Se si pensa a un direttore creativo probabilmente la prima immagine che verrà in mente è quella di una persona appunto “creativa” dentro e fuori, probabilmente eccentrica e sopra le righe, riconoscibile al primo sguardo soprattutto per le sue particolarità. Uno stereotipo che non sempre trova una corrispondenza nella realtà effettiva delle cose, anzi quasi mai. Certo, esistono casi come Karl Lagerfeld, da sempre impeccabile con i suoi completi sartoriali bianco e nero, camicie dal collo alto e inamidato e dettagli precisi tipici di un lord d’altri tempi; oppure Marc Jacobs e le sue unghie chilometriche, i look da pirata di John Galliano degli anni ’90, la sensualità gotica e prorompente di Dilara Findikoglu. Ma, paradossalmente, restano delle eccezioni: i designer, o direttori creativi che dir si voglia, non sempre sfoggiano outfit che riflettono il gusto delle collezioni che disegnano, anzi, solitamente sembrano affezionati a una sorta di uniforme normcore al di là di ogni tendenza.
In primis fu Giorgio Armani, che alla fine delle sue sfilate è sempre uscito per i ringraziamenti in maglietta e pantaloni neri di default. Stessa linea di pensiero per Domenico Dolce e Stefano Gabbana, fedeli alla combo denim e t-shirt. Dries Van Noten una volta ha dichiarato che un designer lavora giorno e notte per la sua collezione e nei giorni pre-show non può permettersi di perdere tempo a pensare anche a look d’effetto. Ecco perché si predilige una divisa fatta di pratica semplicità: denim o pantaloni over, sneakers, t-shirt e camicie casual. Anche Alexander McQueen, quando usciva alla fine delle sue sfilate fantasmagoriche, prediligeva t-shirt enormi di cui non preoccuparsi troppo, mentre Alessandro Michele è da anni affezionatissimo alle sue camicie check e cappellini da baseball con scritte. Pierpaolo Piccioli? Inseparabile dal suo total black con scarpe da basket, Ray-Ban Wayfarer e bomber in pelle, così come l’ex direttore creativo di Balenciaga e ora di Gucci Demna non riesce proprio a fare a meno delle sue felpe rigorosamente nere.
Ma lo abbiamo visto anche nei nuovi direttori creativi come Matthieu Blazy da Chanel, Louise Trotter da Bottega Veneta, Simone Bellotti da Jil Sander, Jonathan Anderson da Dior: nessun vezzo, nessun accenno di stravaganza, praticità casual degna di uno studente universitario sotto esame. Un chiaro segnale di quanto essere direttori creativi sia un compito di grande responsabilità e orari massacranti, soprattutto nei periodi più intensi; tutto viene dato per la collezione, che è l’assoluta priorità. E proprio come tutte le persone che hanno un lavoro “normale” in un periodo stressante, nemmeno gli stilisti sotto stress hanno tempo per pensare a cosa indossare. Ma non è tutto: non è detto che una persona ricca di estro e talento debba per forza scegliere di esprimersi attraverso la propria immagine. C’è chi lo dà per scontato ma non lo è: un designer deve dimostrare creatività negli abiti che disegna non necessariamente nel suo look. E questo vale anche per altre professioni creative.
Infine, c’è pur sempre la signora Miuccia Prada che, in questa stagione, ha consacrato lo scialle prezioso come suo fedele alleato: un tempo erano le gonne a ruota bianche, ora gli scialle in velluto da portare sulle spalle. Dopotutto basta anche poco.
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