Emiliano Ponzi: l’illustratore italiano ci racconta la poetica della sua arte

Alcune storie non hanno bisogno di parole per essere raccontate: a volte, bastano le immagini, soprattutto se queste sono evocative e si trasformano in un vero e proprio linguaggio, capace di trasmettere, attraverso forme e colori, il senso del racconto. Le opere di Emiliano Ponzi, illustratore italiano trasferitosi a New York, incarnano perfettamente questa idea: le sue opere cristallizzano attimi di vita e sensazioni in cui è possibile riconoscersi e immedesimarsi. La sua forza è quella di raccontare storie universali, che scavano nei sentimenti più profondi, restituendo un’intensa quota di umanità.

Visionario e innovativo, Emiliano Ponzi è uno di quegli artisti che con orgoglio rappresenta l’Italia nel mondo. Ha stretto collaborazioni con autori di successo come Haruki Murakami, per cui ha disegnato la copertina del libro “Abbandonare un gatto”, ha collaborato con Apple, The New York Times, Uniqlo, Le Monde, The New Yorker, Louis Vuitton, il MoMa di New York e altre realtà riconosciute a livello internazionale. «Ho fatto molte cose molto diverse e ognuna (o quasi) è stata stimolante perché mi motivava a fare un passo oltre me stesso», ci ha raccontato in un’intervista, con cui ripercorriamo la sua arte.

Tra razionalità ed emozione

Qual è il punto di partenza per il tuo processo creativo? Solitamente parti da un’idea ben precisa o ti lasci trasportare da un’emozione?

«Le due cose non sono troppo distinte e distanti. L’idea contiene un’emozione. Senza un minimo di scintilla non è possibile creare nulla. Lo step successivo è lasciare campo alla parte razionale che deve scremare le tante intuizioni per individuare le più forti che possono essere trasformate in un progetto. In un processo di brainstorming ha senso aprire la porta e far entrare ogni suggestione, raccogliere ogni idea per poi essere critici con se stessi e calibrare la proposta al lavoro specifico che si sta affrontando».

Come descriveresti il tuo stile artistico? E come è mutato nel corso del tempo?

«Non saprei descriverlo. Credo che il grande dono di avere una mente creativa sia quello di usarla per evolvere quindi imparare cose nuove. Crescendo (anagraficamente e come artista) il modo in cui si elaborano gli input esterni cambia e cambia il modo in cui si vogliono rappresentare e rilasciare all’esterno. 15 anni fa tendevo ad essere più sintetico e concettuale, ora ho un approccio più ricco dove trovo interessante aggiungere dettagli. Per me la mission è arricchire il mio vocabolario artistico perché conoscendo più parole posso comunicare meglio all’esterno».

Trasferirsi a New York è stata “una tappa quasi obbligata”

Cosa ti ha spinto a scegliere New York come base per la tua carriera? Quanto della tua terra natia c’è nelle tue illustrazioni?

«Lavoro con gli USA da circa il 2005. Per diversi anni sono venuto un paio di volte all’anno e ho trascorso qui uno o due mesi consecutivi per “studiare il territorio” dunque trasferirsi era l’evoluzione naturale. Questo è parte di un percorso di messa alla prova in un luogo sconfinato con altre regole e prospettive. Quello che mi interessa, come già citato prima, è la conoscenza intesa come l’arricchimento della mia personalità sia come essere umano che come artista e venire a New York è stata una tappa quasi obbligata. Sto scoprendo che l’America, ed è qualcosa che si comprende solo venendo a vivere qui, non è esattamente come viene raccontata al mondo dall’America stessa o dalle convinzioni che ci siamo fatti. Ma questa è un’altra storia».

Le sue storie, fatte di immagini

Nelle illustrazioni di Emiliano Ponzi, le persone sono spesso protagoniste. Anche se di spalle o all’ombra, il suo tratto è così definito che permette di far emergere le emozioni e le sensazioni dei soggetti, dando vita a un racconto.

