Nel cuore di Milano, accanto al tempio laico della musica che è il Teatro alla Scala, vive un luogo che ne fa da silenziosa anticamera e al contempo radice profonda: il Museo Teatrale alla Scala. Nato nel 1913 da una collezione privata, esso non è, come precisa la direttrice Donatella Brunazzi, “il museo della Scala”, bensì un museo teatrale in senso pieno, germinato da una raccolta che precede e fonda il teatro stesso come disciplina. In una tarda mattinata di gennaio, fredda ma limpida, ho avuto l’enorme piacere di scoprire la storia di questo luogo magico, attraverso le parole della sua direttrice.
La collezione originaria del museo era dedicata all’arte teatrale in senso ampio: vasi etruschi con scene di danza, porcellane, maschere della Commedia dell’Arte, volumi risalenti al Quattrocento. Un patrimonio che nel 1951 si amplia grazie al fondo di Livia Simoni, dando vita alla Biblioteca – oggi tra le più importanti d’Europa nel settore – autentico scrigno di memoria scenica, liberamente consultabile da pubblico e studenti. La raccolta fu a un passo dall’essere acquistata dal noto finanziere J. P. Morgan; furono invece privati cittadini, palchettisti della Scala, ad acquisirla, desiderosi di un luogo dove riunirsi, studiare, preservare quei materiali, in prossimità di quel teatro che allora era, prima ancora che palcoscenico, spazio di convivialità.

La riforma toscaniniana del 1921, voluta da Arturo Toscanini, avrebbe cambiato per sempre la fruizione del teatro, sancendo il modello moderno di ascolto e disciplina. Prima, la Scala era un condominio di piccoli salotti: si acquistavano più palchi per socializzare, si ricevevano ospiti, si mangiava, si giocava a carte. Molti palchi erano proprietà femminile: per le donne dell’aristocrazia e della nascente borghesia milanese rappresentavano un raro spazio pubblico di relazione e influenza. Attraverso la storia dei palchi, ricostruita in una vasta ricerca condotta con la Biblioteca Ambrosiana, si legge in filigrana l’evoluzione stessa della società milanese dal 1788 al 1921.
Il museo nacque dunque come salotto aristocratico, con la galleria degli avi alle pareti, e ancora oggi conserva il carattere di casa-museo, di luogo vissuto. Ma per lungo tempo è stato percepito come corridoio verso il “monumento” Scala. «Quando sono arrivata, » racconta Brunazzi, «ho sentito il bisogno di interrogarmi sul mio ruolo e su quello di questo luogo. Dovevo capire come restituirgli voce. Il museo era diventato un passaggio, mentre la Scala è il luogo delle emozioni. Ma il museo deve raccontarne le origini ».

C’è, in questo luogo, una forza magnetica che sfiora la leggenda (si dice infatti sorga su un antico insediamento celtico dedicato al sole) ma più ancora conta un dato storico: il teatro fu profondamente voluto dai milanesi. Primo spazio civico desiderato e costruito dalla città, divenne il suo cemento sociale. La Scala fu sempre al centro della vita pubblica e dei grandi snodi storici italiani, senza retorica: semplicemente perché il teatro è centro della città. Il museo, allora, ha il compito oggi e sempre di custodire e insieme riattivare questa memoria. «La nostra prima responsabilità di organizzatori culturali», afferma la direttrice, «è trasmettere al futuro la memoria storica, che permette di capire e organizzare il futuro. Raccontare la grande storia attraverso le piccole storie».
Da qui una rivoluzione che parte dalle basi: le didascalie. Antiche, in lingua desueta, esse stesse cimeli di un’epoca. Sono state riattualizzate dalla direttrice con rigore filologico e supportate da totem digitali che consentono una consultazione verticale: dall’autore al contesto, fino ai materiali d’archivio nei caveaux. Anche l’illuminotecnica è stata ripensata, con luci teatrali capaci di restituire giustizia scenica agli oggetti. Interventi strutturali, silenziosi, ma decisivi. I numeri, 340.000 visitatori l’anno, attestano un dialogo riuscito, soprattutto con il pubblico internazionale. Ma l’obiettivo dichiarato è un altro: «Chi entra qui deve uscire con qualcosa che gli è rimasto». Programmi didattici, format per le scuole, percorsi formativi mirano a restituire al museo la sua funzione civile.

