Enrico Nigiotti, al via il suo tour unplugged: “Preferirei fallire con una canzone bella che essere famoso per una canzone brutta”

Stanco, ma felice. Pochi giorni fa abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Enrico Nigiotti. Solido e concreto cantautore, livornese doc, città che non ha mai lasciato e che mai lascerà, “d’altronde, senza il mare come fai…” ci dice. Il 3 novembre è uscita “Ninnananna”, un brano che racconta il più grande cambiamento della sua vita: la nascita dei suoi figli. Anzi, i “figlioli”, come dice lui. Cambiamento che non è né il primo né l’ultimo nella sua vita e carriera e che fanno parte del percorso, ovviamente, come ci racconta anche lui. «Io a livello lavorativo chissà quanti ne farò di cambiamenti. Credo che, fondamentalmente, sia difficile riuscire a rimanere sempre la stessa cosa, è impossibile secondo me. E proprio questo è il bello della musica, della vita, di chi scrive le canzoni, è che, anche andando avanti, non potrai mai scrivere la stessa canzone d’amore. Andando avanti, cambiano le cose, cambia anche la tua prospettiva».

Cambia la vita, cambiano le prospettive. Più sensibile su alcune cose, non necessariamente per la nascita dei suoi figli, ma anche perché con tutta la violenza che c’è nel mondo empatizzare è diventata quasi un’arma per non rimanere indifferenti. D’altronde la vita è un viaggio, ma anche una riscoperta continua, di sentimenti, certezze e priorità. E l’ultima tappa si chiama proprio “Ninnananna”, canzone che voleva scrivere ma che non veniva come sperava. È nata dopo l’arrivo dei suoi figlioli, ascoltandosi e parlando di quello che provava. «Tornando alla metafora del viaggio, essere padre, quando li guardi, è come partire, è come stare dentro una macchina e ogni secondo che passa, ogni giorno, cambia il paesaggio. Perché ogni giorno loro diventano qualcosa di diverso, cioè dal gattonamento, dal dentino che gli parte, dal “dadda” che dicono, dalla risata in più. Quindi è un film che non finisce, continua sempre».

La felicità è palpabile e si ascolta anche dall’altro filo del telefono. Enrico Nigiotti è felice, in questo momento, ma ci tiene a puntualizzare che gli basta poco per esserlo. «Sono una persona che non ha mai desiderato troppe cose, non che non abbia mai avuto dei sogni, però sono una persona che è serena con poco. Cioè a me basta davvero il classico panino, un bicchiere di vino con gli amici, non ho mai desiderato cose materiali, impossibili…». La sua felicità è mantenere per più tempo possibile in vita i suoi sogni, come il sapore in bocca di un bel bicchiere di vino, ma non esserne schiavo. Ma anche «la serenità, fondamentalmente». «Per me la felicità è fare quello che mi piace fare. (…) Non voglio e non vorrei mai che la vita fosse… cioè che io fossi il lavoro, capito? Io sono io, non sono né il lavoro né come mi va il lavoro».

D’altronde, continua Nigiotti, «questo mondo di oggi è molto particolare, nel senso che a parte tutti stanno rincorrendo questa specie di successo. Che tutti vogliono essere i numero uno. Ma non credo che… a parte Vasco Rossi, che lo sarà per sempre, ma di Vasco ne nasce uno solo, lui è Dio. Per cui, cioè, in realtà è un po’ come l’orizzonte, no? Te fai due passi, ti avvicini, fa quattro passi, ti avvicini, ma non ci arriverai mai all’orizzonte. Non potrai mai essere, anche se tu riuscissi ad arrivare a essere il numero uno, non sarà mai una cosa che potrà durare per sempre. Per cui questa ostinata ricerca di riuscire per forza a risultare in meglio, secondo me è sbagliata». D’altronde, come poeticamente riassume: «Alla fine la carriera è una cosa, la musica è tutt’altro, quindi io preferirei fallire con una canzone bella che essere famoso per una canzone brutta».

