Vogliamo dirlo subito e senza girarci troppo intorno: lo stile a questo Festival di Venezia 82 è stato sottotono. Certo, difficile il confronto con l’edizione del 2024, dove celebrities internazionali e look votati al divismo più esclusivo hanno reso tutti i giorni della Biennale una gioia per gli occhi. E anche se non proprio gioia, quanto meno avevano destato in noi un effetto sorpresa, quel tanto necessario a rendere accattivante la voglia di seguire i red carpet. E quest’anno invece nulla. Certo, i nomi non sono mancati, con in primis star del calibro di Julia Roberts e Jacob Elordi, ma lo smalto è stato di quelli a breve durata.
In tutta onestà, se dovessimo ricordarci anche solo un look da red carpet memorabile, faremmo fatica. E no, non sono bastati i tanto famigerati “debutti” dei nuovi direttori creativi a risollevare le sorti di un destino già segnato dall’inevitabile senso di noia, anzi caricando di aspettative queste new entry abbiamo finito per ritrovarci ancora più delusi. Il Festival di Venezia è la nuova vetrina su cui la moda ha scelto di puntare? Potrebbe aver avuto anche un senso, se solo queste premesse fossero state rispettate; e invece, sarà per la prossima volta, si spera.
Partiamo dalla diva Julia Roberts, che arriva in laguna con le Superga ai piedi e un maxi cardigan con la faccia stampata del regista Luca Guadagnino, che l’ha diretta nel film presentato in Biennale, “After the Hunt”. Un look che ci riporta in mente lo stile da “next door girl” che l’ha consacrata alla fama negli anni ’90 di Pretty Woman e Notting Hill e che quasi ci pare confortante, perché in un mondo di tendenze che vanno e vengono, Julia resta Julia con le sue sneakers di tela e l’inconfondibile sorriso. Il dramma, se così possiamo chiamarlo, si esaurisce tutto durante la conferenza stampa del film. Il look è firmato Versace by Dario Vitale, il designer che debutterà alla direzione del marchio della medusa il prossimo settembre 2025. Concettualmente, la combo blazer, denim e camicia è un grande classico, ed è anche “very Julia”, visto che l’attrice ha spesso amato incursioni del mondo daily e vagamente mannish, sin dal suo primo Golden Globes nel 1990 in suit Armani. Il problema è che non è per niente “very Versace”, visto che la combo sarebbe potuta essere praticamente di chiunque, da J.Crew a Celine, passando per GAP. Iconicità zero e non è bastato l’escamotage di Amanda Seyfried che ha scelto volutamente di indossare lo stesso look per la press conference di “The Testament of Ann Lee” solo pochi giorni dopo.
Strategia di marketing o il puro desiderio di una fan, in questo caso Seyfried, di replicare il look della sua attrice di culto? Non lo sapremo veramente mai, così come non sapremo mai perché sempre lei, la diva Julia, ha scelto il navy blu per il red carpet. L’abito, sempre di Versace, riprende il motivo iconico della maison a scacchi ma in una nuova versione di austerity, che non sappiamo se sarà il core della nuova linea di Vitale o se sia stata una scelta dettata dal desiderio dell’attrice. Continuiamo a non spiegarci la scelta del blu che ha letteralmente spento quell’inconfondibile bagliore che caratterizza l’attrice e se è vero che dell’armocromia non ci interessa nulla, è pur vero che certe stonature sono visibili a occhio nudo e non era necessario nemmeno l’intervento di un esperto. Insomma cara Julia, non ti sei guardata allo specchio durante i fitting? Noi ti preferiamo con le Superga.
E poteva Jonathan Anderson perdere l’occasione di mostrare le sue nuove creazioni per Dior anche a Venezia? Ovviamente no e lo ha fatto a partire dal suo pupillo, amico e collaboratore Luca Guadagnino, la cui t-shirt “No Dior – No Dietrich” è già diventata un must e possiamo ben capirlo per quella capacità del designer di unire in un solo colpo l’hype più cool e i riferimenti culturali, in questo caso all’amicizia tra l’attrice Marlene Dietrich e Christian Dior, dentro e fuori dal set. La situazione si complica con i look donna sfoggiati dalle attrici: a convincerci veramente, solo quello della nuova it-girl di Hollywood, Mia Goth, goth di nome e di fatto, che ha scelto una versione architettonica dello slip dress drappeggiata color taupe. Non possiamo dire forse lo stesso dei look di Jonathan Anderson sfoggiati da Alba Rohrwacher, Greta Lee e Monica Barbaro.
Anderson non è mai stato famoso per realizzare silhouette “classicamente femminili” e sebbene il suo genio, riconosciuto, si sia ben espresso nell’artigianalità a tratti sperimentale di Loewe, non sappiamo se potrà dare gli stessi frutti anche da Dior, emblema da sempre della femminilità francese più sofisticata, autentica, tra eleganza e romanticismo. La tipica cliente Dior sarà pronta a indossare abiti crinolina degni della sorellastra di Cenerentola? Per questo staremo a vedere ma il caro Jonathan dovrebbe forse ricordarsi che non tutte le donne hanno la personalità di Alba Rohrwacher e che indossare certi abiti potrebbe essere complicato.
Louise Trotter, neo eletta da Bottega Veneta, aveva già “debuttato” allo scorso Festival di Cannes con un abito indossato da Julianne Moore, ma la sua voce si è fatta sentire anche a Venezia. E no, non parliamo del fenomeno Jacob Elordi, ormai da tempo ambassador della maison, ma della talentuosa attrice Vicky Krieps, protagonista del film vincitore del Leone d’Oro “Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmusch. Bellezza anticonvenzionale e musa del cinema indipendente, Krieps è la nuova testimonial del marchio italiano e a Venezia ha indossato una creazione minimal chic tra geometrismi e proporzioni. Un abito sicuramente adatto alla personalità dell’attrice e senza dubbio costruito sui paradigmi della Trotter, che prima di Bottega Veneta ha diretto per anni Carven. Emozionante è un’altra cosa.
Più silenzioso Matthieu Blazy che al momento non ha rivendicato la paternità del look Chanel sfoggiato da Tilda Swinton. Un look che ci ha convinto, sofisticato nell’essenzialità dei suoi dettagli preziosi e soprattutto in linea con l’immagine dell’attrice, da sempre icona di stile aliena, austera e sperimentale. Blazy debutterà da Chanel il prossimo ottobre e se questo dovesse essere un assaggio di ciò che dovremo aspettarci potremmo, forse, tirare un sospiro di sollievo. Per ora, l’unico sospiro che ci sentiamo di tirare è che questo Festival di Venezia si sia concluso, senza infamia e senza lode, ma soprattutto senza vincitori di stile.
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