Qualche settimana fa a Milano uno dei ristoranti più celebri della città, Langosteria, ha inaugurato un nuovo concept all’interno del suo flagship in Via Savona, il Private Restaurant. Si tratta di un vero e proprio ristorante privato che Langosteria definisce “casa”, progettato dall’architetto Giuseppe Porcelli. Il locale evoca l’atmosfera calda e accogliente di una dimora privata, con spazi eleganti, dettagli curati e un’attenzione maniacale al comfort. L’esperienza è su misura: ogni menu è interamente personalizzabile dagli chef, accompagnato da una selezione di vini scelta dalla rinomata cantina di Langosteria, pensata per valorizzare ogni portata e rendere ogni momento speciale. La particolarità più sorprendente, però, è nel numero di coperti, soltanto 16. Non una scelta dettata da vincoli di spazio o dalla domanda, ma un vero e proprio statement. E un chiaro segnale di una tendenza in crescita nel mondo della ristorazione e dell’hôtellerie di lusso: il cosiddetto “downsizing”, ovvero ridurre le dimensioni dei locali per creare intimità e far sentire gli ospiti come a casa, ma ovviamente in versione migliorata.
«Oggi si dà più valore ai luoghi in cui ci si sente accolti e connessi», spiega a Bloomberg David Rockwell, architetto e designer americano, autore di ristoranti, bar, hotel e persino di una collezione di teatri di magia a Chicago. Fa tutto parte di un trend più ampio nell’hospitality e nell’intrattenimento: spazi più piccoli dove «la stanza sembra proporzionata a te», aggiunge Rockwell. Se un tempo l’effetto wow di un ristorante era legato alla grandezza o alla spettacolarità, oggi è proprio il contrario: più il locale è intimo, più sorprende e conquista grazie alla sensazione di vicinanza e calore. In poche parole, ci sentiamo coccolati e a casa.
Rockwell, celebre per progetti mastodontici come i ristoranti Tao – capaci di ospitare fino a 300 persone – o il Nobu Doha di circa 2.400 metri quadrati, sembra aver cambiato direzione, o meglio scala, dei suoi progetti. Un esempio lampante è il Corner Store a SoHo, aperto in collaborazione con Eugene Remm, partner di Catch. Come suggerisce il nome, il locale trasmette subito un’atmosfera familiare: un ritrovo newyorkese glamour, con luci soffuse e vibrazioni old school, in grado di accogliere solo 75 coperti. Il successo è stato immediato: nel giro di poche settimane, ogni sera si formava una fila all’angolo prima ancora dell’apertura alle 17. Tra i suoi ospiti celebri, Taylor Swift, Gigi Hadid e Leonardo DiCaprio.
Il downsizing non riguarda solo i ristoranti, ma anche l’hôtellerie: i boutique hotel di piccole dimensioni stanno puntando su esperienze personalizzate, spesso legate al cibo e al lifestyle. Tra gli esempi più interessanti c’è il Dishoom Permit Room Portobello a Londra, uno spazio con due camere arredato come la dépendance di un parente facoltoso. E in California sta per aprire Selvedge, un lodge da 10 camere in stile campagna inglese, firmato dallo chef Kyle Connaughton e dalla moglie Katina, già noti per il tre stelle Michelin SingleThread Farm. Anche qui, ogni dettaglio è studiato per far sentire l’ospite a proprio agio, come se fosse a casa, ma con il lusso dell’esperienza curata.
In un mondo che corre sempre più veloce, sembra chiaro che meno spazio possa significare più emozione, più intimità e più connessione. Che sia un ristorante milanese da 16 coperti o un lodge californiano da 10 camere, il downsizing non è solo una scelta estetica ma è una nuova filosofia dell’accoglienza, in cui la qualità dell’esperienza batte sempre la quantità degli ospiti.
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