Father Mother Sister Brother: conosciamo veramente la nostra famiglia?

Al principio fu “Parenti Serpenti” di Mario Monicelli. La commedia cult italiana dolceamara degli anni ’90 viene ancora oggi considerata come il film probabilmente più realistico del Natale: uno spaccato comico eppure perfettamente calzante delle talvolta difficili relazioni tra parenti, che proprio nel Natale vedono lo scenario perfetto per una trama caustica e ben poco confortante. Ripicche, invidie, pettegolezzi, commenti indesiderati e sarcasmo non richiesto sono alla base di pranzi e cene durante le festività e non è un caso che sempre più giovani scelgano di non incontrare i familiari durante il Natale, stanchi della tossicità di certe dinamiche perpetuate ormai da tempo. Perché, come si dice, la famiglia non te la scegli e quando gli anni dell’infanzia lasciano il posto a una nuova consapevolezza, quella della maturità, ci si rende conto di non voler più sottostare a certi trattamenti ingenerosi, curando e proteggendo il proprio benessere mentale prima delle convenzioni che vorrebbero le riunioni familiari come pilastro centrale delle feste comandate. Da bambini siamo portati a considerare i nostri genitori e l’intero nucleo familiare come una protezione perfetta: i nostri genitori ci appaiono come degli eroi, le nostre zie come delle fatine del bene, i nostri cugini come fratelli. E certo, esistono ancora delle eccezioni, con famiglie unite e presenti l’uno per l’altra, e che a Natale si rincontrano proprio per rivivere quell’unione beata di un tempo. Ma, nella stragrande maggioranza dei casi, quando i figli crescono, e i genitori invecchiano, quell’idealizzazione svanisce e ci si ritrova a fronteggiarsi l’un l’altro in quello che potremmo definire semplicemente come un rapporto tra esseri umani alla pari. E, sorpresa, non è detto che si vada d’accordo, ma soprattutto, non è detto che la famiglia resti per forza la nostra isola felice. Anzi, a volte può trasformarsi in un vero e proprio inferno.

In “Father Mother Sister Brother”, vincitore dell’ultimo Leone d’oro al Festival di Venezia e ora nelle sale italiane, il regista Jim Jarmusch riduce il nucleo familiare alla sua essenzialità: come anticipato già solo nel titolo, si indaga sul rapporto tra padre, madre, fratello e sorella. Tre episodi, tre città diverse, tre famiglie diverse che ci raccontano una verità che spesso ignoriamo, abituati a darla per scontata, e che invece dovrebbe farci riflettere: conosciamo davvero i nostri familiari? Nel primo episodio, Adam Driver e Mayim Bialik sono due fratelli e figli di un padre vedovo e alla deriva: nel contesto di un paesaggio innevato, i due, entrambi adulti e con le proprie vite ormai realizzate, si recano a trovare lo strambo genitore, Tom Waits, apparentemente ridotto a uno stato di solitudine e alienazione dal mondo. Il dialogo che Jarmusch ci propone, durante l’intero incontro, si basa sul non detto, in un processo di sottrazione che esprime disagio seppur calibrato da una certa apparenza di serena formalità. L’imbarazzo si percepisce come la lama di un coltello ben affilato ma mai veramente pronto a colpire: con i nostri genitori dovremmo sentirci liberi di esprimerci, al sicuro, noi stessi. Ma è veramente così? Il non detto è anche alla base del secondo episodio del film, con una Charlotte Rampling madre di due sorelle opposte per gusti e personalità, la ligia e composta Cate Blanchett e l’outsider Vicky Krieps. Rampling è una scrittrice di successo e nella splendida cornice della sua casa di Dublino, tra pasticcini da tè e vasi di fiori, si ritrova a conversare placidamente eppure senza mai entrare veramente in connessione con le due figlie: Blanchett, che interpreta la maggiore, dietro la maschera della compostezza nasconde manie di perfezionismo e uno stato di perenne compiacimento nei confronti della madre “perfetta”, mentre la più giovane, Krieps, sembra talmente emotivamente distante da non rivelare a sua madre la relazione con la sua compagna. In entrambi gli episodi, si tratta di incontri brevi, dove l’ansia è tangibile anche tra tazze di tè e convenevoli: conversazioni mai veramente sincere, ansie inespresse, segreti mai svelati, si finisce a parlare di tutto – della bontà dei pasticcini, di orologi Rolex e persino dell’acqua – senza mai lasciarsi andare a un’emotività sincera. E ogni minuto che passa sembra non voler finire mai: ci si ritrova tranquillamente estranei, lontani, in uno stato evitante che, seppur non urlato, diventa silenziosamente insopportabile e l’unica cosa che si desidera è ritornare alle proprie vite. Lasciarsi alle spalle la propria famiglia come un aspetto predominante ma doloroso di un passato che non ci appartiene più: i genitori hanno dei segreti, i figli hanno dei segreti, in entrambi i casi si tratta di esseri umani e adulti che hanno smarrito da tempo quel senso di identificazione totale dell’infanzia per riscoprire un’estraneità dolorosa.

Fa eccezione solo l’ultimo episodio del film, Sister Brother per l’appunto, che vede per protagonisti una coppia di giovani gemelli, Luka Sabbat e Indya Moore, recentemente rimasti orfani dei genitori, scomparsi durante un incidente aereo. Nella casa dei genitori ormai vuota, a Parigi, i due fratelli rivivono con delicata malinconia i momenti del loro passato, tra vecchie fotografie e disegni di quando erano bambini. Certo, non mancano nemmeno in questo caso delle rivelazioni sulla vita dei genitori, segreti nascosti e mai raccontati ma scoperti dai figli senza risentimento, quanto piuttosto con una vena nostalgica e in un certo senso salvifica: i gemelli, in un processo quasi catartico, hanno già perdonato dentro di loro la madre e il padre, hanno già accettato di guardare loro innanzitutto come a due esseri umani non privi di difetti, spogliandoli dell’immacolata aura di perfezione con cui siamo soliti pensare ai nostri cari durante l’infanzia. Nella loro giovinezza ribelle e nei loro chiodi di pelle, il loro è il rapporto più autentico e forte dell’intero film: non c’è ipocrisia, non c’è paura di mettersi a nudo, non c’è pregiudizio, c’è solo amore. Father Mother Sister Brother non è un film sul Natale ma è probabilmente quello che più di altri, in questo momento storico, racconta con un’ermetica verità le famiglie contemporanee, che proprio a Natale dovrebbero ricongiungersi. Vederlo ci mette faccia a faccia con il rapporto che abbiamo con i nostri genitori e con i nostri fratelli, obbligandoci ad affrontare domande scomode: conosciamo davvero la nostra famiglia e siamo davvero noi stessi anche con coloro che, in teoria, dovrebbero conoscerci più di chiunque altro? La verità potrebbe sorprenderci, a Natale e in ogni altro momento dell’anno.

[📷luckyred.it]

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