Le mostre temporanee, non più di due all’anno, nascono come domande rivolte alla collezione stessa. Non seguono il cartellone del teatro, impossibile da seguire in termini di tempo e finanza, ma interrogano le radici materiche dello spettacolo in toto. Emblematica la riflessione attuale su Richard Wagner e sul suo Ring, in mostra oggi negli sazi del museo attraverso una duplice analisi: La rivoluzione del Ring – Visconti Ronconi Chéreau, e un secondo intervento curatoriale, Risonanze Wagner – Visioni intorno al Ring. La prima indaga il percorso dell’opera wagneriana alla scala, partendo dalla programmata messa inscena di Luchino Visconti poi sostituita fortuitamente dalla rivoluzione scenica del 1974 firmata da Luca Ronconi: un passaggio radicale da una lettura mitologica e panteistica a una visione intimistica, adorniana, del dramma moderno e borghese. Accanto a scambi epistolari tra la direzione della Scala e Visconti sono esibiti bozzetti di scena, articoli di giornale, recensioni, e poi una proiezione del Ludwig Viscontiano. La seconda mostra, Risonanze Wagner, ha invitato quattro artiste contemporanee (Flaminia Veronesi, Chiara Calore, Antonella Benanzato, Federica Perazzoli) a creare una personale reinterpretazione di figure chiave dell’opera, da Sigfrido a Brunilde. Le mostre e il museo mostrano insomma che lo spettacolo è solo uno degli esiti possibili di un germe più profondo, quello custodito negli archivi. Archivi che sono depositi, ma soprattutto laboratori vivi.

Lo dimostra un bellissimo episodio recente raccontato dalla dottoressa Brunazzi, emblematico della vitalità di questo spazio e delle azioni che gravitano intorno e dentro di esso. Durante il corso della preparazione della attuale mostra sul Ring di Visconti Ronconi e Chéreau, il curatore Giovanni Agosti si era messo alla ricerca di quelli che sembravano essere schizzi di bozzetti, mostrati ai tempi in televisione alla RAI da Visconti stesso, ad illustrazione dei preparativi in atto per la messa in scena dell’opera alla Scala. Grazie alla profonda ricerca del curatore che ha indagato tra gli archivi delle Teche Rai, si è scoperto solo a pochi giorni dall’inaugurazione che quei bozzetti erano in realtà una singola maquette, probabilmente custodita nel caveau del teatro ma ad oggi andata perduta.
Questo semplice fatto è la prova di un principio caro alla direttrice, e a chiunque faccia cultura: il presente interroga il passato ma è capace anche di plasmarlo. Far rivivere il passato nel presente produce un duplice effetto: i due tempi si parlano, si modificano, si ricostruiscono a vicenda. Per questo, nella seconda mostra dedicata al Ring, Risonanze Wagner, le quattro artiste contemporanee sono state invitate a confrontarsi liberamente con il testo, svincolate dal peso della tradizione. Cosa dice oggi Wagner? Come risuona nella sensibilità contemporanea? È in questo modo che il museo diventa luogo di vita nuova, non solo di tutela.

«Non voglio soltanto il pubblico che viene qui per caso prima dello spettacolo» conclude Brunazzi.
«Abbiamo tante storie da raccontare.” E in effetti il Museo Teatrale alla Scala non è anticamera della meraviglia: è la sua sorgente. Se la Scala è il luogo delle emozioni, il museo ne custodisce la genesi, restituendo alla città la coscienza viva delle proprie radici. Un luogo che conserva chi eravamo, ma costruisce anche continuamente ciò che siamo, e possiamo diventare.
[📷 Courtesy of Teatro alla Scala / © Brescia/Amisano, Giovanni Hänninen, Francesco Maria Colombo]