Fashion Week: l’uomo che ci piace… e quello che non ci piace in questa Fall Winter 2026

Per qualcuno è stata la settimana della moda più in sordina di sempre, per altri un momento cruciale di espressione tangibile per diversi marchi, la prova del nove definitiva anche in un momento complicato. Per qualcuno, è stata un’operazione riuscita, per altri, si spera in un recupero alla prossima stagione Spring Summer 2027. Quello che è emerso da queste settimane dedicate alle collezioni uomo, è innanzitutto un appiattimento di Milano che, fatta eccezione per Prada e Dolce&Gabbana, non ha saputo essere convincente abbastanza per imporsi con credibilità nel panorama internazionale. Certo, è anche vero che è stata la stagione dei grandi assenti, come Gucci e Versace. Se per il primo, Demna debutterà ufficialmente con lo show donna del prossimo febbraio, per Versace le sorti sono ancora incerte: dopo l’uscita di scena di Dario Vitale, il marchio della Medusa è senza un direttore creativo e, sebbene le voci sempre più ricorrenti vogliano Pieter Mulier come candidato prediletto a questo ruolo, non ci è dato ancora sapere come e quando questo passaggio avverrà. Quindi, per un bel pò, il brand non sfilerà.

Giorgio Armani resta nel suo concept di timeless chic e senza sforzo, portando avanti l’eredità di Re Giorgio attraverso l’esperienza di Leo Dell’Orco. Tra gli emergenti, Lessico Familiare ci invita come sempre a entrare nella loro meravigliosa e alternativa realtà, fatta di raccoglimento, bellezza delle piccole cose, riflessioni culturali che vanno dalla pop-culture alla letteratura. QASIMI è stato un affascinante viaggio a ritroso nella memoria, tra tradizione orientale e sperimentazione sartoriale. E se Miuccia Prada e Raf Simons continuano a detenere il primato di attenzione delle sfilate milanesi, quest’ultima collezione risulta ancora più convincente rispetto alle precedenti presentate nelle recenti stagioni: very Prada, very cool. Funzionale, minimale e con dei picchi nostalgici dal primo all’ultimo look di sfilata.

Per Dolce&Gabbana, la polemica non ha invece scalfito il risultato effettivo dello show: i capi in passerella erano oggettivamente belli e ben fatti, e prima forse di scadere nello scandalo facile, come piace a certi creators che non hanno nemmeno le competenze effettive, bisognerebbe fare ammenda e giudicare le cose per quello che sono, senza dover cercare per forza il cavillo per un chiacchiericcio sterile. Accuse come quella di razzismo sono parole forti e giudicare un marchio per il casting di un solo show – che rifletteva l’art direction specifica della sfilata – e non per quelli precedenti, dove sono sempre stati presenti modelli di ogni etnia, è un attacco superficiale e che lascia il tempo che trova.

Ma è a Parigi che sono avvenute le cose, poche, più interessanti. E no, non sto parlando dell’onnipresente prezzemolino Jaden Smith, neo direttore creativo di Louboutin. Un debutto col botto, nel senso di un incidente automobilistico vero e proprio. Mai visto nulla di più deludente e, francamente, evitabile. Al contrario, è sempre una gioia per gli occhi ammirare lo straordinario talento di Julian Klausner nel portare avanti Dries Van Noten: è la sua la collezione più bella dell’intera stagione. Leggerezza ed expertise, uno splendido uso della maglieria, colori che scaldavano il cuore, eccentricità calibrata da un certo calore, rincuorante, rassicurante, come quando ci si trova davanti a qualcosa di veramente bello dopo molte asperità. E non è una bellezza fine a se stessa, sia chiaro: si è percepito davvero il desiderio di creare una collezione ricca e fatta bene, sulla scia della poeticità del fondatore Dries.

Ci è piaciuto l’uomo presentato da Véronique Nichanian per il suo addio definitivo alla maison Hermès: lusso vero, sobrietà delle forme ma declinata nella sua variante più esclusiva, texture impareggiabili, portabilità ai massimi livelli. Ci è piaciuto l’azzardo creativo di Jonathan Anderson per il suo uomo Dior: sebbene non tutti abbiano apprezzato la mescolanza tra romantic, punk e Paul Poiret, così apparentemente lontana dal mondo Dior, Anderson ci dimostra ancora una volta di essere uno dei pochi a fare quello che la moda dovrebbe fare, osare, mixare riferimenti culturali ed estetici, epoche e fantasie personali, al fine di creare qualcosa che possa essere assolutamente unico e riconoscibile.

Ci è piaciuta la ricchezza del guardaroba proposto da Michael Rider per Celine: sofisticato, cool, parigino ma con un’anima cosmopolita, contemporaneo e pieno di dettagli desiderabili. Personalmente, se fossi un uomo, vorrei tutto, è esattamente come vorrei vestirmi. Ci è piaciuta la sartorialità decadente e melanconica di Magliano, il marchio italiano giunto per la prima volta sul calendario parigino. Il suo mondo di riferimento è talmente umano e incisivo che, ovunque scelga di sfilare, riesce sempre a imprimersi in un immaginario evocativo potente, dove l’abito non passa in secondo piano ma anzi, diventa mezzo per esprimere anche attraverso il minimalismo più silenzioso e lento.

Ci è piaciuta la quotidianità strutturata di Sacai, dove la designer Chitose Abe continua a confermarsi come una delle voci più coerenti della moda parigina. Casual e sartoriale, la collezione offre un’idea per un guardaroba completo, dove la complessità diventa semplice e dove l’atto di vestirsi incontra il desiderio di mostrarsi consci delle proprie velleità, dove la sperimentazione acquisisce la forma di un’esplorazione oltre i cliché e categorizzazioni. Ci è piaciuta la performance tra teatro e vita vera di Lemaire, dove oriente e occidente compongono una melodia di morbidezza e onirico. Chi sono quelli che invece non ci sono piaciuti? Esattamente tutti quelli che non abbiamo citato.

[📸 Instagram: driesvannoten]

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