Fashion debuts: nell’infinito valzer di chi viene e chi va, l’unica domanda è capire chi resta

Con la giornata del 5 Marzo 2024 si è conclusa ufficialmente anche questa stagione di Fashion Week, che con l’ultima sfilata di Louis Vuitton a Parigi, dice au revoir a tutti i fashion addicted e addetti ai lavori che per quasi un mese si sono barcamenati tra una sfilata e l’altra, tra New York, Londra, Milano e infine Parigi.

E’ stata sicuramente una stagione impegnativa, riflesso di un momento storico altrettanto impegnativo, confuso, incerto, e se da una parte ne sono venute fuori della macro reactions, sintomo di un comune sentire da parte della maison nel fronteggiare gli stessi temi, dall’altra gli spunti che ne sono derivati sono davvero tantissimi, e spesso in contrasto tra loro, tanto che potremmo definirla come una “stagione di contrasti”: “super femminile” e “super maschile”, minimalismo e massimalismo, mini e maxi, vecchio e nuovo. In questo contesto a cavallo tra rivoluzione e conservazione, questa è stata anche una stagione di debutti, che ha visto protagonisti nuovi designer prendere in mano la direzione creativa di brand di culto.

Quello dei designer e delle loro creative direction sembra essere un gioco della sedia senza fine che, fatte alcune eccezioni, può rapidamente trasformarsi in un gioco al massacro; giovani talentuosi seppur semi sconosciuti, vengono selezionati dai grandi gruppi che li mettono a capo di aziende storiche, affidandogli la responsabilità di risollevare le sorti di brand sull’orlo del dimenticatoio, o della crisi. Un compito importante e che metterebbe alla prova qualsiasi creativo, specie se non supportato da un solido team building. Spesso non tutti riescono a comprendere determinati meccanismi sin da subito, e nell’arco di due stagioni finiscono per essere sostituiti e rapidamente riconsegnati all’anonimato.

Un sistema spietato, che probabilmente non tiene conto delle difficoltà e delle tempistiche di recuperare un’eredità storica, farla propria, e trasportarla nel presente. In questa stagione Autunno/Inverno abbiamo assistito a diversi debutti ma procediamo con ordine:

-Adrian Appiolaza da Moschino: il designer argentino sembra aver convinto tutti all’unanimità; ha recuperato gli archivi storici di una delle maison icona del Made in Italy e lo ha fatto con la leggerezza tipica del suo fondatore, Franco Moschino, ma anche con un approccio selling-oriented, con capi vendibili e appealing.

-Matteo Tamburini da Tod’s: dopo la stagione di Walter Chiapponi (al suo debutto da Blumarine) Tamburini, cresciuto nella scuola di Bottega Veneta, propone silhouette sofisticate e minimal per un lusso “destrutturato”, reinterpretando i codici di uno dei brand “quite luxury” per eccellenza dell’italianità. Probabilmente nulla di troppo chiacchierato, ma perfettamente inserito in quel segmento di “saper fare” di qualità che tanto va di moda adesso. Quello che c’è da augurarsi è che anche l’aspetto narrativo del brand prenda piede in modo incisivo.

-Walter Chiapponi da Blumarine: dopo il periodo Y2K di Nicola Brognano, meritevole di aver riportato in auge un brand andato in sordina, Blumarine rivive un nuovo corso con la direzione di Chiapponi; l’aspetto glamorous di Brognano viene qui sostituito da un’attitude sad-core che ha più a che fare con i ‘90s che con gli eccessi degli anni 2000. Una collezione che ha scaturito recensioni opposte, tra chi ha vantato Chiapponi per aver recuperato alcuni dei main core del marchio e di avergli conferito una ritrovata sobrietà, altri che lo hanno accusato di non aver sperimentato abbastanza, riportando Blumarine ad uno stato di irrilevanza. Il seguito? Aspettiamo la prossima stagione.

-Chemena Kamali da Chloé: debutto al femminile per il brand parigino, che sembra rivivere una nuova ondata di hype che non si vedeva dai primi anni ‘2000. Chemena Kamali aveva già lavorato nella maison e si vede, il dna di Chloé è dentro di lei. Con un front row di tutto rispetto, la sfilata è stata un trionfo di boho-chic, tra balze, ricami e giacche di pelle, tutti elementi tipici del brand. Le recensioni sono super positive e i critici entusiasti, che Kamali abbia inaugurato una nuova “Chloé era”?

Seán McGirr da Alexander McQueen: meno convincente e iper discusso il debutto del giovane McGirr da McQueen; prendere in mano l’eredità di un brand fondato da un genio è sicuramente cosa complicata, e l’ottima Sarah Burton che è stata al timone della maison per anni è stata essa stessa sotto l’occhio del ciclone per anni, complice di aver portato troppo romanticismo nell’oscuro mondo del brand britannico. McGirr viene dalla scuola di JWAnderson, e per quanto talentuoso, è cresciuto in una scuola opposta a quella di Alexander McQueen: come Anderson è abituato a raccontare i capi nella loro struttura, McQueen invece raccontava mondi fantastici, dove la narrazione andava di pari passo alla collezione. In effetti McGirr ci ha provato a dare una narrazione verosimile, ed è infatti apprezzabile notare il suo tentativo di rappresentare “il rough drama”, le realtà spigolose e underground che erano care anche al founder, dall’altra senza cogliere però la sofisticatezza e maestria sartoriale che hanno reso il brand un unicum del suo genere.

Nell’infinito valzer della moda, l’unica domanda che vale la pena porsi non è “who’s the next?”, ma piuttosto “chi sopravviverà?”

[📷Pixelformula, SIPA / IPA]

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