In un’intervista a MFF, Jonathan Anderson racconta il processo creativo dietro la sua recente collezione Dior Uomo Fall / Winter, presentata ieri con una sfilata al Musée Rodin di Parigi. Sollecitato da una serie di domande, Anderson ripercorre le ispirazioni che hanno guidato la scelta di capi e silhouette: alcune legate a figure storiche ben precise, come Paul Poiret, storico antagonista di Christian Dior, altre invece riconducibili a momenti chiave della storia del costume e della tradizione sartoriale francese.
Alla base della collezione c’è la sua concezione del ruolo del direttore creativo. Prendere le redini di una maison non significa replicare il fondatore, ma assorbirne valori e codici per poi rielaborarli, destrutturarli e restituirli in una chiave contemporanea e soprattutto personale. È lo stesso Anderson a chiarire il suo rapporto con l’eredità Dior: “Io non sono Christian Dior: sono qui per aggiungere un capitolo.” E ancora: “Le sfilate servono a mostrare idee. Si tratta di esplorare cosa può essere nuovo per il brand. Perché ciò che è nuovo per Jonathan Anderson non è sempre nuovo per Dior. È una questione di equilibrio.” Proprio per scardinare il rapporto quasi simbiotico con il fondatore della maison e affermare il proprio punto di vista, Anderson ha scelto come principale fonte d’ispirazione Paul Poiret, figura storicamente agli antipodi rispetto a Dior per visione e linguaggio stilistico.
Poiret, stilista francese attivo all’inizio del Novecento, è considerato uno dei pionieri della moda moderna. Soprannominato “Le Magnifique” o “Re della Moda”, fu tra i primi a liberare il corpo femminile dal corsetto, introducendo silhouette più fluide e naturali. Il suo immaginario era fatto di colori intensi, tessuti opulenti e suggestioni esotiche, in netto contrasto con la tradizione sartoriale più rigida del tempo. La sua moda, fortemente artistica e personale, rifiutava la costruzione “imbottita” per privilegiare una libertà quasi istintiva del corpo. Il contrasto con Christian Dior è emblematico: Poiret rappresenta l’inizio del secolo, la libertà, il colore e l’abito come gesto espressivo; Dior, nel dopoguerra, segna invece il ritorno a una femminilità strutturata e controllata con il “New Look”, fatto di vita stretta e fianchi pieni. Due visioni opposte, che incarnano momenti storici e ideologici profondamente diversi. Come spiega Anderson, è proprio questa tensione tra opposti a costituire l’ossatura concettuale della collezione: “In questa collezione mi piace la contraddizione tra la forma e qualcosa di più libero. Sono opposti, ma proprio questo crea il volume. In un certo senso, Dior va contro l’idea di comodità. Oggi siamo tutti ossessionati dalla facilità, e lui invece va controcorrente. Per me Dior nasce come maison di moda, quindi deve essere spinto, deve evolvere. La sfilata è un’idea che anima poi la realtà del negozio. Senza questo, non c’è nulla da mostrare. È un equilibrio delicato.”
Entrando più nello specifico della figura di Poiret, Anderson aggiunge: “Quello che amo di Poiret è l’idea di travestirsi, di giocare con i vestiti tra amici. Avvolgersi in coperte, piumoni, pellicce, prendere un cappotto di cashmere, una sciarpa, e costruire qualcosa. C’è qualcosa di primitivo, di ingenuo in questo. Quando lo passi attraverso la macchina Dior, diventa ingegneria: i dietro dei cappotti non stanno piatti, si piegano, diventano più complessi. I vestiti a volte raccontano qualcosa prima che accada l’esplosione, prima del cambiamento. Mi piace fare cose che non sono naturali per il mio processo creativo. Lavorare con l’atelier per capire la spalla, la struttura, il canvas. Alla base per questa collezione c’è stata l’idea di vestirsi come un personaggio. Tutti lo facciamo, in modi diversi.”
L’idea del gioco, del travestimento e dell’abito come strumento per diventare qualcun altro permea l’intera sfilata, accentuandone il senso di irriverenza. Un’attitudine rafforzata anche da chiari riferimenti alle sottoculture, come sottolinea lo stesso Anderson: “Non volevo normalità. Volevo qualcosa di spinto, di caratterizzato. Volevo trovare qualcosa in cui una specie di punk incontra lo stile di Poiret. C’è qualcosa nella caratterizzazione che richiedeva una sottocultura.” Da qui scelte estetiche forti, come le acconciature e le parrucche ispirate al punk rock: punte rigide e mullet giallo canarino, in netto contrasto con le linee scure degli abiti. Anche la costruzione dei capi segue questo approccio ludico, ammorbidendo i confini tra maschile e femminile. La Bar jacket, simbolo iconico di Dior, viene accorciata e resa più sensuale, reinterpretata attraverso materiali come il tweed.
Parlando di volumi e tagli, Anderson spiega: “Queste forme a bozzolo e il retro dei capi guardano a quel momento degli anni Venti in cui c’era una vestibilità molto morbida o una schiena arcuata, che si ritrova sul retro dei parka. Abbiamo due stili di completo. Uno è più o meno pre-bellico, l’altro riporta grossomodo all’inizio degli anni Sessanta. Sono entrambe epoche in cui il mondo si stava trasformando.”
La collezione si configura così come una ricerca di equilibrio tra controllo e libertà, tra struttura ed eccesso, attraversata da un twist punk che trasforma il romanticismo in un gesto sovversivo. Un gioco consapevole di epoche, forme e riferimenti, che Anderson sintetizza così: “Mi piace guardare la sartoria in termini di proporzioni: più la spingi in alto, più la allunghi, più trovi equilibri diversi. Qui, per esempio, mi piace la contraddizione tra ciò che questi due look possono fare. Puoi ottenere qualcosa di più femminile, oppure qualcosa di più inquieto. Per me, il menswear Dior è sartoria: è come giochi con essa per trovare nuove forme. Alzi il tailcoat? Alzi i pantaloni? È una questione di equilibrio, invece di avere un personaggio già finito e risolto.”
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