Al Festival di Venezia 79 è uno dei protagonisti indiscussi, con il film in gara “L’immensità” che vede protagonista Penelope Cruz. Una pellicola fortemente importante per il regista, che considera il film della vita: «Mi sono avvicinato al cinema forse per questo, ma se l’avessi fatto come primo film sarebbe stato pallosissimo, magari didascalico, sarebbe stata la storia di un poveraccio che vive la crisi di genere, invece ho aspettato, ho consapevolezza e cose come queste bisogna riuscire a raccontarle quando si sa parlare», spiega all’Ansa.
Lui che ha vissuto un processo di transizione, ora esce allo scoperto, ma non considerate il film come quello del coming out. «Io sono sempre stato out! Non sono una rockstar, cosa dovrebbe importare alla gente, è piuttosto un film che mi riguarda molto da vicino, racconta in chiave poetica la mia infanzia, non c’è nessuna trasformazione o transizione, sarebbe una disinformazione».
E al Corriere spiega la sua rinascita, lanciando un messaggio al Paese. «Io sono quello che sono, perché devo rassicurare? C’è bisogno che dica io sono maschio o femmina? Sono quello che lei ha davanti, non basta? Sono e non sono, essere o non essere… Spero di non minacciare nessuno. Voglio dire una cosa politica: questo Paese sta cambiando, siamo impauriti, tutto si può fare tranne avere coraggio. La donna è la parte migliore dell’uomo che sono, è quella dentro di me, è l’oggetto dei miei desideri, è lei che ascolto più volentieri. La donna è un campo di battaglia, dà la vita, allatta, rinuncia, si sacrifica, ha lottato per emanciparsi. Descrivere un uomo sarebbe noioso».
E su Penelope Cruz, musa di questo film fondamentale, dice sempre al Corriere. «È l’archetipo femminile, è una donna del passato, presente e futuro. Parla l’italiano con accento spagnolo, una sporcatura, avrebbe potuto parlare in romanesco ma ho preferito così».