L’ispirazione per creare i personaggi è frutto della tua fantasia o ti è capitato di illustrare persone che hai incontrato, per esempio, per strada?

«Non mi è mai successo in maniera diretta. Magari ho notato un dettaglio nel look, nella fisionomia o nel modo di muoversi di qualcuno che mi ha particolarmente colpito e che ho usato in qualche immagine ma non mai usato persone reali come modelli per illustrazioni o quadri».

Come riesci a trasmettere emozioni e raccontare una storia attraverso un’estetica minimale?

«Cerco di creare un’immagine che sia la sua miglior versione possibile. Ogni illustrazione che realizzo è molto pensata, progettata e lavorata anche quando sembra fresca come tratto. Lavoro a diverse versioni della stessa immagine in modo da averne pieno controllo (sui colori, forme e composizione) e in questo modo probabilmente anche quello che comunica (le emozioni) diventano chiare, prima a me, e poi a chi le guarda».

Con la mostra “Together” Emiliano Ponzi ha raccontato la storia di un amore

L’anno scorso, la Philippe Labaune Gallery ha ospitato la sua mostra “Together”, che ha raccontato un legame tra due persone fatto di istantanee, momenti vissuti insieme e in solitudine. Al centro dell’esposizione due corpi che gravitano l’uno attorno all’altro, in una danza che li porta ad avvicinarsi e allontanarsi. “Together” è la storia di una relazione.

«Lavorare alla mostra di pittura è stato un grande lavoro prima di tutto concettuale, perché prima ho scritto la storia composta da pagine di diario che le due persone scrivevano raccontandosi come esseri umani e come coppia. Poi da questi testi ho realizzato 14 tele. Il colore crea le atmosfere, racconta frames diversi della loro storia d’amore in una circostanza diversa, in anni diversi e in luoghi diversi. Ho variato i colori delle tele per forzare le differenze tra un quadro e un altro usando però gli stessi personaggi come filo conduttore che tenesse assieme la narrazione di due vite che si incontrano e fanno una parte di strada assieme».

Arte e social network: “Non ho mai pensato di dovermi troppo asservire”

Come sta cambiando il lavoro di un illustratore con la domanda dei social network? Le ultime tendenze e le richieste degli utenti stanno influenzando il tuo lavoro?

«Come tutte le novità, anche i social si sono, con gli anni, normalizzati. Ultimamente vedo meno lavori fatti solo e soltanto per Instagram o simili rispetto a un po’ di tempo fa. Io li ho sempre considerati come una vetrina per il lavoro che faccio altrove, ma non ho mai pensato di dovermi troppo asservire ai social stessi. Non ho mai pensato al concetto di “followers” come una conquista e non ho mai studiato gli algoritmi. So benissimo che è pratica ormai del tutto normalizzata e so anche che funziona, in linea con una certa idea di capitalismo e imprenditoria che comprendo, ma non saprei… Non vorrei essere scambiato per uno che vende pandori. Molto razionalmente, affidare il successo (o l’insuccesso) del mio lavoro a una piattaforma di proprietà di un privato credo possa essere una pratica piuttosto pericolosa».

Come fai a mantenere un’identità così distintiva? Sei aperto al cambiamento?

«Il cambiamento è la mia benzina. L’esigenza ossessiva di esplorare cose diverse e nuove (chiaramente affini al mio perimetro d’azione) è grazie a questa tensione che ho potuto fare mostre di pittura, illustrazioni digitali per clienti che vanno da Apple a Tiffany, installazioni artistiche al Salone del Mobile o a Shanghai, lavori in Realtà Virtuale e Realtà Aumentata. Alla fine, è tutta una questione di sfamare la voglia di fare».

C’è un progetto che sogni di realizzare o un tema che vorresti esplorare in futuro?

«Al momento non saprei ma ti assicuro che appena mi verrà in mente mi adopererò per realizzarlo», ci ha detto, e noi non vediamo l’ora di scoprirlo.

[📷 © Piero Gemelli]

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