Francia: un membro dell’assemblea nazionale propone una tassa di 5 euro su ogni articolo di fast-fashion

Con l’obbiettivo di mettere in discussione la politica ambientale e interna dei colossi dello shopping low-cost come Shein e Temu, il deputato francese Antoine Vermorel-Marques, attraverso un video pubblicato su TikTok che riprende un haul di prodotti Shein, ha fatto sapere di aver depositato una proposta fiscale che prevederebbe un prelievo di 5 euro su ogni articolo di fast fashion venduto.

@antoinevermorel42 🛑 Les vêtements à 2€ qui arrivent en avion, contiennent des substances nocives pour la santé et finissent sur les plages en Afrique, c’est non ! Je dépose à l'Assemblée nationale une proposition de loi pour instaurer un bonus-malus afin de pénaliser les marques et pour encourager les démarches plus vertueuses ♻️ #shein#sheinhaul#ecologie#fastfashion#stopshein#pourtoi#fyp @lookbookaly @menezangel_ @loufitlove @lila_drila @cilia.ghass @tifanywallemacq @veronika_cln @lia__toutcourt @iamm_mae.e@IAMM_MAE.E ♬ son original – antoinevermorel

«I vestiti da 2 euro che arrivano in aereo contengono sostanze nocive per la salute e finiscono sulle spiagge n Africa, è no!», si legge nella caption del politico parte del partito repubblicano, che aggiunge: «Presento all’Assemblea nazionale una proposta di legge per istituire un bonus-manus per penalizzare i marchi e per incoraggiare passi più virtuosi». Con l’intento di proteggere le imprese locali, infatti, il provvedimento si concentra su tutti quei rivenditori online che non hanno una presenza fisica in Francia, mirando ad invogliare i consumatori a prediligere prodotti di produzione nazionale.

Dopo il 14 aprile 2013, con il crollo dell’edificio commerciale Rana Plaza in Bangladesh, i consumatori stessi sono stati i primi a chiedere maggiore trasparenza da parte di alcuni brand fast fashion, che pur di vendere merce a prezzi contenuti ignoravano la condizione delle catene di produzione. In occasione di questo tragico evento, il movimento no-profit “Fashion Revolution” lanciò l’hastag #WhoMakeMyClothes, che incentivò milioni di persone a chiedere ai loro marchi preferiti di rispondere alla domanda. Più recentemente, a seguito di alcune indagini condotte da Greenpaece Germania che hanno rivelato violazioni di sicurezza chimica all’interno degli di produzione di queste aziende, anche l’Unione Europea sta iniziando a pretendere maggiore trasparenza.

[📸 Panos Pictures – Public Eye]

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