Il viaggio della vita è anche fatto però di inciampi ed errori. «Un po’ questi discorsi qua che ti torna tutto col discorso dello sbagliare. Io credo che, a parte che la paura di sbagliare è sicuramente la spinta più importante, cioè, il tifo più importante che una persona possa avere, e lo sbagliare ci sta nella vita, che è un gioco alla fine. Chiaramente lo sbaglio, finché sbagli su te stesso, secondo me, è tutto da fare, da fare, da rifare, da disfare, da rifare. Gli sbagli però non devono mai portare in mezzo altre persone. Secondo me, è lì che forse va condannato. Quando il tuo sbaglio provoca danni a un’altra persona, allora quello è uno sbaglio. Per me, se te sbagli, è un inciampare. Per me esiste inciampare, che sono gli errori che facciamo tutti, sono gli errori comuni che ci facciamo su noi stessi».

Tornando a “Ninnananna”, c’è un verso in cui Nigiotti dice, rivolgendosi ai figli: “Vorrei già consigliarti tre-quattro canzoni, vedere se ci danno le stesse emozioni”. Ma quali sarebbero? «Qualsiasi canzone di Lucio Dalla. “Anima Fragile” di Vasco Rossi. “Una mano sugli occhi” di Niccolò Fabi. E poi penso sicuramente qualsiasi canzone di Luigi Tenco. Tenco e Dalla, tutta la discografia. Per me Dalla è il più grande artista italiano. Se io penso a un artista italiano, penso a lui. Quando mi dicono “sei un artista, sei un artista”, io rispondo: “Artista non sono, io sono uno che scrive le canzoni, sono un artigiano”. Dal momento che Lucio Dalla era artista, è difficile paragonarsi. Eviterei proprio, il nome ‘artista’ lo lascerei solo a Lucio Dalla. Per me Vasco è Dio, la Nannini è la Madonna e Lucio Dalla è lo spirito santo».

A proposito di Gianna Nannini, con cui Nigiotti ha collaborato in “Complici” nel 2018, dice: «Se la Nannini fosse stata uomo secondo me avrebbe fatto tranquillamente come Vasco, perché non è che le mancano le canzoni. Poi Gianna secondo me ha una poetica nei testi che è bellissima, è devastante. A me piace tantissimo Gianna, non perché le voglia bene, sono fan da sempre. Io cominciai ad aprirle i concerti nel 2015, poi, diciamo, ho fatto “X Factor”, quindi sono diventato conosciuto, avevo questa canzone che si chiamava “Semplice”, in cui secondo me la sua voce era perfetta. Gliela feci sentire, lei ci lavorò, e mi disse: “Guarda, però, invece di dire ‘semplice’, diciamo ‘complici’”. Sicché “Complici” poi l’ha dato lei il titolo, l’ha cambiata lei la frase. Che era perfetta, quindi assurdo».

L’affetto dei suoi fan non è mancato e il cantautore livornese vuole risentirlo addosso. Per questo ha deciso, in poco tempo, di fissare tre date unplugged l’8 dicembre a Roma, il 9 dicembre a Milano, il 13 a Firenze, già sold out. «Sono tre concerti vissuti e decisi in maniera istantanea. Proprio come se fosse una mia piccola bizza. Sapevo che il singolo sarebbe uscito il 3 novembre, ma a metà ottobre ho detto: “No, ragazzi, io volevo fare tre date prima della fine dell’anno, tre date acustiche”. Tant’è che si è dovuto cercare le prime disponibilità, perché non era semplice, erano tutti pieni, insomma, era difficile da trovare, ma io volevo farlo per forza. E sono tre date completamente acustiche, unplugged, in trio, quindi una formazione molto particolare. Sarà un concerto nudo e crudo, senza condimenti, quindi senza le sequenze, suonato, cioè, da musicista. Io sono musicista, inizio da musicista, parto da chitarrista, poi divento scrittore di canzoni. Per cui avremo due chitarre, il pianoforte… La cosa che a me piace molto è il fatto che le canzoni avranno una veste semplice, saranno paradossalmente più vicine alla forma del provino che alla forma della produzione. Quindi sarà un po’ uno spettacolo alle “Storytellers”, quel programma su MTV. Il concetto di questo spettacolo è proprio una roba del genere, suono e racconto alcuni aneddoti. Secondo me è una cosa molto bella. Poi ho deciso di omaggiare De Andrè con una canzone e poi di far sentire un inedito nuovo, che potrebbe essere il prossimo singolo, di farlo sentire come se fosse il provino».

Il suo habitat, dice, che già dalle prove gli ha dato molte soddisfazioni. Lui, artigiano, ha scomposto le canzoni per il pubblico, per live intimi ormai alle porte. Non ci resta che ascoltare e godercelo.

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