Dries Van Noten: perché ne sentiremo la mancanza?

Quando lo scorso sabato, 22 giugno 2024, ha salutato la sua ultima passerella a Parigi, l’atmosfera si è immediatamente intrisa di emozione. Si perché pochi come Dries Van Noten hanno avuto la capacità di lasciare un segno indelebile, ma soprattutto facendolo seguendo sempre e comunque il proprio intuito e la propria personalità, scevra da sensazionalismi fugaci ma concretamente visionaria.

Nato in Belgio, Dries Van Noten porta con se tutta quell’ereditarietà fiamminga che è parte integrante della propria formazione culturale prima, e creativa dopo; quell’uso poetico e vivido dei colori, – per cui è universalmente riconosciuto come maestro assoluto -, colori saturi, intensi, ma anche quell’atmosfera sempre a tratti crepuscolare, a tratti pronta ad esplodere in un tripudio di luce. Il giovane Dries nasce in una famiglia “sartoriale” nel vero e proprio senso della parola: il papà possiede diverse boutique e viaggia tra Milano e Parigi, tra camicie di Charvet e scarpe di Ferragamo. Cresce dunque respirando qualità artigianale, una base fondamentale del proprio lavoro. Poi gli studi alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, dove si fa riconoscere immediatamente per lo straordinario talento, tanto da entrare di diritto nell’ancora famigerato gruppo dei “Antwerp Six” ovvero i “Sei di Anversa”: Walter Van Beirendonck, Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs e Marina Yee, sei designer destinati a cambiare la moda degli anni ’90.

La cultura fiamminga di questi sei designer rappresenta per la prima volta un unicum nel fashion system: non sono parigini, non sono italiani, ne newyorkesi, ne giapponesi. Sono europei ma con quella vena di sottile malinconia, che tuttavia non si consuma mai nella poesia fine a se stessa ma al contrario in un risvolto estremamente pragmatico. Questo approccio è stata una costante di Dries Van Noten fino agli ultimi giorni della sua carriera; i suoi show sono esperienze immersive ma difficilmente si tingono della drammatica teatralità tipica di un Galliano, o del sensazionalismo di Lagerfeld, e nemmeno del romanticismo dark e struggente di Alexander McQueen.

Gli abiti restano sempre e comunque il punto focale delle collezioni di Van Noten, dove è il capo in sé a portare in scena tutta la complessità e la ricerca che vi è dietro. Sono abiti eclettici, sofisticatissimi, minuziosi ma anche profondamente viscerali; Van Noten è un ottimo giardiniere,- il giardino della sua villa privata alle porte di Anversa è ormai cosa nota-, e questa capacità di maneggiare la natura in un modo così espressivo e multi sfaccettato lo hanno reso unico. C’è vita in questi abiti e, proprio come è la vita stessa, c’è un naturalismo ora genuino ora complesso che si sviluppa di volta in volta in collezioni splendidamente articolate.

L’autenticità di Van Noten venne ben fuori durante il periodo della pandemia di Covid-19, quando rilasciò una lettera a cuore aperto: il designer chiese una normalizzazione del calendario del retail e sincronizzare le stagioni della moda con quelle dell’anno. «Non è normale comprare vestiti invernali a maggio. Per me non ha nessun senso. E non è rispettoso per il cliente che compra un prodotto a prezzo pieno vederlo scontato al 50% sei settimane dopo». Un invito a ritmi meno serrati, più sostenibili, più rispettosi dei cicli “naturali” per l’appunto.

Trasversale, anti convenzionale, perfettamente radicato alle sue radici ma sempre con uno sguardo aperto sul mondo, la moda di Van Noten porta con sé qualcosa di atavico e ancestrale, qualcosa che ha a che fare con una certa dignità, un certo decoro, un certo rispetto per se stessi; ma nel farlo si è sempre aperto a nuove possibilità, è annoverato come un innovatore ma non ha mai tradito le sue credenze.

In un mondo creativo continuamente minato da esigenze di mercato da una parte, – con annesse collezioni poco ispirate -, e il bisogno di far parlare di se a tutti i costi, maestri come Dries Van Noten mancheranno al sistema proprio perché esemplificativi di cosa vuol dire essere un “direttore creativo” a tutto tondo: ispirato e ispirante, attento alla clientela, -la sua, fidatissima, che va da Cate Blanchett a Florence Pugh -, poco incline al chiacchiericcio del “designer/celebrità”, ma ben piantato con i piedi per terra per tutti e 38 gli anni della sua strabiliante carriera.

Una terra che non è arido cemento, ma una madre feconda, prospera, continuamente in evoluzione, così come è stata la sua moda, fino alla fine.

[📷 instagram: driesvannoten]

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