Quello che certi fotografi di moda sono riusciti a imprimere nell’immaginario collettivo, è ben più di belle fotografie. Parliamo di vere e proprie rappresentazioni di un’epoca, di suggestioni tangibili, di manifesti di un determinato pensiero. Firme distintive del panorama artistico, i fotografi hanno saputo raccontare, meglio di chiunque altro, le collezioni dei marchi più famosi di tutti i tempi, dando loro un’anima, una vita, al di là dei vestiti stessi. Un fenomeno, che ha avuto la sua piena espressione negli anni ’90, decennio fulgido di innovazioni per il fashion system e la creatività, ma soprattutto un decennio di rottura definitiva con quello che c’era prima e che, da allora in poi, non è stato più lo stesso.
È negli anni ’90 che la fotografia patinata e spesso fin troppo irrealistica delle epoche precedenti, comincia a lasciare spazio alla verità: fotografie crude, volti scomposti, bellezze irregolari, minimalismo e scenari decadenti, diventano protagonisti di una nuova narrazione, in perfetta antitesi con il lusso spesso eccessivo delle campagne degli anni ’80. Non si vuole più solo vendere un sogno, ma anche offrire una finestra sul mondo reale, uno spaccato nudo e crudo della contemporaneità, dimostrando come anche questa può essere estremamente poetica. È in questo periodo che prendono vita tra le più celebri collaborazioni tra brand e fotografo, un sodalizio a due che spesso lascia spazio anche a terzi “incomodi” per nulla scomodi, come modelle di culto e stylist.
Ma, a oggi, possiamo davvero riconoscere dei simili successi tra i nuovi fotografi emergenti? Di nuove e talentuose leve creative se ne sono viste tante; inoltre, grazie all’avvento dei social network, è molto più facile per un fotografo nel 2024 poter esprimere la propria arte e farla conoscere al grande pubblico, velocizzando di fatto i tempi di possibili collaborazioni anche con i brand più rinomati. Il fatto è, che se i marchi si sono dimostrati aperti con le nuove ondate di creativi soprattutto per quanto riguarda digital campaign o piccole collaborazioni, a scattare le adv istituzionali restano ancora i grandi nomi degli anni ’90. Sono poche le eccezioni che provano una reale apertura sperimentando collaborazioni con gli artisti emergenti, ma la maggioranza predilige ancora affiliarsi a nomi riconosciuti dal grande establishment.
Le motivazioni? Forse perché scattare con un nome affermato da anni assicura una certa sicurezza di fondo, in un mare di incertezze come quello che sta vivendo attualmente il sistema; inoltre, esistono rapporti di amicizia che durano da anni, e che quindi vengono “rinnovati”, anno dopo anno, campagna dopo campagna. Inoltre, molti marchi sono ancora legati al prestigio che può conferire la grande firma di una leggenda della fotografia, imprimendo di fatto un senso di continuità e status symbol che possa fargli accrescere il valore nel mercato del lusso.
Tuttavia sarebbe forse auspicabile sbrigliarsi da una rete tanto rigida: come successe negli anni ’90, tantissimi giovani, con visioni meravigliose, non vedono l’ora di poter esprimere la propria arte e il proprio punto di vista anche ad altissimi livelli. Fare ricerca di nuovi talenti dovrebbe essere un verbo imperativo per gli art director delle grandi maison, dimostrando curiosità e capacità di adattarsi alla contemporaneità. Se per qualcuno di questi giovanissimi il miracolo avviene, per la maggioranza si resta relegati per anni e anni in una sorta di limbo creativo, nella speranza di ottenere l’agognata svolta che, purtroppo, in molti casi è destinata a non arrivare mai. Non sarebbe forse il caso di compiere dei piccoli passi verso qualcosa di nuovo? Ne abbiamo bisogno, ora più che mai, in passerella come dietro l’obiettivo.
[📷 instagram: prada; Willy Vanderperre]