«In questo museo vivente della moda, al limite della sparizione, gli abiti affondano, i colori svaniscono, le sciarpe costringono, gli scialli soffocano, le cravatte strozzano, i ventagli perdono il respiro, i fazzoletti si strappano, le calze si smagliano, i guanti si abbandonano, le tasche si svuotano, i cappelli si spezzano, i vestiti lunghi muoiono per lo stirarsi».
Questa breve descrizione di Olivier Saillard riassume lo spirito del progetto Le Musée Vivant de la Mode (Il museo vivente della moda), presentato alla Fondation Cartier pour l’art contemporain dall’8 al 21 marzo. Saillard è uno storico della moda e curatore: è stato direttore del Palais Galliera, Musée de la Mode de la Ville de Paris ed è oggi direttore della Azzedine Alaïa Foundation e direttore artistico, dell’immagine e della cultura per il marchio J.M. Weston. Accanto al lavoro accademico ha sviluppato una ricerca poetica attraverso performance dedicate alla moda. Tra queste, Impossible Wardrobe, realizzata con Tilda Swinton, ha inaugurato una collaborazione decennale, mentre Models Never Talk ha proposto un’alternativa performativa alle tradizionali sfilate di moda. Nel 2018 ha inoltre fondato Moda Povera, un progetto creativo e pedagogico che trasforma capi quotidiani e modesti valorizzandoli attraverso tecniche e saperi dell’alta moda.
Questo suo background trova nuova vita in questo meraviglioso progetto. Pensato appositamente per la Fondation Cartier, The Living Museum of Fashion è una performance senza precedenti attraverso cui Saillard tenta di costruire una sorta di museo effimero. Il progetto nasce da anni di riflessione sulle pratiche museali e sulla conservazione dei costumi e rappresenta il culmine di vent’anni di performance che esplorano modalità alternative di archiviazione dell’abbigliamento. La performance racconta la storia di una disciplina in un momento in cui mode e usi sembrano essere svaniti, relegando le seconde pelli quotidiane nel regno dell’oblio e del disprezzo.
Abiti di lino beige, indossati da modelle vive, diventano schermi espositivi mobili e fungono da piedistalli per una successione di accessori estinti, frammenti di capi scoloriti, espressioni dimenticate e costumi logori. Parallelamente, una conferenza quotidiana presenta lo statuto di queste opere marginalizzate all’interno delle collezioni ufficiali della moda. Ne emerge un’altra storia della moda, intenzionalmente più sociale che stilistica, che celebra, attraverso il recupero del gesto e della parola, generazioni di abiti anonimi ma fieri: abiti da lavoro, capi quotidiani e aristocrazie incarnate ormai cancellate dal tempo.
Le Musée Vivant de la Mode è dunque al tempo stesso testo e performance, concepito come un manifesto. Saillard sostiene l’idea di un museo della moda che resiste e respira, a differenza dei musei tradizionali -dove gli abiti sono presentati come oggetti immobili- restituisce loro vita attraverso il movimento, il gesto e l’intimità. Alla base vi è un’idea spesso discussa anche nella musicologia e nelle pratiche artistiche contemporanee: l’archivio delle opere non dovrebbe essere soltanto un deposito del passato, custodito tra le mura sterili di un edificio, ma uno spazio vivo, in cui l’arte possa continuamente reinventarsi e reinterpretarsi alla luce del presente.
Lo stesso vale per gli indumenti. Resti di vita, portano in sé le tracce del nostro vissuto: il tempo, i viaggi, gli incontri. Sono vere e proprie reliquie. La moda stessa, afferma Saillard, è come un fiore destinato ad appassire e a rinascere ogni anno. La performance diventa così una messa in scena di abiti morenti, testimoni di un vissuto che si sta spegnendo, ma anche di una ciclicità continua. È, infine, un manifesto per un nuovo museo della moda, in cui il movimento viene archiviato tanto quanto la forma.
[📷 fondationcartier.com]