Fashion Shows: Da Galliano a Dilara Findikoglu, la sfilata come teatro performativo

“Yes Kate, go, go, goooooo!”. Parigi, 1993, backstage nei tendoni della Cour Carrée del Louvre. John Galliano è agitato e scalpitante perché di li a breve avrebbe presentato la sua collezione SS94, dopo una stagione di fermo a causa delle insicurezze finanziare del suo marchio, e istruisce una giovanissima Kate Moss avvolta in una gigantesca gonna a ruota con crinolina. Kate, minuta e magnetica come solo lei sapeva essere, corre avanti e dietro nel backstage, perché è proprio quello che Galliano vuole: una corsa disperata verso il futuro, verso una nuova vita. Insieme a lei Carla Bruni, Christy Turlington e altre facce famose degli anni ’90, riunite insieme per raccontare “Princess Lucretia”, la favola/storia che Galliano stesso aveva immaginato per presentare le sue creazioni, e che ancora oggi è considerata una delle sfilate più memorabili nonché vero punto di svolta di carriera del designer britannico.

Galliano affermò di essersi ispirato a diverse informazioni: il mancato ritrovamento delle ossa della principessa Romanov Anastasia, il film “The Piano” di Jane Champion, Anna Karenina e l’opera di Tolstoj, ma anche al principe di Edimburgo, Filippo, e alla nobiltà britannica tutta. La storia parla di una principessa russa, Lucretia appunto, che innamoratasi di un servo, sceglie di lasciarsi alle spalle gli sfarzi dell’opprimente corte di San Pietroburgo, per andare incontro alla vita e all’amore, travestita da uomo, in un viaggio di formazione in giro per l’Europa fino all’Inghilterra, dove troverà la sua nuova identità come donna libera e indipendente. Un tema che sa di romanzo d’appendice quello pensato dall’Enfant terrible Galliano, e che si traduce in abiti principeschi all’apertura, poi completi maschili, e ancora sottovesti preziose, e tessuti tartan scozzesi. Il successo fu enorme, tant’è che Anna Wintour portò Galliano con se a New York e di li a poco divenne direttore creativo di Givenchy. Ciò che colpi maggiormente il pubblico fu l’approccio teatrale, drammatico e pieno di pathos di tutto il défilé. Non una semplice sfilata, ma uno spettacolo, un film, un romanzo, un sogno, dove le modelle non si muovevano semplicemente per mostrare gli abiti, ma interpretavano con i loro gesti e i loro volti gioie e dolori della principessa Lucretia. Un approccio, quello teatrale, che Galliano ha sempre mantenuto, sia durante gli anni di direzione creativa di Dior, considerati ancora oggi tra i periodi più alti della storia della moda, ma ancora oggi al timone di Maison Margiela.

Emblematico in un periodo storico così complesso, dove i brand sembrano essersi letteralmente divisi in due correnti di pensiero diametralmente opposte: da un lato sobria concretezza, con fashion show dove il focus deve necessariamente rimanere l’abito, dall’altra esplosione di emozioni, con la moda che oltre ai vestiti deve farsi vicolo di messaggi sociali, e dove la sfilata diventa performance. Alexander McQueen, insieme a Galliano fu uno dei primi a scegliere questa modalità di presentazione negli anni 2000, con show memorabili in collaborazione con il coreografo Michael Clark.

Più recentemente non possiamo non citare l’ultima collezione SS24 di Valentino, “L’École”, dove a fare da cornice é stata una strabiliante performance di FKA Twigs, che ha accompagnato tutti i presenti in una rappresentazione suggestiva di corpo femminile e movimento. E ancora Michele Rizzo, artista poliedrico attivo tra danza, architettura e musica, che ha curato la coreografia della collezione Uomo FW21 di Marni, con la direzione creativa di Francesco Risso. Movimenti plastici e rallentati quelli dei modelli, orchestrati da Rizzo per raccontare la polemica contro la velocità violenta della contemporaneità.

Al momento, tra i coreografi, o per meglio dire, “direttori del movimento” più quotati del Fashion System troviamo Pat Boguslawski, ballerino contemporaneo ed ex modello scoperto da Sarah Burton durante una sfilata di McQueen. Fianco a fianco con fotografi e creativi del calibro di Mert e Marcus e Nick Knight, ha già all’attivo collaborazioni con Alexander McQueen, Balenciaga, Gucci, Givenchy, Chanel, Versace, Fendi, Valentino, Louis Vuitton e Maison Margiela di cui ha curato l’ultima memorabile sfilata couture di Gennaio 2024. Il suo ruolo è abbastanza articolato,un tramite fra la mente del creativo e la resa espressiva degli indossatori, in un campo difficile come il set o la sfilata, nel quale spesso non c’è il tempo di spiegare a fondo l’immaginario o il personaggio che si vuole far emergere da una collezione. Un approccio teatrale per l’appunto, che abbiamo ritrovato anche nel suo ultimo contributo per la sfilata londinese della designer Dilara Findikoglu, che nella cornice esoterica di una chiesa gotica sconsacrata e al ritmo di techno, la presentato la sua ultima collezione “ Femme Vortex”, un manifesto femminista contro la mascolinità tossica, raccontato attraverso corsetti vittoriani, leatherwear, trasparenze rubate al mondo della lingerie e tocchi di menswear. Un nuovo concetto di femminilità espresso anche attraverso i movimenti surreali delle modelle, diretti proprio da Pat.

Che per la moda sia il momento non solo di puntare i riflettori ma soprattutto di alzare il sipario? In ogni caso, the show must go on!

[📸 Pixelformula, SIPA / IPA]

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