Free the nipple: Facebook e Instagram vicine a sdoganare (finalmente) i capezzoli?

Cos’ha fatto il capezzolo femminile per essere così inviso ai social network? Perché quelli maschili sì e quelli femminili no? Queste domande aleggiano da sempre tra gli utenti, frutto anche di lamentele di celeb note e di movimenti come quello #FreeTheNipple, soprattutto dei social Facebook e Instagram. Trasparenze? Via. Nudi artistici? Per carità. Immagini censurate? Neppure. Ogni capezzolo femminile riceveva un ban di risposta.

Non è che tutto sia pornografia. Meta ovviamente ha la sua policy e, ci mancherebbe, è plausibile abbia avuto i suoi buoni motivi, ma questo doppiopesismo che escludeva a priori il capezzolo femminile da qualsiasi tipo di contenuto pubblicabile, al contrario di quello maschile, risulta quanto mai anacronistico al giorno d’oggi. Forse è il caso di sdoganare che non c’è niente di male se si vede qualcosina, d’altronde è frutto di Madre Natura. Ma poi perché continuare ancora con quelle emoji o con quelle foto in cui con Photoshop i seni diventano improvvisamente senza capezzoli?

La notizia uscita poco fa sul The Guardian, però, potrebbe aprire uno spiraglio. L’autorevole quotidiano ha parlato della nuova direzione che Meta potrebbe prendere a breve. Il 17 gennaio, infatti, l’Oversight Board dell’azienda, ovvero un gruppo di professori universitari, politici e giornalisti che fanno da consiglieri per ciò che riguarda la moderazione dei contenuti, ha suggerito di modificare la policy sulle immagini che ritraggono corpi nudi o scene di sesso. Il tutto ovviamente in modo che queste immagini siano basate «su criteri che rispettino i diritti umani riconosciuti a livello internazionale».

Secondo l’organismo questa politica sarebbe discriminatoria per i corpi femminili, rispetto a quelli maschili, ma anche una zona oscura per ciò che riguarda le persone trans e non binarie, il motivo per cui è nata la riflessione. A questi consigli, Meta pare aver risposto favorevolmente, parlando di una policy in continua evoluzione, specialmente sui temi LGBTQ+. L’azienda ora ha 60 giorni per rispondere alle proposte dell’organismo interno. Sarà forse la volta buona per liberare finalmente il capezzolo?

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