitazione. Un periodo di ritrovata lucidità e consapevolezza che tuttavia non riuscì a durare a lungo; complice anche la diagnosi di AIDS e la presa di coscienza che molti dei suoi amici affetti dalla stessa malattia stavano rapidamente perdendo la vita. Gia Carangi morì di complicanze associate all’AIDS il 18 novembre 1986 all’età di 26 anni, divenendo una delle prime donne famose a morire di questa malattia. Il suo funerale si tenne in forma privata il 23 novembre, a Filadelfia. Nessuno del mondo della moda era presente, soprattutto perché nessuno seppe della sua morte se non pochi mesi dopo. Solo poche settimane dopo, appreso l’accaduto, Francesco Scavullo inviò un’offerta per la celebrazione di una messa in suo suffragio. «La mia prediletta – antica, giovanile, decadente, innocente, dirompente, vulnerabile, e assai più dura di spirito di quanto non sembri… un tutt’uno di sfumature e suggestioni, tipo una serie di immagini di Bertolucci. Non ho mai conosciuto nessuna così libera e spontanea, in costante cambiamento, mutevole – fotografare lei è come fotografare un flusso di coscienza» ricorderà il fotografo.
Solo pochi anni più avanti, una giovane modella destinata alla fama internazionale, fu soprannominata dagli addetti ai lavori “Baby Gia”; quella modella era Cindy Crawford che con la Carangi condivideva quella bellezza intensa e sensuale. In effetti, l’influenza di Gia Carangi fu notevole anche negli anni a venire: il suo stile lesbo chic, la sua capacità di posare senza artifici ma puntando semplicemente sulla forza della personalità, cambiarono per sempre le regole del modeling. Nel 1998, HBO trasmise la docuserie “Gia – Una donna oltre ogni limite” con un’allora giovanissima Angelina Jolie nel ruolo della modella. Sebbene i familiari presero le distanze da questa narrazione, l’interpretazione valse alla Jolie un Golden Globe per l’intensità commovente della sua performance. Inquieta, anche dopo la morte, eterna nella sua purezza, una stella tramontata troppo presto.
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