Gadir Rajab: chi è lo stilista dietro i look virali di Bianca Censori

Il mondo digitale è un immenso archivio in continua espansione, una costellazione di immagini che scorrono e si sovrappongono alla velocità della luce. Le celebrità vengono immortalate agli eventi in look studiati con estrema precisione, mentre colori, pattern e brand vengono poi consegnati alla massa, che, guidata dall’algoritmo, gusto o clima culturale, decreta cosa diventerà virale. In questo ecosistema di esposizione costante, l’arte del creare nella moda diventa centrale: non solo nel design, ma anche nello sviluppo di concept, nello styling, nella fotografia e nel video. Tra i protagonisti di questa scena creativa a 360 gradi c’è Gadir Rajab, conosciuto dal grande pubblico come la mente e le mani dietro i look più irriverenti di Bianca Censori.

Modello, fotografo, stilista e designer, Gadir nasce nel 1992 a Melbourne, in Australia, dove i suoi genitori si erano trasferiti a causa della guerra civile libanese, provenienti da Tripoli, città a un’ora e mezza da Beirut. A 18 anni si sposta a New York per lavorare come modello, per poi dedicarsi alla fotografia, una passione nata già ai tempi del liceo. Nel 2019 compie un nuovo passo: pur continuando a fotografare, fonda il suo brand di moda, Raga Malak, insieme alla sua migliore amica Raquelle Saba. La loro prima collezione Spring/Summer 2023 debutta nell’ottobre 2022: un’esplosione di abiti profondamente scollati, micro bikini e top strutturati come corsetti. Fin dall’inizio, Raga Malak riflette la crescita personale e identitaria di Gadir. Il marchio conquista rapidamente una clientela internazionale: Paris Hilton, Lourdes Leon, Doja Cat, Grimes, Ice Spice, Noah Cyrus e molte altre. Parallelamente, Rajab firma lo styling per icone come Kylie Minogue, Troye Sivan, Addison Rae, Bhad Bhabie e Iris Law, oltre che per numerose pubblicazioni.

In un’intervista a Welcome Magazine, piattaforma di cultura digitale, Gadir parla non solo del suo percorso e delle sue ispirazioni, ma anche del significato intrinseco di “creazione” nella moda e del concetto di “provocazione”. Abbiamo tutti visto le immagini di Bianca Censori, e si può affermare con una certa sicurezza che abbiano suscitato reazioni forti, positive e non. Che fosse o meno un intento calcolato, è proprio ciò che Gadir invita a interrogare. Una parte fondamentale del suo linguaggio estetico nasce dal confronto con le proprie radici. Cresciuto in un contesto in cui alcuni aspetti della moda venivano considerati haram, proibiti, Gadir racconta che i suoi design sono nati anche come gesto di ribellione, un modo per rivendicare la libertà di mostrare il corpo. Da qui l’importanza del nudo, così soppresso nei codici stilistici orientali. Dice nell’intervista: «Sono cresciuto con idee rigide di modestia, quindi inconsciamente ho abbracciato l’opposto. La mia famiglia viene dal Medio Oriente, ma sono cresciuto in Occidente, avevo dunque la libertà di esplorarlo. Sono sempre stato influenzato da immagini provocatorie. Molte donne con cui ho lavorato erano in momenti della loro vita in cui volevano sperimentare, ma posso fare moda anche oltre la nudità. Di recente ho fatto styling più coperto perché la gente mi chiamava misogino, come se riducessi le donne ai loro corpi. Non è così che vedo le cose. Trovo il corpo femminile bellissimo. La provocazione non è la mia identità, è solo qualcosa che ho apprezzato e ricercato in certi momenti, per veicolare libertà creativa».

Il suo lavoro esplora così la complessità della sua identità diasporica, sospesa tra due mondi. Come afferma lui stesso, si è spesso sentito «troppo arabo in Occidente, troppo occidentale in Oriente». Quando parla della creazione, Gadir entra nel cuore del suo metodo: un processo che non finisce nell’atto di inventare, ma continua nella circolazione dell’immagine. «Se ho fatto styling a qualcosa e viene benissimo, ne sono solo orgoglioso. Se la gente vuole ricrearlo, per un momento pop o un costume di Halloween, lo vedo come un complimento. Anche ora, alcune cose che ho disegnato per il mio brand sono state copiate, letteralmente su AliExpress e siti simili. Potrei essere arrabbiato, ma non lo sono, perché quel momento è già passato, ora sto facendo cose nuove. Ed è lusinghiero che qualcosa sia arrivato così lontano da convincere qualcuno a farci soldi copiandolo. Non lo vedo come una perdita di paternità. Quando crei qualcosa per il mondo, in un certo senso, lo stai donando».

Interrogato sull’importanza della provocazione , e se questa sia legata a doppio filo al successo, soprattutto dopo la viralità dei look di Bianca, Gadir risponde: «La provocazione può essere la formula per la viralità, ma può anche rovinarti la carriera, tipo distruggerti la vita. Alcuni momenti provocatori hanno distrutto persone, altri le hanno rese enormi. Alcune cose che pubblico non fanno nulla, altre esplodono. Pubblico principalmente ciò che amo. Ovviamente i contenuti con Bianca diventano virali: la gente o li ama o li odia. Sono diversi da ciò che si vede in giro. Ma non inseguo la viralità. Quella malattia del cercare validazione uccide la creatività. Però, quando sei online, inizi a percepire cosa potrebbe funzionare, non sto cercando di essere provocatorio di proposito. Ho fatto alcune cose che sono piaciute, e poi talenti e riviste mi hanno chiesto di ripeterle. Quindi l’ho fatto perché mi divertiva. Ma non forzerò quella direzione una volta che non mi ispirerà più».

Aggiunge inoltre di non riconoscere necessariamente la oralità come successo: «Tutti sono virali ora. Il mio vicino filma il suo gatto e può andare virale. Questo però non sminuisce chi ha studiato, fatto da assistente, sofferto, praticamente torturato, e ha una vera visione. La viralità spesso sembra una forma di svendersi. Rispetto chi ha curriculum incredibili e resta concentrato sulla propria arte, a prescindere dallo status online. Alcuni diventano virali senza provarci, ma è diverso». Questo è quello che lui sostiene sia successo per Bianca, o per alcuni dei suoi styling: non ci ha provato con quell’intento. La viralità è stata una conseguenza, non un obiettivo, e l’atto provocatorio è stato solo uno strumento in questo processo. Il verdetto finale sul successo meno di questo suo tentativo non può che appartenere a chi guarda.


[📷Instagram: gadirrajab]

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