Dicesi “Dissing”, secondo Treccani, ovvero «nella cultura hip-hop e, in particolare, nella musica rap, canzone, brano che ha l’obiettivo di prendere in giro, criticare o addirittura insultare una o più persone, di solito appartenenti all’ambiente stesso della musica rap». Beh, “Not Like Us” di Kendrick Lamar è sicuramente uno dei brani più identificativi corrispondenti a questa voce. Nel beef tra lui e Drake, le fazioni si sono schierate, le canzoni sono uscite e i colpi bassi non sono mancati. Anche abbastanza pesanti. Il brano del rapper, però, che ormai viaggia oltre i 900 milioni di stream su Spotify, molto probabilmente non ha fatto felice il rapper Drake. E non parliamo solo del contenuto del testo, ma anche proprio dell’impatto mediatico che ha avuto. Che per il canadese sarebbe stato un po’, diciamo così, pilotato. È quello che emerge dall’istanza depositata dalla società di Drake, Frozen Moments LLC, nei confronti di Universal Music Group (UMG) e Spotify, come riporta il The Guardian, secondo cui le due parti avrebbero «cospirato per aumentare artificialmente l’interesse per la traccia diss di Kendrick Lamar nei suoi confronti, “Not Like Us”, sopprimendo al contempo la sua musica», si legge sul quotidiano.
Il documento presentato alla Corte Suprema di NY
Il Guardian allega anche il documento depositato lunedì 25 novembre 2024 presso la Corte Suprema di New York dai suoi avvocati, in cui viene puntato il dito contro il colosso della musica e contro quello dello streaming, con l’accusa di aver addirittura aver utilizzato metodi artificiali per rendere virale la canzone. «UMG, direttamente o attraverso Interscope, ha anche cospirato e pagato con parti attualmente sconosciute per utilizzare “bot” per gonfiare artificialmente la diffusione di “Not Like Us” e ingannare i consumatori per fargli credere che la canzone era più popolare di quanto fosse in realtà», affermano gli avvocati di Drake nel documento diffuso.
Ad avvalorare la tesi del canadese, continuano gli avvocati, sarebbe «un individuo sconosciuto al richiedente» che «ha rivelato pubblicamente su un popolare podcast che l’etichetta del sig. Kendrick Lamar Duckworth (cioè, Interscope) lo pagò attraverso terze parti per utilizzare “bot” per ottenere 30.000.000 stream su Spotify nei primi giorni dell’uscita di “Not Like Us” con l’obiettivo di “dare un boost” alla diffusione della canzone e trasformarla in “una hit clamorosa” sulla piattaforma», si legge ancora.
Il Guardian spiega che nell’istanza – che non è una vera e propria causa giudiziaria, ma che potrebbe diventarla – secondo gli avvocati UMG avrebbe pagato anche degli influencer per promuovere la canzone di Lamar sui social media per aumentarne la visibilità, oltre a stipulare accordi “pay-to-play” direttamente con le stazioni radiofoniche per trasmettere la canzone. Ma anche che il gruppo discografico avrebbe addirittura pagato Apple affinché il suo assistente vocale, Siri, «”indirizzasse deliberatamente” gli utenti che chiedevano di ascoltare le canzoni di Drake a trasmettere in streaming “Not Like Us”» di Lamar, si legge sul sito.
La risposta di Universal
La risposta da parte di Universal è arrivata. Al quotidiano britannico, infatti, un portavoce di UMG, che tra l’altro è etichetta discografica di tutti e due gli artisti coinvolti, ha dichiarato: «Il suggerimento che la UMG farebbe qualsiasi cosa per indebolire uno qualsiasi dei suoi artisti è offensivo e falso. Utilizziamo le più elevate pratiche etiche nelle nostre campagne di marketing e promozionali. Nessuna quantità di argomentazioni legali artificiose e assurde in questa istanza può mascherare il fatto che i fan scelgono la musica che vogliono ascoltare». Chissà se ci saranno ulteriori sviluppi in quello che era un beef, ma che ora potrebbe spostarsi tra i banchi del tribunale.
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